Siamo andati sul posto insieme ai comitati e alle associazioni che hanno promosso con successo un esposto alla Soprintendenza che ora effettuerà dei sopralluoghi per verificare se l’opera contrasta con la normativa in vigore. Ma loro non hanno dubbi: «Sfregiata l’identità del territorio»
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Doveva essere un intervento di riqualificazione del lungomare della Marina di Pizzo fino al borgo dei pescatori della Seggiola. Una striscia di terra ai piedi della rupe su cui sorge Castello Murat che in teoria potrebbe essere un paradiso paesaggistico. Ma la barriera frangiflutti in corso di realizzazione appare oggi come un lungo paravento di cemento, continuando ad alimentare polemiche e proteste, fino a trasformarsi in un vero e proprio caso pubblico. Una fila imponente di massi di calcestruzzo impilati come un gigantesco puzzle che, secondo alcune associazioni ambientaliste, ha di fatto creato una “trincea”, impedendo la vista del mare e stravolgendo uno dei paesaggi più identitari della costa tirrenica vibonese.
A sollevare ufficialmente la questione sono state le sezioni vibonesi di Italia Nostra, Archeoclub Italia e il Wwf, che hanno promosso una petizione popolare raccogliendo circa 600 firme. Una mobilitazione che ha già ottenuto un primo risultato concreto: la Soprintendenza ha annunciato un sopralluogo sul cantiere per verificare la conformità delle opere e l’eventuale presenza di difformità paesaggistiche o ambientali.
Durissimo il giudizio degli attivisti. Antonio Montesanti non usa mezzi termini: «È un’opera brutta e inutile, che deturpa un paesaggio storico che dovrebbe invece essere valorizzato. Non ha alcuna funzione reale, se non quella di proteggere un parcheggio dove, sinceramente, io non parcheggerei mai un’auto».
Una posizione condivisa da Alessandro Caruso Frezza, referente vibonese di Italia Nostra, che parla apertamente di uno scempio paesaggistico: «Hanno collocato una fila immensa di massi di cemento, creando una trincea che preclude completamente la vista del mare e del panorama verso. Un lungomare dal quale non si vede il mare non può più chiamarsi lungomare».
Secondo Caruso Frezza, l’intervento sorgerebbe in un’area sulla quale grava il dubbio dell’esistenza di vincoli ambientali e paesaggistici, e proprio per questo Italia Nostra ha chiesto l’intervento della Soprintendenza. «La soprintendenza ha risposto annunciando una verifica documentale e un sopralluogo. Attendiamo di conoscere gli esiti, ma chiediamo anche trasparenza: il progetto va mostrato ai cittadini».
Il timore delle associazioni è che l’opera, così concepita, comprometta non solo il paesaggio ma anche la vocazione turistica di Pizzo. «Non si può parlare solo di sicurezza – sottolinea Caruso Frezza –. Una promozione basata sulla distruzione del paesaggio è destinata a fallire».
Ancora più amara la riflessione di Montesanti: «Questo dovrebbe essere il lungomare di Pizzo, ma senza il mare. Un luogo storico, caro alla marineria calabrese, rischia di scomparire dietro un muraglione che impedirà persino ai pescatori di guardare il Golfo di Sant’Eufemia, un punto di riferimento da sempre».
Critico anche Pino Paolillo, referente Wwf e storico attivista pizzitano. «Qui una volta c’era il mare, era il fiore all’occhiello del paese. Per decenni abbiamo chiesto la bonifica, ed è giusto intervenire. Ma non così. Un lungomare da cui non si vede il mare è un controsenso».
Paolillo richiama inoltre l’attenzione su una contraddizione evidente: «Si parla di messa in sicurezza di quest’area, ma la vera emergenza è la marina, che rischia di scomparire con le mareggiate più forti. Qui si mette in sicurezza il nulla, mentre a pochi metri il molo di Pizzapundi è lesionato e interdetto al transito dopo gli ultimi crolli».
Sul piano tecnico, le associazioni contestano anche la scelta delle opere rigide in cemento. «Queste strutture – spiegano – creano risacche che scavano sotto le fondamenta e producono effetti negativi sulle opere vicine. Le soluzioni dovrebbero essere basate sulla rinaturalizzazione, con barriere soffolte o massi naturali, più larghi e piatti, capaci di attenuare il moto ondoso senza devastare il paesaggio».
Secondo una stima degli attivisti, l’insieme degli interventi sovrapposti nella zona potrebbe aver raggiunto un costo complessivo di 6-7 milioni di euro, un investimento pubblico che, sostengono, meriterebbe un confronto aperto e partecipato.
Ora la parola passa alla Soprintendenza, chiamata a valutare se l’opera rispetti i vincoli e il progetto approvato. Ma la richiesta che sale dal basso è chiara: trasparenza, condivisione e un ripensamento complessivo dell’intervento.
Perché, come ribadiscono i promotori della protesta, «riqualificare non può significare cancellare. E un lungomare senza mare rischia di diventare il simbolo di un’occasione persa per Pizzo».




