Il boss Giuseppe Mancuso avrebbe trascorso parte della sua latitanza anche nel paese del Reggino, mentre ad incontrarlo una volta scarcerato si sarebbero recati nel Vibonese esponenti delle famiglie Costa e Filippone
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Delinea anche gli storici rapporti tra il locale di ‘ndrangheta di Melicucco e la cosca Mancuso di Limbadi, l’operazione della Dda di Reggio Calabria che ha fatto luce sugli affari illeciti dei clan Filippone e Costa. Un intero capitolo dell’inchiesta è infatti dedicato ai rapporti con il casato mafioso dei Mancuso e vengono in rilievo particolari del tutto inediti nei rapporti tra i vari clan.
Ad essere arrestato con il ruolo di capo promotore dell’omonimo clan di Melicucco è stato Carmelo Costa, già condannato per associazione mafiosa nella storia operazione “Crimine” del 2010. Proprio Carmelo Costa, per come emerge ora dall’inchiesta, avrebbe incontrato personalmente il boss Giuseppe Mancuso (alias ‘Mbrogghja”) una volta scarcerato in data 25 novembre 2021 dopo un periodo di detenzione ultraventennale per condanne definitive rimediate nei processi nati dalle operazioni “Tirreno”( Dda di Reggio Calabria) e Count down (Dda di Milano).
Giuseppe Mancuso latitante a Melicucco
Dalle intercettazioni viene fuori un aneddoto relativo alla latitanza di Giuseppe Mancuso, resosi irreperibile nel 1993 per sfuggire all’operazione “Tirreno” della Dda di Reggio Calabria (accusato da diversi collaboratori di giustizia, in primis Annunziato Raso, killer della cosca Molè di Gioia Tauro) e poi arrestato il 29 aprile del 1997 dai carabinieri nelle campagne di San Calogero. E’ Carmelo Costa, 56 anni, a raccontare nelle intercettazioni che parte della latitanza sarebbe stata trascorsa da Giuseppe Mancuso nel territorio di Melicucco grazie “al supporto di Rocco Santo Filippone, che tuttavia aveva omesso di rivelare la circostanza a Carmelo Costa”.
Dall'attività di indagine è quindi emersa l'esistenza di un “consolidato e risalente nel tempo rapporto di conoscenza tra la famiglia Costa e la famiglia Mancuso di Limbadi, tanto che Carmelo Costa confidava alla moglie (figlia dello storico boss di Cittanova Francesco Albanese) non solo il profondo rapporto di conoscenza esistente tra Carmelo Costa e Giuseppe Mancuso, detto "Mbrogghia", uno dei massimi esponenti della cosca Mancuso, ma soprattutto il fatto che Carmelo Costa avesse incontrato recentemente il predetto "Mbrogghia" in epoca successiva alla scarcerazione avvenuta il 25 novembre 2021”.
L’incontro tra Costa e Mancuso
Nel corso dell'incontro tra Carmelo Costa e Giuseppe Mancuso, a dire del primo, quest'ultimo si sarebbe lasciato andare a confidenze su vicende familiari riguardanti gli attriti avuti con il cugino Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni", criticando anche le relazioni di Diego Mancuso (fratello di Giuseppe). “Dal dialogo emergeva chiaramente che tali circostanze erano state riferite nel corso di un incontro di qualche giorno prima tra Carmelo Costa e Giuseppe Mancuso, nel corso del quale – spiega il gip – i due avevano rievocato i tempi passati, dimostrando che il rapporto di conoscenza risaliva ad epoca anteriore alla carcerazione di Giuseppe Mancuso avvenuta nel 1997. Costa raccontava alla moglie di avere visto Giuseppe Mancuso molto cambiato rispetto all'ultima volta”. La circostanza per cui un esponente di primo ordine della 'ndrangheta come Giuseppe Mancuso, alias “Mbrogghia”, poco dopo la propria scarcerazione, abbia deciso di incontrarsi con Carmelo Costa e quindi realizzare con questi una conversazione assolutamente confidenziale, per gli inquirenti costituisce un sicuro “indice della caratura criminale rivestita dal Costa in seno alla consorteria mafiosa in senso lato”.
I rapporti tra i Filippone e i Mancuso
In secondo luogo emergevano anche gli storici rapporti tra i Filippone di Melicucco e i Mancuso. Da una conversazione del figlio di Rocco Santo Filippone sarebbe infatti emerso che la famiglia Filippone era stata in "risalenti rapporti con Giuseppe Mancuso, detto "Mbrogghia", figura apicale dell'omonima cosca del Vibonese e soggetto ripetutamente menzionato nelle conversazioni di interesse proprio per i suoi antichi rapporti con Roccazzo”. In particolare, nel corso del pranzo dell' 11 settembre 2022 è stata captata una conversazione di interesse investigativo che conferma i rapporti decennali tra la famiglia Filippone e la cosca Mancuso. Tale intercettazione va a riscontrare altra conversazione in cui Carmelo Costa aveva evidenziato lo “storico legame che univa Rocco Santo Filippone con la cosca Mancuso, precisamente con Luigi Mancuso”, quest’ultimo zio (sebbene di età inferiore) di Giuseppe Mancuso.
Il discorso, ad avviso degli inquirenti, assumeva “immediatamente un rilevante peso investigativo, poiché Filippone affermava che vi erano nuove dichiarazioni di un pentito che vedevano, ancora una volta, coinvolto Giuseppe Mancuso in diverse attività criminose ed i presenti concordavano sul fatto che lo stesso Mancuso sarebbe stato arrestato per l'ennesima volta”. Il discorso assumeva ancora maggiore rilevanza, poiché il figlio di Rocco Santo Filippone confidava di “sentirsi in dovere di andare a Limbadi per incontrare proprio Giuseppe Mancuso”. In merito al rapporto che li lega, Giuseppe Filippone (non indagato) raccontava che il medesimo Mancuso, all'incirca trentacinque anni prima, gli aveva “dato un consiglio che lui ancora oggi custodiva gelosamente, a dimostrazione dell'estremo rispetto che egli nutriva nei confronti della cosca Mancuso”. Quest'ultimo aspetto confermava ulteriormente, per i magistrati antimafia di Reggio Calabria, il forte legame tra Filippone Giuseppe e l'esponente della cosca Mancuso, relazione così forte ed importante da porre in secondo piano anche eventuali conseguenze giudiziarie discendenti da un incontro, ad ulteriore riprova del profondo rispetto nutrito nei confronti di Giuseppe Mancuso, tale da rievocare un vecchio ricordo che risaliva ad oltre trentacinque anni fa”.
Rocco Santo Filippone nel luglio scorso, unitamente al boss di Cosa Nostra, il palermitano Giuseppe Graviano, è stato condannato all’ergastolo nel processo nato dall’operazione “Ndrangheta stragista”. E’ stato ritenuto uno dei mandanti degli agguati contro i carabinieri compiuti tra la fine del 1993 e l'inizio del 1994 in Calabria. Rocco Santo Filippone è ritenuto anche legato alla cosca Piromalli di Gioia Tauro, consorteria da sempre alleata ai Mancuso. Giuseppe Mancuso non risulta indagato nell’operazione contro i clan di Melicucco.



