La doppia vita di Domenico Ceravolo emerge pagina dopo pagina dalle motivazioni della sentenza del processo Factotum. Da un lato il sindacalista della Filca-Cisl di Torino, volto noto nei cantieri e negli uffici del sindacato. Dall’altro, secondo la ricostruzione del gup di Torino, un uomo «a totale disposizione» della ’ndrangheta vibonese, capace di mettere relazioni, ruolo pubblico e perfino strutture sindacali al servizio della cosca Bonavota di Sant’Onofrio e della sua articolazione piemontese radicata tra Carmagnola e Moncalieri.

Non una presenza marginale ma un punto di riferimento stabile per gli interessi del sodalizio mafioso. Un “ponte” operativo tra Calabria e Piemonte, tra imprese, cantieri, uomini d’onore e latitanti.

Il controllo della manodopera e il sindacato piegato agli interessi della cosca

Le intercettazioni riportate in sentenza restituiscono uno spaccato preciso del sistema. Ceravolo, secondo gli atti, interveniva direttamente nella gestione della manodopera e nell’orientamento sindacale dei lavoratori vicini al gruppo criminale.

In una conversazione del giugno 2022 con il figlio di un imprenditore ritenuto contiguo al sodalizio, il sindacalista invita a impedire l’iscrizione di alcuni operai alla Uil: «Digli di non iscriversi no... eh digli ai tuoi di non iscriversi con questi». Poco dopo arriva la conferma dell’interlocutore: «La Uil non è un nostro sindacato».

Secondo la sentenza, Ceravolo sfruttava il proprio ruolo sindacale per favorire aziende riconducibili o vicine alla ’ndrangheta, intercettando subappalti e occasioni di lavoro da indirizzare verso il circuito economico del clan.

Favori agli affiliati, stipendi e qualifiche “aggiustate”

Le carte descrivono anche il ruolo di Ceravolo nel garantire occupazione e vantaggi economici agli uomini della cosca.

Emblematico il caso di Raffaele Serratore. In una conversazione intercettata, il sindacalista promette di intervenire direttamente presso il datore di lavoro: «Il tuo datore di lavoro... eh eh... gli chiediamo l’aumento... ti faccio cambiare la qualifica... piano piano... intanto lavoro».

Non semplici segnalazioni, ma un’attività stabile di protezione e sostegno, funzionale — secondo gli inquirenti — alla tenuta economica e operativa dell’organizzazione.

Il rapporto con Francesco D’Onofrio: «Piano piano... se no perdiamo tutto»

Il legame più stretto è quello con Francesco D’Onofrio, figura ritenuta di vertice della ’ndrangheta piemontese e già condannato in via definitiva per associazione mafiosa.

Le motivazioni parlano di un rapporto «intimo e risalente nel tempo». Ceravolo viene descritto come il factotum dell’ex militante dei Colp (Comunisti organizzati per la liberazione del proletariato), l’uomo incaricato di organizzare incontri, gestire relazioni e fare da intermediario con altri affiliati.

Il 13 febbraio 2024, appena nominato nella segreteria della Filca-Cisl di Torino, Ceravolo si reca immediatamente da D’Onofrio per informarlo della nuova carica. La risposta del boss fotograferebbe plasticamente il livello di consapevolezza del rapporto: «Piano piano... se no perdiamo tutto mpare Franco... è un manicomio».

Secondo la sentenza, Ceravolo si occupava anche delle necessità familiari di D’Onofrio durante la detenzione, accompagnando i parenti ai colloqui in carcere e gestendo rapporti esterni per suo conto.

Il documento dato al boss latitante Pasquale Bonavota

Tra gli elementi più gravi contestati emerge il supporto fornito alla latitanza di Pasquale Bonavota, ritenuto dagli inquirenti boss dell’omonima cosca (ma mai condannato per reati di mafia, è stato assolto nel processo Rinascita Scott, ndr) arrestato a Genova il 27 aprile 2023.

Nel cellulare sequestrato al capoclan gli investigatori trovano la foto della carta d’identità di Ceravolo. Secondo gli accertamenti, Bonavota avrebbe utilizzato quei dati almeno per un’operazione online nel giugno 2022.

In un’intercettazione ambientale dell’aprile 2024, Francesco D’Onofrio spiega che Ceravolo aveva consegnato il documento «in buona fede», espressione che nelle carte viene interpretata come piena devozione al sodalizio mafioso.

Dopo l’arresto del boss, il ritrovamento del documento provoca forte tensione all’interno del gruppo criminale. D’Onofrio rimprovera il sindacalista per essere stato troppo esposto, troppo “bravo”, temendo che quel collegamento potesse svelare la rete di protezione attorno al latitante.

Il summit riservato con il boss ricercato

Le indagini ricostruiscono anche un incontro definito “riservatissimo”, avvenuto a Torino il 21 maggio 2009 nell’abitazione di D’Onofrio.

A quella riunione, secondo la sentenza, parteciparono Pasquale Bonavota - già latitante - Antonio Serratore, Onofrio Garcea e lo stesso Ceravolo.

Per gli investigatori, il sindacalista svolgeva un ruolo di raccordo tra la struttura piemontese della cosca e gli uomini incaricati di proteggere il boss durante la latitanza.

I soldi contati nella Ford Kuga

Un altro capitolo delle motivazioni riguarda la gestione del denaro contante.

Le telecamere nascoste installate nella Ford Kuga utilizzata da Ceravolo documentano numerosi episodi di movimentazione di grosse somme.

Il 14 ottobre 2023 il sindacalista viene ripreso mentre estrae dalla tasca dello smanicato una mazzetta di banconote da 50 euro, le sistema, le blocca con una graffetta e successivamente conta altre mazzette custodite in involucri di carta e cellophane.

In un passaggio delle intercettazioni lo si sente contare distintamente: «Uno... due... tre... nove... dieci... undici... dodici... tredici».

Subito dopo aver preparato il denaro, Ceravolo si dirige verso l’abitazione di Francesco D’Onofrio.

Le indagini documentano anche viaggi effettuati per ritirare un “pacchettone di soldi” o una “mazzettona” destinata, secondo gli atti, ad altri sodali.

«Giri di m... per gli altri»

Le intercettazioni restituiscono persino il malcontento della compagna di Ceravolo, esasperata dall’attività continua svolta dal sindacalista per conto del gruppo criminale.

In un dialogo riportato nelle carte, la donna lo accusa di essere l’unico a esporsi realmente mentre gli altri «stanno il loro c... nella loro sede». Poi l’affondo: lui continua a fare «giri di m…. per gli altri».

Una frase che, più di molte analisi investigative, sintetizza il ruolo attribuito a Ceravolo dalla sentenza: uomo operativo, disponibile, incaricato di muovere soldi, relazioni, favori e contatti per conto della ’ndrangheta tra Piemonte e Calabria.