“Alice nella cornice” di Francesco Vallone è un romanzo introspettivo e intenso che attraversa memoria, identità e perdita seguendo il viaggio interiore di una giovane donna costretta a fare i conti con il proprio passato. Tra fotografie di famiglia, relazioni spezzate e il bisogno quasi ossessivo di ricostruire ciò che è stato, Alice intraprende un’indagine su se stessa, sospesa tra nostalgia e desiderio di rinascita. Il viaggio fisico verso una nuova vita diventa così un percorso emotivo dentro le fragilità, i legami familiari e le ferite che definiscono ciò che siamo. Una narrazione intima, profondamente contemporanea, dove i ricordi diventano una cornice dentro cui cercare ancora un senso alla felicità.

Abbiamo intervistato Francesco Vallone, giovane scrittore calabrese.

Come nasce il personaggio di Alice e quanto c’è di autobiografico nella sua storia?
«Alice è la protagonista femminile del romanzo. E’ stata una sfida interessante esprimermi e pensare come una donna, ma non del tutto a me estranea, in quanto, sia nella mia famiglia che nel mio lavoro di logopedista c’è un’alta prevalenza di donne, quindi sono abituato a rapportarmi con loro, anzi un po’ lo preferisco. In generale, sono convinto che ogni essere umano conservi dentro di sé entrambe le sfaccettature, ma non sempre si è in grado di sfruttarle al meglio, e forse, troppo spesso si sceglie di camuffarle per diversi motivi. Sono certo che le donne abbiano una particolare sensibilità nei confronti della vita. Sono naturalmente predisposte per custodirla per nove mesi e ne rappresentano uno scrigno prezioso. Su tutte queste premesse, ho costruito il personaggio di Alice, concepito come una creatura sensibile, romantica e delicata, che ancora deve strutturare una sua personalità, ma allo stesso tempo curiosa e coraggiosa, a tratti spregiudicata. La protagonista di questa storia, per me, non poteva che essere una donna. Una ragazza, appena maggiorenne, metodica, rituale, che ama rifugiarsi, fin da piccola, nell’auto di famiglia e trascorrere lì il suo tempo libero, soprattutto durante i temporali. Alice è molto ancorata alla sua infanzia, che reputa il suo periodo migliore, in quanto si sentiva al centro dell’attenzione dei genitori. Ama sentirsi protetta, continuare a vivere come in un grembo, in una cornice. Quando percepisce che il padre e la madre sono vicini alla separazione, il suo castello di carte, ma fatto di fotografie, comincia a sgretolarsi».

Quindi è un romanzo autobiografico?
«No, il romanzo non è autobiografico, mi sono sicuramente lasciato ispirare dalle tante esperienze dirette con i pazienti e i loro familiari, esplorandone dinamiche, complicazioni e soluzioni. Tuttavia sono convinto che le emozioni e gli stati d’animo, per risultare veri ed essere impressi su carta, debbano essere prima percepiti e metabolizzati dall’autore, che deve sempre mettersi in discussione».

Nel romanzo le fotografie assumono un ruolo centrale: rappresentano memoria, rifugio o prigionia? 
«Alice desidera mettere in piedi un vero e proprio archivio fotografico della sua infanzia e avviare un’indagine su stessa. Vuole scandagliare i motivi per cui la felicità che ricorda aver vissuto da bambina ad un certo punto della sua esistenza sembra essere svanita nel nulla. Per cui, le fotografie nel romanzo rappresentano:
“Memoria”, perlopiù visiva, in quanto, ad un certo punto della narrazione, Alice arriva a riempire un’intera parete di fotografie, come unico modo per ritornare indietro nel tempo. Si costruisce un portale verso i suoi ricordi più belli, che la fanno stare bene.
“Rifugio” perché prova ad imbastire dei nuovi legami con le persone per costruire il suo futuro, ma ogni notte ritorna a coprirsi con la coperta dei suoi ricordi. Arriva fisicamente a disseminare le fotografie sul pavimento per distendersi su di esse.
“Prigionia” perché rimane intrappolata in questa cornice metaforica che rappresenta il suo stato di incoscienza, ma anche l’unica strada percorribile per la sua salvezza.
Io aggiungerei anche “Rivelazione”, in quanto, attraverso l’indagine scrupolosa dei particolari fotografici Alice sarà in grado di scoprire un misterioso segreto rimasto inconfessato da anni.Riuscirà a portare a termine il suo più intimo reportage per ottenere il tanto agognato posto di stagista nel giornale francese? Ai lettori la risposta».

Il viaggio di Alice è più geografico o interiore? Qual era il vero percorso che voleva raccontare?
«Non a caso Alice decide di partire, solitaria, per la Francia, ma sempre con qualcosa legato ad entrambi i genitori: l’auto station wagon del padre riempita di scatoloni di fotografie della madre, reporter di professione. Così, come ognuno di noi, si porta dietro il bagaglio emotivo di famiglia che ci contraddistingue nella vita e nel rapporto con gli altri».

I rapporti familiari, segnati da distanze e fratture, sono uno dei nuclei del libro: che riflessione voleva proporre sulla famiglia contemporanea?
«Una riflessione sull’amore, universalmente riconosciuto. L’unico a poter superare ogni distanza. Anche se, per diversi motivi, si può smettere di essere coniugi, non si deve mai interrompere di essere genitori. Norman, per esempio, l’altro protagonista del romanzo, continua a vivere l’amore nei confronti di sua moglie scomparsa, che colma i limiti materiali di spazio e di tempo. Ma si rende conto che sua figlia, ancora troppo piccola, continua ad aver bisogno di una presenza materna. Era abituata a colmare il suo disturbo visivo congenito, con delle registrazioni che la mamma le faceva ascoltare amorevolmente e che le descrivevano i particolari di un mondo che non è mai riuscita a vedere. Nel libro, la scorta limitata di questi nastri incisi diminuisce sempre di più al crescere della bimba. Norman cerca di correre ai ripari assoldando un’attrice che possa emulare la voce della moglie che non esiste più. Lascio scoprire ai lettori cosa accadrà».

La scrittura alterna introspezione psicologica e immagini molto concrete: quanto conta per lei la dimensione visiva nella narrazione?
«La narrazione è un flusso di coscienza in prima persona, per entrambi i protagonisti, che si alternano. Questa tecnica mi ha permesso di rendere la storia dinamica, ma, allo stesso tempo, mi ha dato la possibilità di imprimere su carta i loro pensieri, sensazioni e percezioni più intime. Il lettore apprende dalla mente dei personaggi ciò che accade in modo diretto, senza filtri».

Dopo aver accompagnato Alice fino a questa “ricostruzione di sé”, quale messaggio spera rimanga al lettore una volta chiuso il romanzo?
«In generale, quando scrivo, non sono mai “draconiano”, non parto mai con la piena consapevolezza di un inizio e una fine prestabilite in modo rigido e intransigente. Anzi, il bello della scrittura creativa è proprio il contrario, intraprendere un percorso e stupirsi della meta che si vuole raggiungere parola dopo parola. Sono i personaggi stessi, che, assumendo sempre maggiore credibilità, mi suggeriscono il più appropriato cambio di direzione o finale alternativo, e solitamente non sbagliano. Se non si hanno mete da raggiungere e non si è ambiziosi, forse si sta sprecando il tempo donato. Se ognuno si impegna quotidianamente, in maniera costante, nel perseguire i propri obiettivi, prima o poi, in un modo o nell’altro, ci riesce. Per riassumere tutto in una frase: “devi sognare il tuo futuro prima di viverlo davvero”».