Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri non arretra e non ritrattata. Travolto da una bufera politica che continua ad allargarsi a ridosso del referendum sulla riforma della giustizia, il magistrato simbolo della lotta alle mafie respinge al mittente le richieste di scuse e rivendica la legittimità delle proprie parole. Nessun passo indietro: la linea resta quella della fermezza.

Al centro della polemica, le dichiarazioni rilasciate in un’intervista video sul voto referendario, da cui si è innescata una reazione durissima del centrodestra e del governo.

A incendiare ulteriormente il clima, le parole del Guardasigilli sul Consiglio superiore della magistratura, definite da Gratteri senza mezzi termini. «Per me, queste parole non si commentano per nulla. O si commentano da sole. In ogni modo, inaccettabili», taglia corto il procuratore, tracciando una distanza netta da un linguaggio che considera incompatibile con il ruolo istituzionale di un ministro della Giustizia.

Quanto alle frasi che gli vengono contestate, Gratteri ribadisce di aver chiarito fin dall’inizio il contesto in cui sono state pronunciate. «Io ho chiarito subito. E ho specificato il contesto: si trattava di un frammento estrapolato, di pochi secondi, da un ampio dialogo. Un ragionamento inserito nell’ambito delle attività di contrasto alle zone grigie e al crimine organizzato». Una precisazione che, a suo avviso, rende evidente come la polemica sia frutto di una lettura strumentale. «Chi ha seguito tutto non credo sia stato colto da dubbi».

Nonostante ciò, le richieste di scuse continuano ad arrivare, accompagnate da accuse di aver offeso “milioni di italiani”. Ed è su questo punto che Gratteri mostra la sua posizione più intransigente. «Ma scusare di cosa?», risponde, respingendo l’idea stessa di doversi giustificare. Il procuratore rivendica il diritto di esprimere una valutazione politica e istituzionale all’interno di un sistema democratico: «Esprimendo la mia opinione in un paese democratico dove c’è la libertà di pensiero, ho detto che voteranno sì certamente le persone a cui il sistema, voluto dalla riforma, conviene».

Nel merito, Gratteri chiarisce ancora una volta il senso delle sue affermazioni, sottolineando che la riforma favorirebbe chi non vuole essere sottoposto al controllo di legalità. «Un sistema che conviene a chi non vuole essere controllato dalla magistratura. Mentre non conviene a chi non teme la magistratura, e anzi vuole – chiede – il controllo di legalità sulle azioni di tanti che possono avere rilievi di carattere penale». E aggiunge, chiudendo ogni spazio a interpretazioni distorte: «Ripeto definitivamente: non ho detto, come strumentalmente vogliono fare credere, che quelli che votano sì sono tutti appartenenti a centri di potere oppure persone non perbene».

La reazione politica, per Gratteri, era ampiamente prevedibile. «Purtroppo sì, per me non è stata una sorpresa», ammette, spiegando di essere abituato da anni a questo tipo di attacchi. A sorprenderlo, semmai, è stato l’effetto opposto: «Non mi aspettavo invece, e credo non lo prevedesse neanche chi mi ha attaccato, le tante manifestazioni di solidarietà». Un sostegno che, secondo il magistrato, conferma la correttezza del percorso intrapreso.

Sotto scorta da decenni per le minacce della ’ndrangheta, Gratteri rivendica una continuità personale e professionale che prescinde dalle polemiche del momento. Anche di fronte agli attacchi più duri, ribadisce il suo metodo: «Vogliono continuare a strumentalizzare ancora per settimane le mie parole? Facciano pure. Penso che in tanti abbiano capito».

Altro passaggio dell’intervista riguarda le tante critiche ricevute da un centrodestra che in passato ha spesso incensato Gratteri: da icona è diventato una toga da mettere sotto processo. Anche su questo il procuratore taglia corto: «Problema non mio, va chiesto a loro, non a me»

Una posizione che sintetizza il senso dell’intera vicenda: nessuna marcia indietro, nessuna concessione alla pressione politica e, soprattutto, nessuna scusa. Per Gratteri, andare avanti significa difendere il diritto di parola e il ruolo della magistratura senza arretramenti, anche a costo di restare al centro dello scontro.