Una Fiat Punto grigia ripresa dalle telecamere e notata dalla gente. Non solo. L’auto era stata anche fermata per un controllo risultato negativo alla perquisizione. Eppure i due abitanti del veicolo, Nicola Ciconte classe ’89, e Bruno Lazzaro, classe ’88, annotano i carabinieri, erano stranamente agitati.
Era il 25 ottobre 2012. In quel periodo il territorio delle Serre vibonesi era fortemente presidiato perché teatro di continui attacchi sanguinari tra gli appartenenti delle cosche Emanuele e Loielo. I telefoni di soggetti considerati legati ai clan erano sotto intercettazione.
All’epoca Ciconte e Lazzaro avevano rispettivamente 23 e 24 anni. Oggi sono accusati di essere stati i basisti dell’agguato che doveva colpire Domenico Tassone e ha invece ucciso il 19enne Filippo Ceravolo.

A pianificare e ordinare il delitto sarebbe stato, dice la Dda di Catanzaro, Rinaldo Loielo, classe ’91 (all’epoca 21 anni), mentre a sparare con fucili calibro 12 sarebbero stati Giovanni Alessandro Nesci, detto Alex, classe ’90 (22 anni nel 2012), e Pasquale De Masi, classe ’84, (28 anni, il più “vecchio” del gruppo). Quei ventenni, 13 anni dopo, sono accusati dell’omicidio di Filippo Ceravolo e del tentato omicidio di Domenico Tassone, che allora aveva 28 anni.

Il controllo la sera del delitto

Ai carabinieri che li avevano fermati a Vallelonga-Vazzano i due presunti basisti, ora in carcere con l’operazione eseguita ieri, hanno riferito «di provenire da Serra San Bruno per motivi di lavoro e di essere diretti presso le proprie abitazioni (a Sorianello, ndr) percorrendo la S.P. 53, a loro dire più comoda e veloce della strada “dei carbonai”, piena di buche e di curve».
I tabulati telefonici li smentiscono, scrive il gip Arianna Roccia: dopo il controllo non sono tornati a casa ma siano rimasti insieme ancora a lungo e, soprattutto, si sono diretti a Vazzano, proprio dove si trovava Domenico Tassone. Tra l’altro anche la versione della strada più agevole non convinceva perché il percorso migliore sarebbe stato quello della SS 182 che non passa da Vazzano.
Due anni dopo Ciconte e Lazzaro sono stati convocati dagli inquirenti «hanno dichiarato (peraltro concordando la versione da fornire) di trovarsi in quel luogo perché dovevano parlare con un dj per una festa».
Lo stesso Tassone – tratto in arresto l’8 aprile con l’accusa di associazione mafiosa – pur negando di conoscere le cause di un agguato ai suoi danni dice ai militari che la gente aveva notato una Fiat Punto.

Quella domanda «singolare» ai carabinieri

Un episodio singolare avviene un mese dopo il delitto. Il 29 novembre 2012 i militari del Comando provinciale eseguono un controllo a Salvatore Lazzaro, fratello di Bruno, sottoposto agli arresti domiciliari nella sua casa di Gerocarne. Durante il controllo arriva Bruno Lazzaro che aveva un giornale con la notizia di un arresto per tentato omicidio nel quale erano coinvolti anche i basisti che avevano dato il segnale ai killer. C’è da premettere che secondo la Dda Lazzaro e Ciconte, tra le altre cose, hanno dato tre suoni di clacson ai killer per avvertirli dell’arrivo dell’auto di Tassone. Bruno Lazzaro allora si rivolge ai carabinieri e chiede loro quale fosse la pena prevista per coloro che, pur non partecipando direttamente al fatto, avessero collaborato nell’omicidio, anche solo facendo “lo squillo” agli autori materiali. Il gip rileva la «singolarità della domanda».

Paura per la telecamera

I due ventenni si agitano anche quando apprendono che gli investigatori stanno analizzando le telecamere. «… hanno trovato quella ...camera però (bestemmia) – dice Lazzaro mentre si trovano nella sala d’attesa dei carabinieri –. No, no, non parlo, non dico manco una parola, adesso butto telefoni, butto tutto! Non dico nemmeno una parola, mi vendo anche la macchina». Ciconte cerca di calmarlo e a “stare buono” e a “non parlare”. In quell’occasione i due concordano la versione comune da fornire – scrive il gip – «per “farla franca”». I due ventenni sono guardinghi: hanno paura che vi siano telecamere a registrarli, fanno finta di leggere una rivista, concordano di non parlare ma di scambiarsi messaggi: «Cancella e scrivi altro!». 

Intercettazione strategica

Come già premesso, diverse persone considerate legate a contesti di mafia erano sottoposte a intercettazione nel corso della guerra di mafia delle Serre vibonesi.
Tra queste intercettazioni appare rilevante, a giudizio del gip, una conversazione tra Michele Nardo (indagato quale partecipe della cosca Emanuele) e Rosa e Viola Inzillo (non indagate in questo procedimento).
Nardo parla dell’omicidio di Filippo Ceravolo indicando Alex Nesci e Bruno Lazzaro, quali autori dell’omicidio, riferendo due dettagli del tutto coerenti con gli esiti investigativi: il ruolo di “autista” di Bruno Lazzaro (individuato quale soggetto che aveva accompagnato Nesci e altri sul posto) e la presenza di una telecamera che aveva immortalato l’auto di Lazzaro.
Nardo sostiene che «Alex… c’entra per l’omicidio di Filippo» e che «lo ha accompagnato Lazzaro».
«Niente di meno... – risponde Viola Inzillo – all’epoca subito te l’ho detto... che c’era una telecamera…» e aggiunge che si tratta della «telecamera di Nuzza che vendono elettrodomestici... ha preso la macchina di Bruno Lazzaro che ha accompagnato alcuni…».

Una conversazione importante gli occhi del gip che «oltre a cristallizzare definitivamente il contributo di Bruno Lazzaro», fa da riscontro al racconto del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena, «che ha indicato a chiare lettere Giovanni Alessandro Nesci» quale responsabile della sparatoria che ha raggiunto mortalmente Filippo Ceravolo.

Gli indizi rilevanti e quelli inconsistenti

Il gip Arianna Roccia ha considerato «integrata la gravità indiziaria» a carico di Giovanni Alessandro Nesci, Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro, anche alla luce del fatto che prima dell’agguato Lazzaro e Ciconte abbiano incontrato Nesci e che l’incontro sia stato preceduto da uno scambio di messaggi dal tenore criptico “Undi coz du minuti” dove per “coz” si intende località “il Cozzo” che corrisponde alla zona che inizia dalla statale 182 fuori dal centro abitato direzione Soriano Calabro - Serra San Bruno. Il significato del messaggio è stato «immediatamente colto da Nesci che si è limitato a rispondere “ok”», afferma il giudice.

Il gip non ha rilevato gravi indizi nei confronti di Rinaldo Loielo: «… per quanto sia altamente verosimile che i predetti non abbiano agito in autonomia – scrive –, ma sotto la (consueta) regia di Rinaldo Loielo, deve evidenziarsi l’assenza di elementi indiziari gravi, univoci e concordanti a carico di quest’ultimo».
Stesso discorso vale per Pasquale De Masi. Per quanto nominato dai collaboratori di giustizia, gli elementi raccolti a suo carico vengono considerati «inconsistenti».