La donna della quale voglio raccontarvi ha subito la stessa sorte di molte altre, delle quali viene messa in dubbio l’esistenza. Ora, alla luce delle letture fatte, io mi chiedo quale motivo avrebbe dovuto avere l’anonimo vibonese, forse della famiglia Marzano - a cui è stata attribuita la paternità -, di nascondersi dietro un nome femminile? Gli uomini non avevano alcun problema a pubblicare. Le donne sì. Per loro era quasi impossibile, e il vuoto di secoli di scritti femminili lo dimostra. Figuriamoci per una donna costretta alla monacazione, anche se in casa, e per giunta in Calabria!

Nonostante autorevoli nomi dotati di un genuino senso della corretta ricostruzione storica – chapeau! – come Benedetto Croce, Antonio Piromalli, Vito Galati, abbiano escluso l’esistenza di questa donna e la maternità dei suoi versi, mi chiedo, e lo sottolinea acutamente lo storico Antonello Savaglio, come mai Gustavo Valente in Calabria calabresi annoveri questa poetessa, durante l’arrivo di Carlo V, nel gruppo di corte della principessa di Bisignano, fra i cortigiani al seguito di Ferrante Sanseverino e di Isabella Villamarino. E fa proprio il nome del fantasma: la poetessa Anna Maria Edwige Pittarelli (1495- 1554).

Visto che gli esimi storici, attenendosi alla verità delle fonti precedenti, considerano il suo manoscritto un falso, perché, con lo stesso metodo, non riconoscono come autentica la fonte originaria circa l’esistenza della poetessa e delle sue poesie?

Questo caso letterario, scoppiato dopo il ritrovamento, nel 1891, di un manoscritto di 148 pagine a firma della Pittarelli (dopo alterne vicende comprato e conservato nell’Archivio comunale di Francica, poi – puff! – scomparso, e, per fortuna rinvenuto solo nel 1991, a cent’anni dal ritrovamento, in copia trascritta da monsignor Pititto) costituito da 161 sonetti, 61 madrigali, 2 canzoni, 11 elegie e alcuni epigrammi scritti in latino (Edwige ebbe come maestro Muzio Godano), sembrerebbe quindi chiuso: il linguaggio usato non sarebbe cinquecentesco e sembra impossibile l’esistenza di una poetessa calabrese nel XVI secolo.

Ma non potrebbe davvero essere nata, Anna Maria Edwige Pittarelli, nel 1485/95, in una nobile famiglia di Monteleone, trasferitasi poi a Francica? E, in un periodo nel quale nacquero tantissime accademie, non potrebbe, proprio lei, ad aver fondato l’Accademia degli Imperfetti? Vito Capialbi, il più convinto sostenitore della sua esistenza, cita questa nota in Opuscoli Vari, inoltre nel terzo volume della Regia Deputazione napoletana di storia patria, Archivio storico per le province napoletane, si legge: Verso la fine del secolo XVI in questa terra di Calabria una pinzochera dell'ordine di San Domenico per nome Anna Maria Edvige Pittarelli istituì una Accademia, che disse degli Imperfetti, ed essa volle chiamarsi Pandora Melonia. Costei buona poetessa o letterata, alla venuta dell'imperatore Carlo V nel regno di Napoli, fece nobile comparsa di sé nelle splendide corti de' principi di Salerno e Bisignano, in cui trovossi. Due volumi di poesie italiane e latine della Pittarelli si possedevano dal conte Vito Capialbi. Colla morte della Pittarelli avvenuta dopo il 1554, l'Accademia si estinse.

Fra i tanti a favore Luigi Accattatis, che così la menziona: Valente poetessa montelionese derivò da illustre prosapia di Francica, come appare dalla genealogia che ne scrisse Fabio de Lauro: vi appartenne eziandio Anna Maria Edvige Pittarelli, monaca domenicana fiorita fino alla metà del secolo XVI, autrice di moltissime elucubrazioni latine ed italiane, amica di Bernardo Tasso, chiamata in corte del Principe di Salerno, e poscia in quella del principe di Bisignano.

Vito Galati, invece, conclude il suo studio affermando che, se mai è esistita una Pittarelli poetessa, sarebbe vissuta nel 1600, e che poi qualcuno costruì – pur riconoscendo in tale progetto l’assenza di logica – l’inganno dello Zibaldone a favore di una monaca, figura romantica ma comunque senza pudore e maldicente nei suoi versi: la nostra Pittarelli. E allora, come spiegarci la minuziosa descrizione di vicende e di personaggi illustri del Cinquecento (la venuta di Carlo V, le gesta eroiche, le virtù, gli onori dispensati; i ricevimenti, le giostre, le feste dei Sanseverino) che la poetessa celebra nei suoi componimenti, se non con la sua partecipazione ai fatti del tempo? Galati muove, nelle sue argomentazioni, da un pregiudizio: il culto vero e proprio a sostegno della memoria della poetessa nel suo paese.

E allora?

Allora! Ricordiamola con un grande volume fra le braccia, così come è stata ritratta. Guai a chi ci tocca la Pittarelli!