La produzione di Ruggero Pegna e la regia di Andrea Ortis trasformano la memoria in teatro universale
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Al Teatro Alfonso Rendano, il 23 e 24 maggio, Fortunata di Dio non è stato soltanto uno spettacolo teatrale: è stato un attraversamento emotivo, umano e spirituale della figura di Natuzza Evolo, restituita al pubblico con delicatezza, intensità e profonda verità scenica. Un’opera che ha saputo evitare ogni retorica, scegliendo invece la strada più difficile: quella dell’ascolto, della misura e dell’umanità.
Dietro questo progetto si percepisce con forza il coraggio produttivo e culturale di Ruggero Pegna, capace ancora una volta di regalare alla Calabria un evento di altissimo profilo artistico. Il suo sforzo è stato quello di trasformare una storia profondamente radicata nella memoria collettiva calabrese in un linguaggio universale, accessibile a credenti e non credenti. Pegna ha avuto il merito di credere nel teatro come luogo di riflessione autentica, dove la spiritualità non diventa propaganda ma domanda aperta sull’uomo, sul dolore e sulla grazia.
La regia di Andrea Ortis è stata elegante, intensa, mai invadente. Ortis ha costruito uno spazio scenico vivo, in cui parola, luce e musica dialogavano continuamente. La sua direzione ha dato ritmo e respiro a un’opera difficile, mantenendo sempre equilibrio tra il piano terreno e quello spirituale.
E proprio sue sono alcune delle riflessioni più profonde emerse dallo spettacolo:
«Noi abbiamo barattato il credere con il dimostrare».
Una frase che risuona come un monito contemporaneo, in un tempo che pretende prove per tutto, dimenticando che la fede non è una risposta, ma una grazia.
Ed è stata preziosa anche la precisazione relativa a Padre Gemelli: un richiamo rigoroso alla veridicità storica, importante perché Fortunata di Dio non ha mai cercato l’effetto facile o il sensazionalismo, ma ha provato a raccontare con rispetto una vicenda umana straordinaria.
Bellissima anche un’altra intuizione emersa nello spettacolo:
«Tra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, perché la parola è già azione.»
Una riflessione teatrale e filosofica potentissima, che trova nel palcoscenico la sua incarnazione più vera.
E ancora:
«Noi non siamo soltanto quello che facciamo, siamo mille altre cose.»
Forse il cuore segreto dell’intera opera. Una frase che allarga il discorso oltre Natuzza, oltre la fede, oltre il teatro stesso, parlando direttamente alla fragilità e alla complessità di ogni essere umano.
Straordinarie le musiche originali del Maestro Francesco Perri, capaci di accompagnare ogni scena senza mai sovrastarla. La partitura musicale ha dato corpo emotivo alla narrazione, creando un’atmosfera sospesa, a tratti mistica, a tratti profondamente terrena.
Buona anche la band dal vivo, che ha contribuito in modo decisivo alla riuscita dello spettacolo:
Stefano De Marco alle chitarre,
Pierpaolo Greco al violoncello,
Michele Potenza alle percussioni,
Enza Cristofaro alla voce.
La loro presenza scenica e musicale non è stata semplice accompagnamento, ma parte integrante della drammaturgia emotiva dell’opera. La voce di Enza Cristofaro, in particolare, ha attraversato molte scene come una preghiera laica, intensa e vibrante.
Sul palco, il cast ha dato prova di grande sensibilità interpretativa. Annalisa Insardà ha incarnato Natuzza con misura e partecipazione profonda, evitando qualsiasi imitazione esteriore e restituendo invece l’essenza umana della figura: la sofferenza, l’umiltà, l’ascolto. Accanto a lei, intensissimi Leonardo Mazzarotto, Gipeto, Michele Radice, Valeria Zazzaretta e Luca Attadia, tutti capaci di dare spessore e autenticità ai rispettivi personaggi.
Fondamentale anche il lavoro delle maestranze e del team creativo: le scenografie di Lele Moreschi, il light e visual design di Virginio Levrio, i costumi di Angelina da Bari, insieme alla consulenza di Gianmario Pagano e alla collaborazione di Pino Nano. Tutto ha contribuito a costruire un’opera coerente, raffinata e profondamente sentita.
Fortunata di Dio ha dimostrato che il teatro, quando nasce da una necessità vera, può ancora commuovere, interrogare e lasciare tracce profonde. Non uno spettacolo sulla santità, ma sulla condizione umana. E forse proprio per questo così necessario.

