Tre anni fa il caicco Summer Love si schiantò contro una secca, ma il vero urto avvenne contro l'ipocrisia di un intero sistema. Ma è stata la Calabria dei margini che ha insegnato al centro cosa significa restare umani
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Il legno non urla. Si spacca con un rumore secco, un gemito di fibra che cede sotto il peso di un’onda impastata di sabbia e buio. Erano le quattro del mattino a Steccato di Cutro, tre anni fa, e la “Summer Love”, nome che oggi suona come uno sputo in faccia al destino, smise di essere una barca per diventare un ammasso di schegge ancor prima di toccare terra. Si sbriciolò a quaranta metri dalla riva, in quella terra di nessuno dove il Mare Ionio decide, con la sovranità di un boia, chi può restare uomo e chi deve farsi cadavere. Quaranta metri. La lunghezza di due vagoni del treno. Una distanza ridicola, che quella notte divenne un abisso invalicabile tra la vita e la schiuma.
Mentre i radar rimpallavano segnali termici tra Varsavia e Pratica di Mare e le scartoffie ministeriali riposavano nei cassetti riscaldati della capitale, sulla sabbia gelata della Calabria accadeva l'imponderabile. Vincenzo, un pescatore con le mani spaccate dal sale e il cuore ancora sveglio, non aspettò la pubblicazione di un decreto in Gazzetta Ufficiale per buttarsi in acqua. Non chiese i documenti. Non verificò se il “carico” fosse residuale o meno, citando quel gergo da magazzinieri della carne umana che avrebbe poi inquinato i mesi a venire. Sentì le grida. Vide sagome scure affiorare dalla schiuma bianca come fantasmi in cerca di un appiglio, dita che graffiavano il nulla. In quel momento, la distanza tra l'umanità pura e la barbarie burocratica si misurò in bracciate disperate. Gli abitanti di Steccato, gente che sa cos'è la fatica e cos'è il silenzio, trasformarono i loro salotti in obitori di fortuna e le loro coperte di lana buona in sudari. Piansero bambini mai visti prima, mentre lo Stato, quello con la maiuscola e i cordoni della borsa, stava ancora cercando di capire se quella fosse una questione di ordine pubblico o di pietà. Quando il mio amico giornalista Bruno Palermo, in una intervista mi raccontò di questa grande umanità mi scoppiarono le lacrime.
Il paradosso è tutto qui, racchiuso in un acronimo che puzza di cenere e di ritardi: SAR. Search and Rescue. Ricerca e soccorso. Parole semplici, quasi banali nella loro chiarezza operativa. Eppure, quella notte, il soccorso rimase incagliato nelle secche di una dottrina politica che preferisce il respingimento al recupero, il pattugliamento alla salvezza. La verità, emersa con la lentezza di una marea che si ritira rivelando i detriti, ci dice che l'aereo di Frontex aveva visto tutto. Sapeva. Aveva segnalato boccaporti chiusi e calore umano stipato sottocoperta. Ma la macchina si inceppò. La Guardia di Finanza uscì, prese due schiaffi da un mare forza quattro e tornò indietro, con le eliche che masticavano schiuma e impotenza. La Guardia Costiera, quella che possiede le navi che non temono nemmeno il diavolo, rimase a guardare i monitor, ferma in banchina. Perché? Perché nessuno dichiarò l'evento SAR. Si aspettava che la barca arrivasse a riva per essere sequestrata come un carico di sigarette di contrabbando, non che si disintegrasse per essere rimpianta come un cimitero liquido.
È qui che il racconto si fa fiele, scivolando nei corridoi del potere romano. Mentre le bare di legno chiaro, piccole come scatole di scarpe, riempivano il Palamilone di Crotone in un silenzio che avrebbe dovuto far tremare le istituzioni, l’eco di un karaoke ministeriale arrivava come un’offesa atroce, un rumore bianco di cinismo. Mentre le madri afghane scavavano con le unghie tra i detriti per cercare un peluche o una foto, a Roma si festeggiava il compleanno di un vicepremier. Un tempismo che definire imbarazzante è un eufemismo da salotto buono. Fu una spregiudicatezza che scavò un solco tra il Paese reale, quello che raccoglieva scarpe spaiate sulla battigia, e il Palazzo, impegnato a inventare il reato di “scafismo universale” per coprire un vuoto di responsabilità grande quanto il Mediterraneo.
Il Consiglio dei Ministri celebrato proprio lì, a Cutro, pochi giorni dopo la strage, fu il capolavoro della messa in scena politica. Blindati ovunque. Elicotteri che laceravano l'aria sopra le teste di chi ancora cercava i dispersi. Transenne per tenere lontana la rabbia di chi gridava “Giustizia”. Un decreto che portava il nome del luogo del massacro, quasi a voler esorcizzare la colpa marchiandola sulla sabbia, invece che ammetterla nelle stanze dei bottoni. Parlarono di lotta ai trafficanti, di pene esemplari, di una guerra globale contro gli “uomini neri” che guidano le carrette. Parlarono di tutto, tranne che di quei quaranta metri di mare. Le motovedette ognitempo avrebbero coperto quella distanza in un battito di ciglia, se solo qualcuno avesse avuto il coraggio di dire: “Andate a prenderli”.
Le indagini della Procura di Crotone, che oggi arrivano finalmente ai nodi scorsoi della verità processuale, confermano quello che il senso comune urlava fin dal primo mattino. C’è stata un’omissione che pesa come un macigno di granito. Un cortocircuito tra la catena di comando centrale e i comandi territoriali. Un voler trattare un naufragio imminente come un’operazione di polizia marittima. Come se si cercasse di fermare una minaccia invece che proteggere una fragilità. I periti hanno messo nero su bianco, con la freddezza della tecnica, che le navi della Guardia Costiera avrebbero potuto operare. Erano lì, motori caldi, equipaggi pronti al sacrificio. Ma l'ordine non arrivò mai. Il silenzio fu il vero assassino di novantaquattro persone, di cui trentacinque erano bambini che credevano che l'Europa fosse una carezza e invece hanno trovato un muro d'acqua e l'indifferenza di un radar.
Guardate le foto di questi tre anni. Non quelle dei politici con la faccia di circostanza davanti alle telecamere, che oggi sembrano maschere di un teatro antico ormai dimenticato. Guardate le foto o le immagini degli oggetti rimasti sulla sabbia di Steccato. Un biberon ancora mezzo pieno di latte e sabbia. Un certificato di nascita in farsi, avvolto con cura in una bustina di plastica trasparente come se potesse proteggere un'identità dal naufragio della vita. Una scarpa da ginnastica numero ventotto, con i lacci ancora stretti. Questi sono i reperti di un’indagine sul nostro fallimento come civiltà. La comunità di Cutro, con una dignità che ha messo a nudo la meschinità dei potenti, ha adottato quei morti. Ha dato loro nomi, ha portato fiori, ha costruito un giardino della memoria dove prima c’era solo disperazione. È la Calabria dei margini che insegna al centro cosa significa restare umani.
Eppure, l’ambiguità persiste, densa come la nebbia del mattino. Il “Decreto Cutro” è diventato legge, ha ristretto le maglie della protezione speciale, ha reso la vita più difficile a chi scappa dalle bombe, ma non ha aggiunto un solo grammo di sicurezza in quel tratto di mare. Anzi. Ha cristallizzato l'idea che soccorrere sia un optional rischioso, quasi un errore procedurale da evitare per non incorrere in sanzioni o fastidi diplomatici. Le sentenze contro gli scafisti sono arrivate, pesanti e giuste, perché chi specula sulla speranza deve pagare. Ma chi ha lasciato che quella speranza affogasse per negligenza, per calcolo politico o per la banale paura di disturbare il manovratore, continua a sedere su poltrone di velluto, lontano dal sapore amaro dell'acqua salata.
Il naufragio di Steccato di Cutro non fu una fatalità. Le fatalità accadono quando la natura sovrasta l’uomo nonostante ogni suo sforzo. Qui lo sforzo mancò. Fu sostituito da un’attesa burocratica che sapeva di abbandono. La “Summer Love” si schiantò contro una secca, ma il vero urto avvenne contro l'ipocrisia di un intero sistema. Un sistema che oggi si guarda allo specchio e cerca di convincersi che la colpa è stata del vento, del buio, degli scafisti, di chiunque tranne di chi aveva il potere di accendere una luce e scelse di lasciarla spenta.
Oggi, camminando su quella spiaggia dove il mare sembra voler restituire ancora qualcosa, la sabbia appare più pesante, intrisa di una memoria che non si lascia lavare via. C’è un silenzio che non è quello della pace, ma quello di un’attesa sospesa per una giustizia che non sia solo una riga in un verbale. Quante altre “Summer Love” devono spezzarsi prima che il Mediterraneo smetta di essere un confine da difendere con le unghie e torni a essere un elemento da navigare per salvare? Forse la risposta non sta nei codici penali che si affannano a riscrivere le pene per dare in pasto colpevoli all'opinione pubblica, ma negli occhi di Vincenzo, il pescatore. Lui che ancora oggi scruta l'orizzonte e sa che, se dovesse succedere di nuovo, non aspetterebbe una telefonata dal ministero. Si butterebbe in acqua. Perché lui, a differenza di chi firma i decreti con la penna stilografica, sa che l'onda non chiede il passaporto prima di travolgere un uomo. Quella distinzione la fa solo chi ha il cuore abbastanza arido da non temere il mare, ma abbastanza piccolo da aver paura degli uomini.
Quale sarà il prossimo relitto a cui daremo un nome gentile per coprire il rumore del legno che si spezza in una notte di febbraio?
*Documentarista Unical

