Gli investigatori riscrivono la trama dei traffici tra Sudamerica ed Europa: «Grazie al patto con il Pcc i calabresi non rischiano nulla per il trasporto. Guadagni tra 35 e 80 milioni a tonnellata». E la mafia carioca gestisce di tutto: dalle banche digitali alle carriere dei calciatori della Nazionale
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A San Paolo c’era la pizzeria degli Assisi, narcotrafficanti da record: era «buonissima». E in Brasile è passato per due volte da latitante Domenico Pelle, boss di primo livello della ’ndrangheta. Un patto (almeno) ventennale, sempre più stretto, tra il sistema criminale rappresentato dal Pcc (Primeiro Comando da Capital) e le cosche calabresi. In nome dei soldi, ovviamente, e dei traffici milionari di cocaina.
In principio, però, fu la camorra: nel 1990 toccò ai fratelli Bruno e Renato Torsi, latitanti, rifugiarsi in Brasile e tenere contatti con il Pcc. Mafia o sindacato criminale? Difficile a dirsi: gestisce aziende, pezzi dell’economia brasiliana, addirittura le carriere di alcuni calciatori che giocano in Europa. E ha un patto di ferro con la ’ndrangheta. Lincoln Gakiya, procuratore del Ministero pubblico di San Paolo, ne conosce le ramificazioni e la storia. E la racconta alla Commissione parlamentare antimafia. I due camorristi «si avvicinarono moltissimo a un carcerato, Mizael Aparecido da Silva, detto Misa, uno dei fondatori del Pcc».
Da quel rapporto è nato lo Statuto del Primeiro Comando, «copiato dalla camorra». Dal 1990 i membri si chiamano «fratelli», le loro mogli sono «cognate». I contatti con i Torsi, dopo il loro ritorno in Italia, sono stati mantenuti tramite lettere. L’abbraccio con la camorra, però, è un ricordo lontano. Oggi il patto chiave per gli affari criminali è quello tra Pcc e ’ndrangheta.
Latitanti con pizzerie «buonissime» a San Paolo
Gakiya elenca nomi di primo piano nelle gerarchie dei clan calabresi: «Nel 2016 nello Stato di San Paolo abbiamo avuto il boss Domenico Pelle. Non è mai stato arrestato, però abbiamo diversi registri della sua permanenza, anche nel porto di Santos dove c'era già un contatto con il Pcc».
Nella regione portuale di Santos è avvenuto anche l'arresto di Nicola Assisi e di suo figlio Patrick: «Erano latitanti da alcuni anni in Italia e vivevano a San Paolo. Avevano il compito, possiamo dire, di controllare questa alleanza con il Pcc. Sono membri della 'ndrangheta, erano a San Paolo e vivevano con documenti falsi, come se fossero commercianti italiani. Avevano anche una pizzeria, che tra l'altro era buonissima, sul lungomare di San Paolo».
Nel 2021 è arrivato l'arresto più importante, quello di Rocco Morabito, nello Stato di Paraiba. Gotha della ’ndrangheta: «Da quattro anni viveva con tutta serenità in Brasile. È stato arrestato in Uruguay, è riuscito a fuggire e per stabilirsi come manager italiano in Brasile, viveva in un resort di lusso nel nord est, aveva tutte le comodità e aveva stretto una collaborazione con Marcola e altri membri del Pcc».
Il patto tra ’ndrangheta e Pcc per il traffico di cocaina
Per Gakiya il rapporto tra Pcc e ‘ndrangheta è così stretto «che non serve più che un membro della 'ndrangheta controlli se c'è qualcuno del Pcc che sta lavorando male. Non è più necessario che ci sia qualcuno per capire se la droga è stata deviata o è stata sequestrata, perché c'è una collaborazione strettissima».
È il modus operandi del Pcc: una connessione locale, regionale e anche internazionale con altre organizzazioni criminali. «Non sono in competizione – spiega il procuratore –, sono in associazione e collaborano fra di loro. Per esempio, un criminale italiano non deve per forza andare in Sud America per comprare la cocaina, poiché correrebbe il rischio di essere arrestato. Invece, questa associazione con il Pcc fa sì che la droga venga acquistata direttamente dal Pcc, che è incaricato di comprare la droga nei Paesi produttori, di metterla nelle navi o nei mezzi che la trasporteranno e sarà poi la mafia italiana a prenderla all'arrivo in Italia, principalmente a Gioia Tauro, o in altri Paesi europei». A quel punto «la mafia locale si occuperà di distribuirla. Come la dividono? Fifty-fifty, spartiscono i guadagni a metà».
Guadagni tra 35 e 80 milioni di euro a tonnellata
L’audizione di Gakiya riscrive in parte il funzionamento del business: «La mafia italiana – spiega ai commissari antimafia – non paga un centesimo per comprare la droga in Sud America. Non c'è nessun rischio per la mafia italiana e riceve metà dei ricavi. Se pensiamo a una tonnellata di cocaina al mese, in Europa i numeri sono più alti, 500 chili vanno alla mafia locale, quella che è riuscita a fare la connessione con il Pcc. E il Pcc terrà gli altri 500 chili, che vanno benissimo perché non ha dovuto pensare a tutta la logistica per la distribuzione e vendita della droga in Europa».
Qualche calcolo sui guadagni: «Pensate che acquistano questa droga a una media di 1.000 dollari al chilo nei Paesi produttori e in Europa viene venduta in media a 35mila euro, che possono arrivare a 80mila euro, come è successo in Francia all'inizio dell'anno scorso. Se questa droga viene immessa in Africa, a Hong Kong oppure in Australia o in Oceania, parliamo di 150mila dollari al chilo. È un affare altamente lucrativo». Su una tonnellata, secondo le cifre illustrate dal procuratore, si arriva a guadagnare tra 35 e 80 milioni di euro.
Il guaio, dice ancora, è che si tratta di «una strada senza ritorno. Purtroppo è una collaborazione di successo».
Il riciclaggio globale
E per il Pcc il successo ha significato anche una ramificazione internazionale. Le autorità brasiliane hanno mappato la presenza del Pcc in altri Paesi («a volte siamo anche in grado di stilare una lista con i numeri di telefono e i nomi e il ruolo che svolgono in ogni Paese»).
Gli agganci globali aiutano il Pcc a riciclare: «Hanno iniziato con agenzie di automobili e oggi riciclano denaro tramite le banche digitali. In Brasile abbiamo duemila banche digitali, le fintech. Sfruttano fondi di investimento privati. Creano aziende e usano i soldi provenienti dal traffico internazionale in fondi di investimento privati, diversi fondi, il che rende difficile tracciare questi soldi».
Ma in patria il Pcc è presente dappertutto: nel trasporto pubblico urbano. «In Brasile – dice Gakiya – nella città di San Paolo, ci sono due grandi aziende di trasporti, che trasportano 30 milioni di passeggeri al mese, con un fatturato altissimo pari a un miliardo di reais (la moneta brasiliana, ndr) all'anno. E i capi di queste agenzie erano del Pcc. Hanno partecipato a un appalto pubblico, lo hanno vinto e forniscono un servizio importantissimo per lo Stato nell'ambito dei trasporti».
Ma ci sono altri metodi di riciclaggio, come le attività minerarie illegali nel nord del Paese, oppure la creazione di Ong per fornire servizi nell'ambito sanitario.
Il Pcc gestisce le carriere di calciatori brasiliani in Europa
Come se non bastasse, «e so che oggi questo è un problema mondiale, abbiamo le cosiddette Betsson, le società di scommesse e gioco d'azzardo, che vengono ampiamente utilizzate dal Pcc per il riciclaggio di denaro». «Purtroppo – continua la disamina –, con mio rammarico, perché sono un grande appassionato di calcio, un calciatore frustrato perché non sono riuscito a fare carriera, il Pcc è presente anche nell'ambito del calcio. Il riciclaggio di denaro è collegato ad aziende che amministrano la carriera dei calciatori. Anche di alcuni calciatori brasiliani in Europa, o della Nazionale brasiliana. Non voglio dire che i calciatori siano coinvolti, ma le aziende che amministrano le loro carriere sì. Si tratta di milioni e milioni di euro, che servono per riciclare il denaro». Più che un clan è una holding sul modello della ’ndrangheta. Che con la ’ndrangheta ha rapporti strettissimi. Tra pizzerie «buonissime» e affari multimilionari.

