Due anni fa un accademico sino-canadese aveva ipotizzato uno scenario che allora sembrava poco plausibile: il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e un conflitto tra Stati Uniti e Iran al fianco di Israele prima delle elezioni di metà mandato.

All’epoca la previsione poteva sembrare una delle tante analisi speculative che circolano nell’universo geopolitico online. Oggi, però, alcune delle sue ipotesi sono tornate al centro del dibattito. In Italia è il sito Linkiesta ad averle riprese. E ad aver riportato al centro dell’attenzione anche la terza parte della teoria, formulata il 29 maggio 2024.

L’autore è Jiang Xueqin, laureato a Yale in letteratura inglese e creatore del canale di analisi geopolitica “Predictive History”.

La tesi: gli Stati Uniti rischiano una sconfitta strategica

Secondo Jiang, gli Stati Uniti potrebbero uscire sconfitti da una guerra con l’Iran. Non perché Teheran sia in grado di prevalere militarmente nel senso tradizionale del termine.

La superiorità tecnologica americana nei cieli e nei mari resta schiacciante. Il punto, sostiene l’analista, è un altro: trasformare il conflitto in una guerra lunga, costosa e destabilizzante.

Una strategia simile non sarebbe una novità. Esperienze come il Vietnam e l’Afghanistan mostrano come anche una superpotenza possa trovarsi in difficoltà quando un conflitto diventa logorante nel tempo.

Lo stretto di Hormuz: il vero nodo della guerra

Nel ragionamento dell’analista la geografia del Golfo Persico è un elemento decisivo. Lo stretto di Hormuz, passaggio marittimo tra Iran e Oman, rappresenta una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.

Ogni giorno vi transitano tra 18 e 20 milioni di barili di petrolio e derivati, circa un quinto del commercio mondiale di greggio.

Una chiusura totale dello stretto sarebbe uno scenario estremo, che nessuno – nemmeno la Cina – avrebbe interesse a provocare. Tuttavia non sarebbe necessario arrivare a tanto.

Attacchi sporadici contro navi, terminal petroliferi o infrastrutture energetiche potrebbero già generare forti ripercussioni economiche.

Le monarchie del Golfo: economie ricche ma vulnerabili

Le prime a pagare il prezzo di una destabilizzazione sarebbero le monarchie del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain.

Si tratta di economie tra le più ricche del pianeta ma anche fortemente dipendenti da infrastrutture energetiche concentrate in aree limitate.

Raffinerie, terminal petroliferi, impianti di gas liquefatto, oleodotti e porti sono spesso collocati lungo tratti di costa o nel deserto. Strutture enormi e difficili da proteggere in modo permanente.

Proprio questa vulnerabilità le renderebbe bersagli relativamente facili per attacchi con droni o missili a corto raggio.

Il vantaggio dei droni a basso costo

Uno degli elementi centrali della strategia iraniana, secondo Jiang, riguarda il rapporto tra costi di attacco e costi di difesa.

I droni d’attacco come i modelli Shahed possono costare tra i 35mila e i 50mila dollari. Teheran, sostiene l’analista, potrebbe produrne centinaia ogni giorno accumulando scorte molto consistenti.

Per neutralizzarli, invece, gli Stati Uniti e i loro alleati devono utilizzare sistemi di difesa avanzati come Patriot o Thaad.

Ogni missile intercettore può superare il milione di dollari e spesso servono più lanci per abbattere un singolo drone. Questo squilibrio economico renderebbe la difesa estremamente costosa nel lungo periodo.

L’acqua: un’altra vulnerabilità strategica

Un altro punto critico riguarda la disponibilità di acqua potabile nelle città del Golfo.

Metropoli come Dubai, Abu Dhabi, Doha o Manama dipendono quasi completamente da impianti di desalinizzazione che trasformano l’acqua marina in acqua utilizzabile.

In molti paesi della regione questi impianti forniscono tra il 60 e il 90 per cento dell’acqua consumata dalla popolazione.

La distruzione anche di un solo grande impianto potrebbe lasciare milioni di persone senza approvvigionamento idrico nel giro di pochi giorni, generando una crisi immediata.

Il possibile effetto sui mercati finanziari globali

Secondo Jiang, una destabilizzazione del Golfo potrebbe avere conseguenze anche sul sistema economico occidentale.

I fondi sovrani di Arabia Saudita, Emirati e Qatar gestiscono centinaia di miliardi di dollari investiti nei mercati globali, inclusi grandi progetti tecnologici e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.

Come ha spiegato in un’intervista al programma Breaking Points, «gli stati del Golfo sono il perno dell’economia americana» perché reinvestono nei mercati finanziari occidentali i proventi della vendita di petrolio.

Se la regione smettesse di generare quei flussi di capitale, sostiene l’analista, anche il settore tecnologico statunitense potrebbe subire un contraccolpo.

Un paese quasi impossibile da occupare

Un altro elemento chiave dell’analisi riguarda la difficoltà di un’eventuale occupazione militare dell’Iran.

Il paese conta oltre 80 milioni di abitanti e una superficie di circa 1,6 milioni di chilometri quadrati, quasi cinque volte l’Italia.

Il territorio è dominato da catene montuose come gli Zagros e gli Alborz, che rendono qualsiasi operazione militare estremamente complessa.

Secondo Jiang, per controllare stabilmente il paese servirebbero tra tre e quattro milioni di soldati, una mobilitazione irrealistica per Stati Uniti e alleati.

Il ruolo delle alleanze regionali

Nella previsione formulata nel 2024, l’analista riteneva che Teheran avrebbe potuto contare anche su una rete di alleati regionali.

Tra questi Hezbollah in Libano, le milizie sciite irachene e il movimento Houthi nello Yemen, che avrebbero potuto colpire interessi americani senza un confronto diretto.

Negli ultimi mesi però Israele ha intensificato le operazioni proprio per indebolire questa rete di alleanze costruita negli anni dall’Iran.

Il Bahrain come possibile punto di crisi

Secondo Jiang uno dei paesi più vulnerabili della regione sarebbe il Bahrain.

L’isola ospita la Quinta Flotta statunitense ma ha una popolazione a maggioranza sciita governata da una monarchia sunnita.

In caso di guerra regionale, la pressione militare iraniana potrebbe combinarsi con tensioni interne, trasformando il paese in uno dei primi punti critici della sicurezza del Golfo.

Un conflitto che potrebbe cambiare gli equilibri globali

Secondo l’analista, anche l’eliminazione della guida religiosa iraniana verrebbe probabilmente interpretata dalla popolazione come un martirio più che come una sconfitta.

Questo potrebbe rafforzare la mobilitazione interna e rendere ancora più dura la risposta del paese.

Ai suoi studenti Jiang ha sintetizzato così la sua previsione: «Quando questa guerra sarà finita, il mondo non sarà più lo stesso».

Più che una profezia, sembra una constatazione sulle conseguenze globali che un conflitto di questa portata potrebbe generare.