Il confronto sulla riforma della giustizia, già da tempo sedimentato come materia incandescentemente identitaria della vicenda repubblicana, ha conosciuto, nelle ultime ore, una torsione ulteriore, quasi una combustione retorica. La discussione ha cessato di appartenere al lessico tecnico‑giuridico per scivolare dentro una dimensione emotiva, simbolica, perfino antropologica. La puntata di Perfidia (qui il link per rivederla) si è aperta con la notizia deflagrante delle dichiarazioni del procuratore Nicola Gratteri, divenute in pochi giorni materia di cronaca politica permanente e detonatore di una contrapposizione radicale.

A guidare il confronto Antonella Grippo, incalzante fino alla chirurgia dialettica, capace di interrogare senza indulgenze, di interrompere, di riportare ogni interlocutore alla responsabilità delle proprie parole. Una conduzione serrata, ironica, implacabile, costantemente sfruculiante.

Per il fronte del No era presente il senatore del Movimento 5 Stelle Ettore Licheri. Per il fronte opposto interviene Antonio Di Pietro, membro del Comitato Sì Separa – fondazione Einaudi.

Secondo Di Pietro: «Chi vota no è da annoverare tra il centro di potere che non ama una magistratura agile e vigorosa».

E sulle parole di Gratteri: «Cerca di parlare alla pancia dei cittadini e non alla testa.» Prosegue poi incalzando maggiormente: "Lui ci marcia. Fa di tutto per far parlare di sé attraverso i media".

Poi, prosegue con un passaggio delicatissimo: «Sono i calabresi a dover decidere, se l’operato di Gratteri in Calabria sia stato efficace (e certamente per certi aspetti lo è stato) oppure se ha avuto dei punti fallimentari».

Ma Di Pietro è implacabile, e come un fiume in piena prosegue: «Gratteri sta approfittando del suo ruolo per indurre i cittadini ad una sua scelta».

La Grippo osserva con pungente leggerezza: «Voi due, Gratteri e Di Pietro, vi somigliate un po’.»

Ma la risposta di Di Pietro è emblematicamente perfida: «Non confondere il grano con il loglio»

Nel corso del confronto, Antonio Di Pietro introduce una delle immagini più crude della serata: «Il pubblico ministero arriva dopo che è stato commesso il reato, come il becchino arriva dopo che è morto qualcuno».

A quel punto Antonella Grippo rievoca il passato di Di Pietro: «Tu sei stato il fustigatore dei costumi di Silvio Berlusconi e ora ti ritrovi tra i berlusconiani».

Di Pietro replica: «I berlusconiani vogliono fare credere che questa sia la riforma voluta da Berlusconi. Berlusconi voleva una giustizia sul modello svizzero, una magistratura che stesse sotto il governo».

E sostiene che la riforma darebbe invece più indipendenza al pubblico ministero e al giudice, soprattutto al giudice.

La Grippo prosegue con tono ancora più penetrante: «Il tintinnio delle manette del tuo passato mal si coniuga con la linea garantista che hai assunto adesso. Non è che vuoi vendicarti della magistratura che ha indagato su di te?».

Di Pietro risponde: «Non mi sono difeso dal processo ma nel processo. Essendo onesto ne sono uscito pulito. Non si tratta di troppe identità: sono identità consequenziali». E aggiunge: «Ho vissuto trent’anni nella magistratura. Oggi pochi cittadini hanno fiducia nella magistratura. Bisogna ridare fiducia ai cittadini nella magistratura».

La giornalista ricostruisce quindi la polemica degli ultimi giorni: Nicola Gratteri sostiene che chi vota per il sì alla riforma finirebbe per favorire interessi che trarrebbero beneficio da una magistratura più debole.

Interviene il senatore Ettore Licheri: «Chi è intervenuto in questa polemica non ha assolutamente ascoltato con attenzione le parole di Gratteri. Non ha detto che tutti quelli che votano sì appartengono alla malavita. Ha detto che queste categorie hanno da guadagnare da una magistratura più debole».

Il senatore prosegue sottolineando come, a suo giudizio, i sostenitori del Sì accusino i contrari di terrorismo argomentativo, evocando scenari apocalittici, mentre la riforma — affermano — non toccherebbe l’articolo 104 della Costituzione. E insiste: Gratteri possiede una storia di lotta alla mafia, di resistenza e resilienza vivente.

La Grippo, a questo punto, lo incalza sulla presunta svolta garantista del movimento.

Risposta: «Noi abbiamo un tratto identitario: il rispetto delle regole. La responsabilità penale non è la responsabilità politica».

Antonella rilancia: «Ma non è che Gratteri l’ha detta male questa cosa?».

Replica Licheri: «Il suo pensiero era un pensiero tranquillo. La malavita organizzata da una magistratura più debole avrà soltanto da guadagnare».

Grippo domanda: «Siamo sicuri che i malfattori votino per il sì?».

La risposta di Licheri è: «I malfattori hanno sentito le parole di Giorgia Meloni che sta facendo un referendum contro la magistratura».

Il confronto torna infine sulle dichiarazioni dell’avvocato Giandomenico Caiazza, fatte venerdì scorso durante Perfidia, secondo cui per oltre trent’anni la politica sarebbe stata sotto scopa della magistratura, la quale avrebbe prodotto creature mostruose simili a quelle della politica.

Licheri ribatte: quando la politica non possiede anticorpi per espellere i propri pezzi marci, la responsabilità è della politica; ne consegue la smentita della presunta subalternità al verbo delle procure. E conclude: «Non c’è sfiducia del cittadino verso la magistratura. Il cittadino si rivolge al giudice».

In questa arena verbale — sospesa fra diritto costituzionale, psicologia civile e antiliturgia del potere — Antonella Grippo ha esercitato una funzione di interrogazione continua: ha pungolato Licheri, ha provocato Di Pietro, ha costretto entrambi a esplicitare tutto ciò che hanno tentato di celare. La parità di trattamento si è realizzata attraverso la severità, attraverso la sottrazione di ogni rifugio retorico.

Il confronto lascia emergere un nodo più profondo della riforma stessa: la fiducia come infrastruttura invisibile dello Stato. La disputa investe il modo in cui una comunità decide chi debba custodire il limite del potere.

La questione della giustizia appare allora come una questione di filosofia politica prima ancora che di ingegneria costituzionale: la legge vive nella percezione di chi la subisce e di chi la esercita. Quando quella percezione si incrina, ogni riforma diventa sintomo più che rimedio, segnale più che soluzione.