Una messinscena di rara intensità per la rassegna “L’Altro Teatro”. Silenzi, tensione e precisione: una prova attoriale che trasforma il testo in esperienza viva
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Nel teatro di Harold Pinter, la trama è spesso soltanto un pretesto, una superficie levigata sotto la quale agisce una materia più oscura e inquieta: quella delle relazioni umane ridotte a sistema di potere, seduzione e controllo. Esattamente come nel nostro teatro italiano, di cui è padrone letterario, senz'altro, Luigi Pirandello.
«L’Amante» (per alcuni aspetti profondamente pirandelliana) si muove esattamente in questa direzione, ma ciò che conta davvero non è tanto l’intreccio — il matrimonio borghese di Sarah e Richard regolato da un rituale adulterino accettato e condiviso — quanto il progressivo slittamento identitario che trasforma la coppia in un campo di battaglia psicologico, dove ogni parola è strategia e ogni silenzio è un’arma.
All’interno della Rassegna «L’Altro Teatro», curata con rara intelligenza da Gianluigi Fabiano, lo spettacolo ha trovato nel Teatro Alfonso Rendano un banco di prova di altissimo livello. Teatro di tradizione, con un pubblico storicamente formato all’opera lirica e, dunque, esigente, rigoroso, quasi severo nella sua educazione allo sguardo scenico. Il Rendano si è rivelato, invece, sorprendentemente permeabile alla forza di questa prosa contemporanea.
Su sollecitazione dell’attenta e impeccabile Serafina Morelli, ufficio stampa della rassegna «L’Altro Teatro», siamo andati in platea per guardare l'opera interpretata magnificamente da Giorgio Marchesi e Simonetta Solder.
È proprio al Rendano che lo spettacolo ha raggiunto la sua dimensione più alta: nella prova, semplicemente straordinaria, di Giorgio Marchesi e Simonetta Solder.
Parlare di interpretazione, in questo caso, è quasi riduttivo. Marchesi e Solder non si limitano a «dare corpo» ai personaggi: li attraversano con una lucidità tecnica e una profondità emotiva rarissime nel panorama contemporaneo. La loro presenza scenica è di una potenza magnetica, costante, mai ostentata e, proprio per questo, ancora più incisiva. Ogni gesto è necessario, ogni sguardo è scritto con una precisione quasi musicale, ogni pausa si trasforma in un evento drammaturgico autonomo.
La simbiosi tra i due attori è di livello assoluto: non semplice intesa, ma vera e propria interdipendenza scenica. È come se il palcoscenico fosse attraversato da un unico respiro diviso in due corpi, da un’unica intelligenza emotiva declinata in due polarità. In loro si riconosce quella qualità rara dei grandi interpreti: la capacità di far dimenticare lo sforzo tecnico, restituendo allo spettatore la sensazione di una verità che accade senza mediazioni.
Il pubblico del Rendano, notoriamente severo, è stato letteralmente conquistato dalla loro interpretazione. Non si tratta solo di gradimento, ma di adesione: la platea è stata progressivamente trascinata dentro la scena, fino a diventare parte del dispositivo teatrale. Come nei grandi momenti di teatro, si è cancellata la distanza tra osservatore e azione, e lo spettatore ha avuto la sensazione di «abitare» lo spettacolo.
I silenzi pinteriani, già insidiosi sulla pagina, sono stati dominati con una maestria tecnica e interpretativa impressionante. Non un vuoto, ma un pieno di tensione. Non una sospensione, ma un avanzamento sotterraneo dell’azione. Marchesi e Solder li trattano come materia viva, li scolpiscono, li abitano, li rendono eloquenti al pari — e talvolta più — delle parole. Si muovono con una consapevolezza spaziale e ritmica che appartiene ai grandi interpreti del teatro, capaci di trasformare ogni centimetro di scena in significato. E soprattutto possiedono una qualità oggi sempre più rara: la misura. Nulla è eccesso, nulla è compiacimento, tutto è esatto!
A tratti si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a due interpreti capaci di elevare il materiale drammaturgico a una dimensione quasi astratta, dove la psicologia diventa energia pura e il testo si trasforma in vibrazione.
La scenografia, di forte impianto contemporaneo, non è mai semplice sfondo ma dispositivo attivo: complice silenzioso della recitazione, amplifica l’emotività e sostiene la tensione senza mai invaderla. È un ambiente che respira insieme agli attori, che li incornicia senza imprigionarli.
In questo quadro, la regia si limita — nel senso più alto del termine — a custodire l’equilibrio, lasciando che siano gli interpreti a dominare la scena con una libertà controllatissima.
Al di là della riuscita spettacolare, è l’impressione umana e artistica lasciata dai due protagonisti. Nel pomeriggio, durante una chiacchierata con loro, si è avuta infatti la percezione chiarissima della loro immensa professionalità, della loro cultura teatrale e della profondità con cui affrontano il mestiere dell’attore: nulla è lasciato al caso, tutto è pensato, attraversato, meditato, attentamente studiato.
Personalmente, ritengo che questa sia stata una delle prove di prosa contemporanea più alte viste al Teatro Rendano negli ultimi anni. Ma ciò che davvero rimane impresso non è solo la qualità dello spettacolo, bensì la straordinaria prova attoriale di Marchesi e Solder: due interpreti che, con rara eleganza e potenza, hanno dimostrato cosa significhi ancora oggi fare teatro nel senso più pieno, rigoroso e necessario del termine.
Un’interpretazione, la loro, che non si limita a convincere: travolge, e soprattutto resta scolpita nella memoria.
Un teatro che spinge lo spettatore a interrogarsi. E che, quando incontra interpreti di tale levatura, riesce ancora — fortunatamente — a diventare esperienza irripetibile, destinata a restare nella memoria.

