Fisico robusto, italiano stentato. Vasile Girgiz, 55 anni, è di origini rumene ed è arrivato in Italia con la famiglia nel 2005.
Nel 2016, anno in cui è scomparsa Maria Chindamo, lavorava a Laureana di Borrello nell’agrumeto di Francesco Arcieri, figlio di Vincenzo Arcieri, cognato di Maria Chindamo. Girgiz è indagato per fatti collegati alla morte di Maria Chindamo, per l’esattezza per false dichiarazioni al pm. Oggi in aula, però, assistito dall’avvocato Caterina De Luca, ha deciso di rispondere alle domande del pubblico ministero Annamaria Frustaci nell’ambito del processo che vede unico imputato Salvatore Ascone, accusato di aver partecipato, con persone allo stato ignote, all’omicidio dell’imprenditrice agricola di Laureana di Borrello.

La visita nel bar di Vincenzo Chindamo

Perché la testimonianza di Valsile Girgiz è importante?
Perché nel luglio 2018 il rumeno si presenta nel bar-tabacchi di Vincenzo Chindamo, fratello di Maria. Dice che sa tutto perché «sacciu cumu funziona chilla machinetta (so come funziona quella macchinetta, nr)». Usa un linguaggio criptico e mentre Vincenzo Chindamo lo sprona a parlare, Girgiz dice che no, lui parlerà ma lontano dalla Calabria, in un’altra città o in Romania, se Vincenzo ha voglia di seguirlo, perché lì ha paura che gli taglino la testa. Vincenzo Chindamo non lo seguirà all’estero ma registra quell’incontro e consegna tutto all’autorità giudiziaria. All’epoca Girgiz, interrogato per quelle dichiarazioni ritrattò tutto venendo indagato per false informazioni al pm.

L’incontro con il cacciatore

Oggi, con non poche reticenze, ha deciso di rispondere alle domande. Ha raccontato che dopo la scomparsa di Maria Chiandamo, lui, sua moglie Maria e un altro operaio di nome Giovanni Capone erano stati mandati da Francesco Arcieri in terreno denominato Perseo. Erano fermi a un incrocio, con Capone che guardava sempre il telefonino prima di allontanarsi per andare in bagno. In quel frangente Girgiz nota una persona che passa dall’incrocio a una distanza di circa 20 metri da lui. Il rumeno non lo vede in volto ma ricorda che era vestito «da cacciatore» con una mimetica di tipo militare. E dopo 5/10 minuti fa ritorno Capone con la testa piena di sangue. Girgiz ricorda di essersi tolto la maglietta per aiutare l’operaio a tamponare la ferita. Giovanni Capone gli avrebbe detto di «essersi fatto male con un ramo».

Ascone in compagnia di Arcieri

Poco tempo dopo afferma di aver riconosciuto dalla fisionomia quello stesso “cacciatore” nella tenuta di Francesco Arcieri, in compagnia del suo datore di lavoro. Era Salvatore Ascone e si trovava lì per un escavatore, «lo prendeva la mattina e lo riportava la sera», dice rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile Antonio Cozza. Ma dice anche di più.
C’è da fare, però, una piccola premessa per mettere in fila i fatti.
Dopo essere stato nel bar di Vincenzo Chindamo, a luglio 2018, Vasile Girgiz è stato tratto in arresto per maltrattamenti in famiglia.
In carcere divide la cella con Maurizio Oppedisano. E poco dopo, nello stesso carcere, arriva anche Salvatore Ascone, arrestato dalla Procura di Vibo per l’omicidio Chindamo (è il primo arresto, dal quale lo scarcererà il riesame). Girgiz dice di averlo riconosciuto perché lo aveva visto da Francesco Arcieri e lo racconta a Maurizio Oppedisano.

Le ritrattazioni di Oppedisano

L’accusa ricorda a Girgiz che, secondo i fatti ricostruiti, lui aveva riconosciuto Ascone nel corso di una puntata di Chi l’ha visto?, dedicata alla scomparsa di Maria Chindamo e, rivolto a Oppedisano, avrebbe asserito che, una volta uscito di prigione, avrebbe «vomitato tutto».
Lo racconta lo stesso Oppedisano a Vincenzo Chindamo, nel 2021. Anche lui - come aveva fatto Girgiz nel 2018 - nel 2021 si presenta nel bar di Chindamo. Gli racconta di aver diviso la cella col rumeno il quale la sera in cui avevano guardato insieme “Chi l’ha visto?” gli aveva raccontato molte cose.
Anche Oppedisano viene registrato, anche lui davanti al pm ritratta tutto e viene indagato per false informazioni. E questa mattina, davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro, ha deciso di continuare a mantenere il silenzio. «Non voglio rispondere», ha detto scuotendo la testa.

Preso in disparte «lontano da microspie»

Girgiz, invece, ha parlato e, anche se non ha “vomitato” tutto, qualche rigurgito lo ha avuto.
Nel corso dell’esame con l’avvocato Cozza ha affermato che, una volta uscito dal carcere, Francesco Arcieri gli ha chiesto di parlare in un luogo «lontano da microspie», informandosi «su cosa avessi fatto in galera».

Le perquisizioni nell’azienda Arcieri

Nel corso dell’udienza, questa mattina, è stata sentita anche Maria Girgiz, moglie di Vasile. Anche lei ricorda l’episodio di Giovanni Capone con la testa rotta. Lei però ricorda che Capone raccontò di essersi ferito cadendo mentre andava in bagno e poi avrebbe detto che sarebbe andato all’ospedale di Polistena.
In più, Maria Girgiz, che nel 2016 lavorava per Vincenzo Arcieri, padre di Francesco, ricorda che dopo la scomparsa di Maria Chindamo arrivarono in azienda i carabinieri che sequestrarono tutti i macchinari di Arcieri e perquisirono la zona arrivando a scavare «dietro il magazzino».