Una frase attribuita a Matteo Salvini, pronunciata nel pieno dello scontro istituzionale seguito alla bocciatura della delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto, compare nelle intercettazioni depositate dalla Procura di Roma nell'inchiesta sui presunti tentativi di influenzare il controllo di legittimità della Corte dei conti.

«Mi ha scritto comunque. Ha detto: “Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia...”. Ti ho già detto tutto».

A riferirlo è Giacomo Saccomanno, all’epoca referente della Lega in Calabria nonché membro del cda della Stretto di Messina e oggi indagato insieme all'imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio e all'ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele.

Secondo i magistrati romani, Saccomanno e Virgiglio avrebbero prospettato incarichi e altri vantaggi a Miele nel tentativo di favorire il via libera alla delibera relativa all'opera da 13,5 miliardi di euro. Un'accusa che i diretti interessati respingono.

Le carte dell'inchiesta restituiscono il clima che precede la decisione della magistratura contabile.

È il 2 ottobre 2025. Mancano meno di quattro settimane al pronunciamento della Corte dei conti e Saccomanno appare fiducioso. Alle 12.13 telefona a Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina, che non risulta indagato.

«Ho una buona notizia da darti», dice.

«Abbiamo vinto al Totocalcio?», scherza Ciucci.

«Ancora no, ma potremmo vincere», replica Saccomanno, insistendo per vedersi di persona.

Per gli investigatori, quella «buona notizia» potrebbe riferirsi a informazioni riservate sull'orientamento della Corte, notizie che avrebbero dovuto rimanere coperte da segreto e che, secondo l'ipotesi accusatoria, potrebbero essere transitate attraverso Tommaso Miele o altri magistrati contabili.

Il sospetto trova ulteriore alimento in una conversazione del 10 ottobre, nella quale Virgiglio afferma di avere «altri due membri... molto importanti, molto importanti», espressione che, secondo gli inquirenti, sarebbe riferita ad altri componenti del collegio giudicante.

Ma il piano, sempre secondo la ricostruzione investigativa, non produce l'effetto sperato.

Il 29 ottobre la Corte dei conti respinge la delibera Cipess, appena ventiquattro ore prima dell'evento romano intitolato Un ponte per crescere, che avrebbe dovuto trasformarsi in una vetrina politica per rilanciare il progetto.

Nelle conversazioni intercettate emerge tutta la delusione di Saccomanno.

«È stato un provvedimento eversivo, la Corte dei conti non può entrare nel merito del progetto», sostiene parlando con un giornalista.

Il cronista osserva che «la cosa strana» sarebbe stata l'assenza del presidente aggiunto della Corte, che «assisteva sempre».

«Lì hanno deciso undici presidenti, quindi lo avranno messo in minoranza», replica Saccomanno.

Per i carabinieri del Ros, il riferimento sarebbe proprio a Tommaso Miele.

La conversazione si sposta poi sul rapporto tra la decisione della Corte e la riforma della magistratura contabile promossa dal governo.

«La Corte dei conti vuol far pagare al governo la riforma che si sta facendo sulla Corte dei conti, che limiterà moltissimo i poteri della Corte. E questa è la risposta», afferma Saccomanno.

È in questo contesto che il dirigente leghista riferisce il messaggio attribuito a Salvini.

Non è chiaro quando il vicepremier avrebbe pronunciato o scritto quella frase, né se fosse riferita direttamente alla bocciatura della delibera. Resta però agli atti dell'indagine come uno degli elementi che descrivono il clima di tensione politica e istituzionale maturato attorno all'opera simbolo del governo.

Sul piano giudiziario, la Procura di Roma contesta a Saccomanno, Virgiglio e Miele, a vario titolo, i reati di corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio. L'inchiesta è ancora nella fase delle indagini preliminari e tutte le ipotesi accusatorie dovranno essere vagliate nel contraddittorio tra le parti.

L'esito della vicenda, tuttavia, rischia di andare oltre il destino amministrativo del Ponte sullo Stretto. Perché nelle intercettazioni affiora un conflitto più ampio: quello tra un governo deciso a ridimensionare il ruolo della magistratura contabile e una Corte che rivendica la propria funzione di controllo sulla spesa pubblica. Un confronto che, almeno nelle parole attribuite al ministro delle Infrastrutture, assume ormai i toni di una vera e propria dichiarazione di guerra istituzionale.