«Ho perso mio fratello e mio figlio», così esordisce davanti ai magistrati della Dda di Catanzaro Viola Inzillo, sorella di Salvatore Inzillo – ucciso in via Vittorio Emanuele III a Sorianello il 21 giugno 2017 – e madre di Bruno Lazzaro, accoltellato a morte dal cugino Gaetano Muller il 4 marzo 2018 a Sorianello.
Il 26 novembre 2020 Viola Inzillo si presenta davanti al pm della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci.
In quel particolare momento storico il nipote Gaetano Muller era stato condannato in primo grado a 30 anni di reclusione per l’omicidio del figlio (pena che in Appello e poi in Cassazione, nel 2022, passerà a 16 anni di reclusione, per l’esclusione della premeditazione). Muller ha affondato una lama per 13 centimetri nel fianco del cugino perché geloso del rapporto che questi aveva con la propria fidanzata.

I mandanti e il fiancheggiatore

Nel 2020 restava ancora aperto il capitolo sull’omicidio, a colpi d’arma da fuoco, del fratello Salvatore e Viola Inzillo dice, senza mezzi termini, che sperava che dopo la condanna a 30 anni il nipote Gaetano Muller «mi avrebbe detto come sono andati i fatti perché tante cose non tornano».
Dopo l’operazione di mercoledì scorso i carabinieri e la Dda ritengono di aver dato un nome ai mandanti dell’omicidio di Salvatore Inzillo. Si tratterebbe di Giovanni Alessandro Nesci, detto Alex e Nicola Ciconte, entrambi affiliati ai Loielo e pronti a eliminare Inzillo, scrive la Dda, perché ritenuto legato alla cosca rivale degli Emanuele.
A dare supporto logistico, fornendo un alloggio in cui organizzare le fasi precedenti e successive all’agguato, sarebbe stato Luciano Nesci, anche lui ritenuto affiliato ai Loielo.
Sconosciuti sono i killer, coloro che hanno eseguito l’agguato e che si sono poi dileguati tra i vicoli di Sorianello.

Pollice verso per Salvatore Inzillo

Nel corso della faida sanguinosa tra Loielo ed Emanuele i morti scorrono come i grani di un rosario. Per citare alcuni casi: a giugno 2012 viene ucciso a copi d’arma da fuoco Nicola Rimedio, ad aprile 2013 Salvatore Lazzaro. Tutti esponenti dei Loielo. Dopo questi fatti di sangue c’è il tentato triplice omicidio di novembre 2015 a Valerio, Walter e Rinaldo Loielo.
Secondo il collaboratore di giustizia Walter Loielo, proprio dopo quest’ultimo attentato il clan si era deciso ad uccidere Salvatore Inzillo.

Le liti con i Nesci

La Dda annota i trascorsi «tra la vittima e i vari componenti della famiglia Nesci, con i quali già in passato vi è traccia di una situazione tesa con liti e minacce di morte». In più «dai primi accertamenti nell’immediatezza dei fatti è emerso che gli autori materiali dell’agguato dovevano conoscere la zona ove si è verificato il delitto in quanto si sono dileguati dalle viuzze dove certamente, da quanto ricostruito, hanno avuto un concreto aiuto materiale».
Il giorno del delitto, Alex Nesci si sarebbe più volte inserito nel campo visivo delle telecamere dell’apparato di video sorveglianza per darsi un alibi mentre, allo stesso tempo, dalla propria abitazione poteva seguire l’evolversi del delitto «in quanto dal secondo piano dell’immobile ha un ampia visuale lungo via Vittorio Emanuele III di Sorianello».

Le intercettazioni

Importanti sono le intercettazioni dei familiari della vittima. Michele Nardo, marito di Viola Inzillo, afferma che «sono stati due che hanno sparato». Secondo la Dda le intercettazioni – estrapolate dall’inchiesta Black Widows – rivelano molto. Le sorelle «palesano la loro certezza di chi sia stato ad uccidere il fratello. Sono sempre loro ad indicare i possibili moventi per cui sarebbe stato ucciso il fratello: “a certi cani del paese ... gli dava fastidio ... e l’hanno ammazzato per invidia...!!!... Solo per invidia!!!…”». Darebbero anche una direzione sui mandanti: «“Non sono stati loro...!!... Li hanno mandati loro…”» e fornirebbero indicazioni precise su chi sia stato a dare aiuto materiale a seguito della perpetrazione del delitto: «“dentro la casa il " vajarusu " li hanno tenuti!!!… E Cima li guardava da là “… “Dentro la casa del " vajarusu "... !!!”».
Ora, il “vajarusu” sarebbe il soprannome col quale è conosciuto Luciano Nesci e “Cima” sarebbe lo pseudonimo col quale è conosciuta la famiglia della moglie di Luciano Nesci.

La versione di Viola Inzillo

Detto ciò, resta la versione che il 26 novembre 2020 Viola Inzillo rilascia agli inquirenti.
«Mio figlio prima di essere ucciso si è allontanato dalla Calabria ed è stato tra Milano e Torino. È tornato in Calabria una settimana prima dell’omicidio: appena è arrivato a casa mi ha detto di sapere delle cose molto importanti sull’omicidio di mio fratello Salvatore Inzillo, aggiungendo che voleva avere delle conferme prima di riferirmele».
In questo racconto che Bruno Lazzaro riferirà alla madre prima di essere ucciso c’è un nome omissato che più volte compare nella narrazione.
Il figlio Bruno, dice Viola Inzillo, era venuto a conoscenza del fatto che «I Nesci avevano avuto un confronto con un cugino degli Emanuele: il primo aprile dell’anno 2017, anno in cui è avvenuto l’omicidio di mio fratello Salvatore Inzillo, prima che mio fratello fosse ammazzato, c’è stato un tentato omicidio nei confronti di uno dei Nesci (in sede di rilettura aggiunge: si tratta di Giovanni Alex Nesci). Questo agguato è avvenuto ad una decina di metri di distanza dalla casa di un cugino degli Emanuele, che si chiama omissis. Dopo questo fatto, per circa un mese, omissis non è andato a lavorare perché aveva paura; così dicevano in giro la moglie ed i familiari dello stesso omissis».

Le insinuazioni

Viola inzillo racconta quello che le riferisce il figlio anche a suo fratello Salvatore il quale le rivela che in quei giorni ha notato «delle persone, due o tre, quasi incappucciati che si infilano nei vichi di Sorianello e vanno verso dove abita la suocera di omissis. Si infilano in quei vichi e poi non li vedo più». Questi vicoli spuntato anche davanti al bar che frequenta Salvatore Inzillo. «Mio fratello stesso – nota Viola Inzillo – pensava che avrebbero voluto uccidere omissis ed invece, dopo circa 15 giorni, è stato ucciso proprio mio fratello».

Il racconto di Viola Inzillo è intriso di sospetti, liti familiari, insinuazioni che diventano condanne a morte.
Dice che suo figlio Bruno le aveva confidato di un incontro che Alex Nesci avrebbe avuto, con il già nominato omissis, dopo l’agguato subito il primo aprile 2017. Un incontro che sarebbe stato caldeggiato anche dagli Emanuele, in particolare dal presunto reggente Franco Idà. In quell’occasione l’uomo assicura a Nesci che lui e i suoi parenti di Gerocarne (gli Emanuele) non c’entrano nulla con quella vicenda. Poi insinua: «Ti sei dimenticato della rissa che hai avuto anni fa? con Turi “U Rizzu”». U Rizzu è il soprannome di Salvatore Inzillo, ucciso, fa notare Viola Inzillo «dopo circa 15 giorni».

I sospetti sul nipote

Con le propria dichiarazioni Viola Inzillo falcia tutti, anche il nipote Gateano Muller, condannato per aver ucciso il figlio. La Inzillo lo accusa di non aver soccorso il fratello subito dopo l’agguato. Dice di aver saputo da un prete che Muller scendeva dalle stesse scale da cui era fuggiti i killer. La donna afferma che Muller «doveva avere visto il corpo di mio fratello a terra e non ha fatto nulla, lasciandolo li e recandosi a casa». Sono parole che, però, non hanno trovato nessun aggancio nelle investigazioni dei carabinieri e della Dda.

Il fidanzamento con la Emanuele

Il racconto di Viola Inzillo mostra come, a certe latitudini, tutto rappresenti un codice comportamentale: un fidanzamento, una cena rifiutata, un messaggio ricevuto.
Un momento di rottura all’interno della famiglia avviene con il fidanzamento, nell’inverno 2017, di Gaetano Muller con una appartenente alla famiglia Emanuele. Salvatore Inzillo era così contrariato da prendere a botte il ragazzo pur di istigarlo «a lasciare perdere questa ragazza». Anche lei non vedeva di buon occhio quel fidanzamento, e lo diceva apertamente.
«Hanno ammazzato mio fratello e mio figlio perché io e mio fratello siamo quelli che hanno parlato di più», confida alla Dda Viola Inzillo.
Due o tre mesi prima del fidanzamento Salvatore Inzillo aveva rifiutato, dice la sorella, di salire dai Loielo a mangiare una pizza. Quando Muller portò a casa la ragazza «i Nesci sparsero la voce che la nostra famiglia si era associata agli Emanuele, ed allora qualcuno esclamò che quello era il motivo per cui non era andato a mangiare dai Loielo».

Quando messaggi e pettegolezzi possono diventare mortali

Un altro elemento di rottura si verifica a un pranzo di Pasquetta, quando si mette in mezzo la moglie di uno degli invitati. Questa aveva visto la fidanzata di Muller mandare un messaggio a Bruno Lazzaro, dice Viola Inzillo, e lo aveva riferito a tutto il clan Emanuele. Apriti cielo. Salvatore Inzillo viene convocato dagli Idà, reggenti degli Emanuele, con l’invito a picchiare per bene il nipote «talmente forte da non potersi più alzare dal letto, e di dirgli di non permettersi mai più di mandare messaggi». Ma Viola Inzillo insiste dicendo che suo figlio non aveva inviato nessun messaggio alla fidanzata del cugino. Era stata lei a scrivergli, «lui non aveva assunto alcuna iniziativa, inoltre dal contenuto del messaggio si capiva che non c’era niente di male, quindi per mio fratello era finita così». Tutto rappresenta un codice comportamentale che implica delle conseguenze. Viola Inzillo, dopo la perdita di un figlio e di un fratello, ha rotto un tabù di quelle contrade: è andata a parlare con i magistrati. Vada come vada, la sua versione, oggi, è impressa nelle carte dell’inchiesta.