Il ritrovamento del materiale da parte dei carabinieri, le intercettazioni ambientali e le accuse nei confronti di sei indagati. Contestati anche i reati di attentato alla sicurezza dei trasporti e danneggiamento con le aggravanti delle finalità mafiose
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Danni non coperti da assicurazione per oltre trecentomila euro, un’intera galleria dell’autostrada A3 (oggi A2) Salerno-Reggio Calabria rimasta al buio ed il furto di 50 chili di rame. C’è anche questo tra le contestazioni dell’operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata Jerakarni che ha colpito nelle scorse settimane il clan degli Emanuele-Idà di Gerocarne. Gli investigatori, attraverso captazioni ambientali e riscontri, muovono infatti la contestazione di furto aggravato dalle finalità mafiose (agevolazione delle attività del clan Emanuele) a quattro indagati: Giovanni Emmanuele, 38 anni, di Sorianello, Salvatore Emmanuele, 32 anni, di Ariola di Gerocarne, Simone Tassone, 34 anni, di Gerocarne, Alessio Sabatino, 32 anni, di Gerocarne. In concorso morale e materiale tra loro, esercitando violenza sulle cose, i quattro indagati sono accusati di aver asportato 50 chili di rame custodito all’interno di una cabina elettrica di controllo dell’illuminazione della galleria denominata "La Motta" sita al Km 355+500 della carreggiata nord dell'autostrada A3 Salerno - Reggio Calabria, nel tratto ricompreso tra gli svincoli di Vibo Valentia-S.Onofrio e Serre.
Il furto risale al 16 dicembre 2015 e tale asportazione costa ai quattro indagati anche le contestazioni per i reati di attentato alla sicurezza dei trasporti e danneggiamento, anche in questo caso con l’aggravante mafiosa e l’ulteriore aggravante di aver commesso il fatto su cose esposte per necessità alla pubblica fede. Il raid criminale per impossessarsi del rame avrebbe infatti posto in pericolo la sicurezza dei pubblici trasporti di terra, interrompendo e danneggiando il sistema di illuminazione ed antincendio della galleria autostradale "La Motta" che ricade nel territorio comunale di Vibo Valentia.
Per tale vicenda sono poi indagati per il reato di ricettazione (aggravata dalle finalità mafiose) Antonino Grillo, 42 anni, di Soriano Calabro, e Domenico Tassone, 41 anni, di Gerocarne, quest’ultimo reale bersaglio dell’agguato costato la vita a Filippo Ceravolo. I due indagati, al fine di trarne profitto, sono accusati di aver acquistato, o comunque detenuto nei locali di una ditta di Soriano che si occupa del recupero di materiale ferroso - posta nella zona industriale e intestata ad una donna (Anna Maria Pisano per la quale si è proceduto separatamente) cognata di Antonino Grillo - i 50 chili di rame oggetto del furto.
Galleria al buio e intercettazioni a fare “luce”
E’ stata la polizia stradale di Vibo Valentia a trasmettere all’epoca alla Procura di Vibo la denuncia di un dipendente dell’Anas per il furto aggravato di cavi elettrici che alimentano l'impianto della galleria autostradale “La Motta”. Un furto riscontrato nell’immediatezza a seguito di un alert ricevuto dalla sala operativa dell’Anas che rilevava la mancanza di illuminazione nella citata galleria. Sul posto il personale dell’Anas aveva trovato le porte – poste a chiusura della cabina elettrica della galleria – forzate e divelte e, all’interno, l’ammanco di grossi quantitativi di cavi elettrici con la conseguente interruzione di tutti gli impianti ivi installati. Veniva inoltre riscontrato l’ammanco dei dischi rigidi di memoria allocati nei computer che gestivano l’acquisizione delle riprese delle telecamere del servizio di videosorveglianza posto a vigilanza del sito ove risulta realizzata la cabina elettrica presa di mira.
La polizia stradale accertava poi che la cabina elettrica aveva subito ulteriori danneggiamenti oltre a quelli segnalati a seguito della ricognizione effettuata dal personale dell’Anas. In particolare veniva verificato che gli armadi contenenti gli interruttori di comando erano stati scaraventati a terra al fine di sottrarre tutti i cavi di rame presenti al di sotto di essi, nonché le bacchette di collegamento presenti all’interno degli armadi stessi. Inoltre veniva constatato il furto del computer che gestiva il sistema di video-sorveglianza e l’asportazione di un serbatoio in acciaio di gasolio ed una pompa elettrica facenti parte entrambi del sistema antincendio che protegge la galleria “La Motta”. Personale specializzato dell’Anas quantificava in circa 300mila euro il danno subìto che peraltro veniva dichiarato non coperto da assicurazione contro tali rischi.
Sono state quindi le intercettazioni ambientali nell’auto degli indagati a permettere agli investigatori di risalire ai presunti responsabili del furto di rame, detto “l’oro rosso” per l’elevato valore commerciale, e quasi di seguire “in diretta” il raid criminale. Intercettazioni dalle quali gli inquirenti si sono convinti che del gruppo in quel periodo storico il leader era “sicuramente Giovanni Emmanuele a cui spettava tra l’altro il compito – sottolinea la Dda – di dividere i proventi derivanti dal furto fra i vari partecipi all’associazione”. Dalle captazioni è inoltre emersa tutta la preoccupazione di essere scoperti da parte del fratello Salvatore Emmanuele il quale avrebbe agito in autostrada utilizzando un’auto a fari spenti. “Ora li devo accendere per forza le luci – avrebbe quindi esclamato nelle intercettazioni – ma l’importante è che non ci vede la polizia..., non per altro, ma perché ci arrestano...”. Nella circostanza, sempre ad avviso della Dda di Catanzaro, sarebbe emersa “l’arroganza di Giovanni Emmanuele, pronto a replicare alle paure del fratello dicendo: “Me ne fotte di chi mi vede alla fine dei conti...”. Nell’occasione i soggetti coinvolti si sarebbero comunque preoccupati di non essere visti (“Non accendere le luci....non puoi venire più avanti con la macchina...”), con nuovamente Giovanni Emmanuele pronto ad impartire le direttive affermando: “Stai qua..., che li carichiamo sotto il ponte in macchina”. Dal canto suo, Alessio Sabatino avrebbe esclamato: “Attento a non tirarti avanti le bobine...”. Dettagli che per gli inquirenti sono “precisi ed univoci ed attestano come tutti siano intenti a smontare le apparecchiature dalle quali togliere e tagliare i cavi elettrici in rame”. L’attività investigativa ha inoltre permesso agli investigatori di appurare che a bordo dell’auto intercettata si trovava anche Simone Tassone.
Il ritrovamento del rame
Nel dicembre del 2015 sono stati quindi i carabinieri della Stazione di Soriano Calabro - avendo “fondato motivo di ritenere che potevano essere rinvenute armi, munizioni o materiali esplodenti abusivamente detenuti, ad effettuare una perquisizione all’interno della sede della ditta “GM” sas che si occupa del recupero di materiale ferroso, situato nella zona industriale di Soriano Calabro ed è gestito dalla signora Anna Maria Pisano. Nel corso della perquisizione il personale operante aveva modo di verificare la presenza di autovetture riconducibili alla concessionaria denominata Bmg intestata proprio ad Antonino Grillo. La perquisizione, a cui assistevano entrambi i fratelli Grillo, veniva estesa in tutta la proprietà, nonché all’interno dei veicoli presenti nell’area interessata e terminava con esito negativo per quanto attiene il rinvenimento di armi, ma all’interno di un deposito, situato al piano terra del sottostante piano di residenza della famiglia di Anna Maria Pisano, veniva trovata una cesta di plastica contenente 49,5 chili di rame sfoderato da guaina di illecita provenienza”. E’ toccato ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo inoltrare la documentazione fotografica dei cavi e del materiale posto sotto sequestro ad un ingegnere dell’Anas che li ha riconosciuti come compatibili con quelli asportati nella galleria autostradale. Altre videoriprese nel piazzale della ditta di Soriano sono infine servite ai carabinieri per avere contezza dei soggetti che stavano scaricando dal cofano di un’auto materiale compatibile con i cavi di rame.
“Alla luce di tutte le risultanze investigative emerse appare evidente – conclude la Dda – che il furto di rame è stato compiuto da Giovanni Emmanuele, Salvatore Emmanuele, Simone Tassone e Alessio Sabatino, mentre Anna Maria Pisano (per la quale si è proceduto separatamente) e Antonino Grillo si sono adoperati mettendo a disposizione il capannone della ditta al fine di occultare, per il successivo smercio, l’ingente quantitativo di rame, e che Domenico Tassone si sia adoperato nella distribuzione dei proventi della vendita del rame”.




