«Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci». Roberto Savi rompe un silenzio lungo 32 anni e le sue parole aprono squarci che, per tutto questo tempo, sono rimaste solo ipotesi senza riscontro sulla stagione della “Uno Bianca”.

Ha lo sguardo stanco ed invecchiato, l’ex poliziotto e capo della banda. L’intervista concessa a Francesca Fagnani per la nuova stagione di “Belve Crime” è un unicum soprattutto per quelle rivelazioni che, se veritiere, potrebbero riscrivere la struttura narrativa di un’epoca contrassegnata da sangue e misteri. Perché i delitti della “Uno Bianca” rimangono costellati di punti interrogativi mai dipanati, nonostante l’impegno investigativo profuso dalla magistratura.

È un groviglio che tocca le trame più oscure della Repubblica, quello che vede protagonista anche la banda della “Uno Bianca”. Che interseca la storia della Falange Armata e, dall’autoparco di Milano, tocca la Sicilia, la Toscana ed il Lazio arrivando direttamente nella Calabria delle stragi, quella in cui l’Arma dei Carabinieri fu vittima designata, sino all’estremo sacrificio degli appuntati Fava e Garofalo.

Cronaca

Falange Armata: uno Stato parallelo

Falange Armata: uno Stato parallelo

La ricostruzione della rapina di via Volturno

La banda della Uno Bianca crea terrore e scompiglio tra l’Emilia-Romagna e le Marche, compiendo numerose rapine e provocando diversi morti e feriti.

Le parole di Roberto Savi a Francesca Fagnani, però, si concentrano su uno dei fatti di sangue più cruenti della Uno Bianca: l’omicidio avvenuto il 2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno, a Bologna, dove vengono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.

Come ricostruito dalle carte giudiziarie, tra le 9:35 e le 9:55 del 2 maggio di 35 anni fa, due uomini si presentano davanti all’armeria di via Volturno, nella zona centrale di Bologna. Uno rimane sull’uscio, l’altro entra e chiede a Licia Ansaloni di mostrargli una pistola Beretta 98F. Questi la scarrella e si ferma per diverso tempo con la donna. Successivamente arriva Pietro Campolungo, che dà solitamente una mano all’interno dell’armeria. Il cliente tira fuori un caricatore che tiene nascosto e lo inserisce nella pistola. Fa fuoco uccidendo Ansaloni e Campolungo. Quale bottino della rapina, però, porta via appena due pistole.

Anni più tardi, Roberto e Fabio Savi confessano l’omicidio, motivandolo con l’obiettivo di rubare le due pistole. Eppure, con tre telefonate, la Falange Armata rivendica i fatti avvenuti in via Volturno. Soprattutto con quella del 4 maggio 1991, quando una voce maschile con accento tedesco contatta l’Ansa di Roma e rivendica l’azione militare messa in atto in via Volturno a Bologna, specificando che «non rientra nella strategia sociale, politica e militare che la nostra organizzazione persegue», ma «fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione di evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei consolidati, feroci, predetti meccanismi dell’organizzazione». Parole, che, tuttavia, non trovano riscontri a livello processuale.

Così come non trova alcun riscontro quanto riferito da una fonte anonima, interna al gruppo, al giornalista del Resto Del Carlino, Roberto Canditi. L’informatore, infatti, spiega come i due omicidi di via Volturno non avvengano contemporaneamente. Prima sarebbe stata uccisa la Ansaloni, poi, solo dopo Capolungo, una volta giunto in armeria. Ciò fa comprendere come l’intento non fosse la rapina (da poter concludere agevolmente dopo il primo omicidio), ma l’eliminazione di Capolungo, atteso dal killer.

Le rivelazioni di Savi: «Ce lo chiesero i servizi»

A distanza di 35 anni, Roberto Savi confessa a Belve Crime che quel giorno non si voleva compiere una rapina, diversamente da quanto stabilito con sentenze definitive: «Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa”». Qual era, dunque, il motivo di un’azione così cruenta? «Lui (Campolungo, ndr) era un ex dei servizi particolari dei carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?», spiega l’ex poliziotto a Fagnani.

Savi ammette che l’azione di via Volturno fosse mirata ad uccidere Campolungo, in quanto – a suo dire – ex appartenente ai servizi segreti.

Ma quale sarebbe la ragione alla base di un atto così efferato? Forse, una chiave di lettura può giungere proprio dalla rivendicazione della Falange Armata del 4 maggio 1991, e cioè dal passaggio nel quale i falangisti affermano come quel delitto non fosse da ascrivere alla strategia politico-militare del gruppo, ma, piuttosto, all’esigenza di evitare che potessero avvenire «smagliature di alcun genere» nei meccanismi dell’organizzazione.

Va rimarcato, ad ogni modo, come le dichiarazioni di Savi siano tutte da dimostrare e, ad oggi, si fermino solo ad un narrato giornalistico che non trova riscontri ufficiali negli atti e che dovrà eventualmente passare da un vaglio giudiziario.

Se, tuttavia, quel che afferma Savi fosse vero, e cioè che Campolungo era un ex appartenente ai servizi segreti, si può forse ritenere che questi potesse essersi imbattuto, durante il suo lavoro, in informazioni talmente sensibili da poter mettere a repentaglio i meccanismi della Falange Armata? Si rimane, chiaramente, nel mero campo delle ipotesi non suffragate da alcun dato certo.

L’ex capo della banda della “Uno Bianca” ha anche aggiunto come quell’azione fu chiesta dagli “apparati”: «Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così». E, alla domanda di Fagnani, su come sia stato possibile rimanere per così tanto tempo impuniti e mai scoperti, Savi ha risposto che sì, un po’ sembrava strano: «Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoversi». Savi ha aggiunto di essere andato diverse volte a Roma, anche due o tre giorni a settimana. A fare cosa? «A parlare con loro». Loro, lo afferma lo stesso killer della Uno Bianca, erano proprio i servizi: «Sì, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».

Ma se una pista simile dovesse mai assumere valenza giudiziaria, ci si troverebbe in un contesto non così lontano da quello che decretò l’assassinio di Umberto Mormile.

La Falange, l’omicidio Mormile e la rivendicazione dopo via D’Amelio

La strage di via Volturno, infatti, segna la fine del periodo terroristico della “Uno Bianca”. E di tale evenienza si trova traccia nel comunicato diramato il 27 luglio 1992 dalla Falange Armata, in occasione della rivendicazione della strage di Via D’Amelio, dove i falangisti sostengono che la «prima fase del progetto che ha avuto inizio l’11 aprile 1990 a Milano con l’esecuzione dell’educatore carcerario di Opera […] ha avuto la sua conclusione a Bologna con l’operazione di Via Volturno».

L’11 aprile 1990 è la data in cui a Milano viene assassinato l’educatore carcerario Umberto Mormile, il cui omicidio sarà rivendicato proprio dalla Falange Armata. Si scoprirà, infatti, come dichiarato dal collaboratore di giustizia Antonino Cuzzola, che bisognava eliminare Mormile «perché aveva messo la voce in giro che lui conosceva che ‘sto Domenico Papalia, a Parma, faceva i colloqui con ‘sti servizi».

Le parole di Fiume sul “Consorzio”

Anche il collaboratore di giustizia Nino Fiume, ex appartenente alla cosca De Stefano, ha affermato senza alcun tentennamento che l’uccisione di Mormile sarebbe stata eseguita da Totò Schettini per decisione del “Consorzio”.

Costituito tra il 1986 ed il 1987, sarebbe stato il «potere assoluto che domina su tutti, perché all’interno c’era ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita». Un organismo che avrebbe avuto il controllo di tutto lo stupefacente in commercio in Italia, con a capo Antonio Papalia e Franco Coco Trovato un gradino più giù.

Cosa c’entra il consorzio con l’omicidio Mormile? Stando a quanto dichiarato da Fiume, sarebbe stato proprio il Consorzio ad organizzare tale delitto, sebbene esso prendesse ordini dai servizi segreti che erano i veri mandanti: «In pratica, è come se molte guerre, molte persone, hanno ucciso tante persone, senza sapere il vero motivo». Ed aggiunge: «Questo discorso ha a che fare con l’omicidio del giudice Occorsio, ha a che fare con Mico Papalia, che si è fatto un ergastolo da innocente», riferendosi all’omicidio D’Agostino, per il quale era stato condannato proprio Papalia, che si era dovuto assumere la responsabilità di un delitto maturato a seguito del patto tradito con i servizi dalla vittima.

Le parole di Fiume, con riferimento al Consorzio, trovano conferma nelle cronache del tempo compendiate nel volume a cura di Salvatore Borsellino, “La Repubblica delle stragi”, nel quale si legge come il Consorzio, che aveva un punto nevralgico all’Autoparco di Milano, fosse «il più pericoloso cartello criminale che ha operato negli ultimi tre decenni a Milano e in Lombardia, costituito dall’alleanza fra i referenti del clan Santapaola di Cosa Nostra catanese, i referenti lombardi dei Cursoti catanesi guidati da Jimmy Miano, dei quali l’Autoparco è stata la vera e propria sede, e le ‘ndrine guidate da Franco Coco Trovato, Domenico Papalia, Pepè Flachi e Antonio Schettini».

La strategia stragista in Calabria e il parallelo con la “Uno Bianca”

Dopo aver rivendicato l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti e le stragi continentali (via Fauro, via dei Georgofili, nonché quelle di Roma e Milano del 1993), Falange Armata rivendica anche gli attentati contro l’Arma dei Carabinieri in Calabria in tre diverse occasioni.

La prima è del 20 gennaio 1994, due giorni dopo l’omicidio degli appuntati Fava e Garofalo. Il pentito Consolato Villani, autore materiale del delitto, narra di aver fatto egli stesso quella telefonata su input di Giuseppe Calabrò, altro esecutore materiale degli attacchi all’Arma. La telefonata doveva avere i toni della rivendicazione, «in termini di un attacco terroristico», «una minaccia tipo quella delle falangi armate».

L’ultima rivendicazione datata Falange armata è del 4 febbraio 1994 e coincide con l’ultima assoluta in Italia a firma falangista.

Consolato Villani ha riferito che la loro azione doveva avere i connotati di un atto terroristico e che doveva essere «un’azione come quella di Bologna, come quella della Uno Bianca».

Parole che sembrano trovare un collegamento proprio nella circostanza che con la sigla Falange Armata vengano rivendicati solo gli atti che rientrano nella fase terroristica della “uno Bianca”, mentre più tardi i falangisti affermano di voler mettere in disarmo il gruppo emiliano.

Quanto alla “Uno Bianca”, il magistrato Giovanni Spinosa, profondo conoscitore del tema e autore del libro “La Falange armata”, ha affermato come «la banda agiva su comando, in base agli ordini della Falange Armata che mette in disarmo il commando terroristico e la Uno Bianca smette di agire in ottica terroristica». Secondo il magistrato, dunque, vi sono tanti e tali elementi di discordanza, anche nelle dichiarazioni dei fratelli (ex poliziotti) Savi, da poter pensare che, in alcuni casi, non furono loro a commettere materialmente alcuni delitti». La banda della Uno Bianca «ebbe collegamenti con la criminalità organizzata e il mondo terroristico, di cui la Falange armata è espressione».

Dai servizi segreti alle parole di Savi su Capolungo

Nel 1993 il Cesis, organo di coordinamento dei servizi segreti italiano, descrive la Falange come «una struttura creata in laboratorio con specifici intenti di inserimento e di manovra in ambienti di pubblico interesse». Una scheggia impazzita dello Stato intersecata con Gladio (organizzazione paramilitare stay-behind), che il giudice Casson definisce «un contenitore buono per tutti gli usi e disponibile per ogni illegalità, gestito dai Servizi».

Servizi segreti deviati che avrebbero rappresentato gli apparati di cui parla Roberto Savi. Soggetti che tiravano le fila di quella manodopera specializzata di matrice mafiosa che era la “Falange armata” e che, stando alla narrazione dell’ex killer della “Uno Bianca”, sarebbero anche coloro che hanno voluto l’assassinio di Pietro Capolungo.

Una narrazione che sembra collegarsi con quanto riportato dalla fonte anonima del giornalista Canditi, la quale affermava che «c’è un’organizzazione composta da pochi uomini, che gestisce le rivendicazioni della Falange Armata, le armi usate per i raid e che strumentalizza a proprio piacimento la malavita organizzata. Un po’ quello che è accaduto con le stragi attribuite alla destra eversiva».

Verità storiche mai appurate in sede giudiziaria o solo fantasiose ricostruzioni? Solo il tempo e, forse, future indagini, potranno rivelarlo. Di certo c’è che se davvero Roberto Savi ha deciso di parlare e raccontare ciò di cui è a conoscenza, il prossimo passo sarà andare davanti ai magistrati, che ancora stanno indagando su quegli anni, e portare riscontri oggettivi alle sue dichiarazioni.

Sono ancora tante, infatti, le famiglie dilaniate dal dolore che attendono piena verità su una delle stagioni più oscure e controverse della storia d'Italia.