Il presidente della camera penale di Catanzaro, Francesco Iacopino, ha incontrato nei giorni scorsi il sottosegretario al ministero della Giustizia, Andrea Delmastro delle Vedove, in occasione della sua visita all’istituto penitenziario “U. Caridi”.

Alla presenza della garante regionale dei detenuti, della direttrice dell’istituto, del direttore dell’area sanitaria con la sua equipe, del vicecomandante e del provveditore regionale, ha consegnato al sottosegretario una lettera contenente le preoccupazioni e le proposte della camera penale sull’emergenza carcere. Di seguito si riporta il contenuto integrale della lettera.

Signor sottosegretario,

a nome della Camera penale “Alfredo Cantàfora” e di tutta la comunità dei penalisti catanzaresi, desidero porgerle il più cordiale saluto e, al contempo, rappresentarle la profonda preoccupazione dell’avvocatura sullo stato delle nostre carceri.

“Bisogna aver visto”, ammoniva Piero Calamandrei a proposito degli istituti di pena italiani, sottolineando come solo il contatto diretto con quei luoghi consenta di comprenderne l’umanità dolente e l’urgenza di riforme. Parlava delle carceri del regime fascista, ma le sue parole conservano oggi intatta la loro attualità. Le visite promosse dall’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali ci hanno consentito di “vedere”: persone private della libertà, intente a compiere i gesti minimi della vita – lavarsi, cucinare, socializzare – pur in condizioni igienico-sanitarie carenti e spazi angusti, aggrappate al bisogno di conservare un frammento di umanità che le strutture non tutelano.

Il carcere deve essere luogo di custodia, non discarica sociale. Custodire significa rendere impossibile la fuga, non impedire la rieducazione, la socialità, la speranza. La certezza dell’esecuzione della pena deve accompagnarsi alla certezza della sua funzione costituzionale: tendere alla rieducazione del condannato. La detenzione non può ridursi a mera afflizione.

Eppure la condizione carceraria italiana è ormai grave e ben nota: strutture fatiscenti, sovraffollamento, scarsità di attività trattamentali e condizioni di vita al limite della sopportazione. Il crescente numero di suicidi testimonia l’intollerabilità della situazione.

Ma il suicidio – ricordano clinici e studiosi – è un “evento sentinella”: non fatalità ineluttabile, bensì segnale di omissioni istituzionali. Lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica: il carcere non può ridursi a vortice di disperazione. L’unico numero accettabile, quando si parla di vite spezzate dietro le sbarre, è zero. Eppure, per usare le parole di Glauco Giostra: di fronte a uno shock settico delle istituzioni, neppure i suicidi hanno la capacità di attivare i decibel emotivi necessari per suscitare sdegno sociale. È questa la triste fotografia, la “sindone” della realtà.

Le nostre carceri rischiano, così, di trasformarsi in una discarica sociale, centri di raccolta differenziata delle periferie esistenziali: oltre il 20% dei detenuti sono tossicodipendenti, un altro 5% soffre di patologie psichiatriche (a Catanzaro addirittura il 30%), un ulteriore 20% è composto da stranieri e da indigenti. Gli ultimi del nostro tempo, che in assenza di alternative diventano numeri, fascicoli, scarti. A questo si aggiunge un’ingiustizia ulteriore: molti detenuti poveri, pur avendo i requisiti, non possono accedere alle misure alternative perché privi di reti familiari o di strutture di accoglienza, e restano in carcere soltanto perché non hanno un luogo dove andare.

In questo quadro, i 10.000 nuovi posti detentivi e il rafforzamento della Polizia Penitenziaria annunciati dal Governo, pur apprezzabili, non risolveranno il problema: al ritmo attuale di ingressi, saranno saturi in meno di tre anni. I tempi dell’edilizia sono lenti, quelli del dolore immediati. Serve una riforma radicale e coraggiosa, che estenda le soluzioni alternative, non solo per i tossicodipendenti, ma anche per i detenuti con disturbi psichiatrici, prevedendo strutture a doppia diagnosi, oggi inesistenti in Calabria e largamente carenti nel resto del Paese. C’è anche un dato economico che non possiamo ignorare: un detenuto costa allo Stato circa 150 euro al giorno. Una spesa ingente che non riduce la recidiva e non offre reali prospettive di recupero. Se invece il tossicodipendente o il malato psichiatrico vengono curati in comunità o in strutture adeguate, il costo è minore e la possibilità di reinserimento assai più alta, con benefici concreti per la sicurezza collettiva. Farsi carico della marginalità sociale non è solo un dovere etico, ma anche una scelta economicamente razionale.

A nostro avviso, il rimedio deve muoversi lungo una duplice direttrice:

recuperare il ruolo e la funzione della politica sociale, oggi sostituita dalla politica criminale, con strumenti alternativi al carcere capaci di intervenire sulle radici della marginalità e della disperazione;

migliorare le condizioni detentive, affinché la pena non aggiunga sofferenza gratuita e disumana. Non è accettabile che i detenuti vivano in celle anguste, prive di spazi vitali, senza strumenti essenziali: a Catanzaro, ad esempio, manca persino un frigorifero (non già per cella, ma addirittura) per sezione. In questo quadro desolante, occorrono scelte coraggiose: non solo approvare subito la liberazione anticipata speciale, ma anche attivare istituti come amnistia o indulto, che non sono rese dello Stato, ma atti di responsabilità politica.

Dobbiamo lavorare tutti insieme affinché, anche nella percezione sociale, la pena non venga più intesa come una forma di rancorosa vendetta che obbliga il detenuto a espiarla fino all’ultimo giorno. L’articolo 27 della Costituzione va letto in combinato disposto con l’articolo 3, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Il carcere, dunque, deve essere inteso come una formazione sociale: attraverso l’esperienza penitenziaria lo Stato si assume l’impegno di far sì che la persona detenuta possa uscire riabilitata, risanata, risocializzata. Una persona diversa capace di reinserirsi nella comunità. Questo è l’obiettivo che ci unisce, e in questa direzione dobbiamo lavorare tutti insieme.

Signor Sottosegretario, Lei appartiene alla comunità degli Avvocati Penalisti, il Signor Ministro è un Magistrato della Repubblica. Da prospettive diverse, apparteniamo alla giurisdizione e ci ritroviamo uniti intorno al nucleo assiologico scolpito nell’articolo 27 della Costituzione. Sono certo che, pur da angolature differenti, sapremo farci carico delle fragilità del nostro tempo e trovare una sintesi capace di dare risposte coerenti con la dignità umana e con il principio di umanità della pena, dal momento che i nostri Padri costituenti hanno affidato a noi la responsabilità di custodire i valori sui quali è edificata la nostra civiltà del diritto.

La ringrazio per l’attenzione e per l’impegno che vorrà dedicare a questo tema cruciale per la qualità della nostra democrazia.