L’operazione avviata al Salone del Libro di Torino dalla Film Commission è interessante: affidare a otto voci della letteratura il racconto di questa terra. Il fascino dell’operazione nasconde però l’insidia del folklore. Qualche idea per evitarla ripensando alla lezione di Italo Calvino
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C’è un buio particolare, denso come pece, che accoglieva Italo Calvino nelle sale cinematografiche di Sanremo negli anni Trenta. Non era solo assenza di luce. Era un incubatore di geografie. Si racconta che il giovane Calvino, infilandosi in platea anche due volte al giorno, non cercava lo svago, ma cercava il mondo. Comprava un biglietto per evadere dall'angustia della provincia e si ritrovava tra le mani una lanterna magica capace di mappare l’esotico, l’altrove, l’invisibile. Quarant'anni dopo, quel ragazzino rimasto al buio avrebbe dato alle stampe “Le città invisibili”. Un libro dove, per un paradosso squisitamente calviniano, la parola “cinema” non compare mai. Nemmeno una volta. Eppure, il dispositivo è lo stesso.
Una macchina da presa mentale che proietta geometrie di pietra, polvere e desiderio sulle pareti della mente di Kublai Khan. Il professor Ilario Principe, già docente di Storia dell’urbanistica all’Università della Calabria lo fece adottare a noi studenti degli anni Novanta, per prolungare lo sguardo sul mondo. Aveva ragione.
Fa uno strano effetto, dunque, veder riaffiorare questo fantasma teorico tra i padiglioni del Salone del Libro di Torino. Anton Giulio Grande, presidente della Calabria Film Commission, ha evocato proprio l’ombra di Calvino per blindare una scommessa ambiziosa, cioè legare otto voci della letteratura contemporanea al destino visivo di una regione complessa. Un ponte gettato tra la pagina scritta e la pellicola, nel tentativo di trasformare la Calabria da luogo di passaggio a luogo di paesaggio. Non un fondale immobile, sia chiaro. Ma un corpo vivo, in movimento. Una terra che forse, finalmente, smette di farsi attraversare dallo sguardo distratto del turista o del cronista giudiziario e comincia a pretendere il diritto all'inquadratura.
L’operazione è molto affascinante. Ma, a mio avviso, nasconde un’insidia. Il rischio del folklore è sempre dietro l’angolo, pronto a fagocitare le migliori intenzioni in un’estetica da cartolina patinata, un neorealismo di ritorno masticato e sputato da troppi algoritmi ministeriali. La Calabria ha già dato, in questo senso. Ha subito per decenni lo sguardo degli altri, venendo ridotta a un’immutabile macchietta antropologica, uno sfrecciare di cliché arcaici. Quindi, per scardinare questa colata di cemento concettuale serve proprio la lezione delle città invisibili. Serve capire che il paesaggio non è un dato oggettivo. Non è la Sila, non è lo Jonio, non sono i calanchi argillosi che franano verso il mare. Il paesaggio è una relazione tra l’occhio e lo spazio. È un montaggio.
Prendiamo, per esempio, Anastasia, una delle prime città descritte da Marco Polo. Calvino la dipinge come una trappola del desiderio: lo spettatore la guarda, se ne sente parte, gode dei beni che non possiede solo perché li contempla. È l’esatto meccanismo della sala cinematografica. La Calabria di oggi, se vuole davvero farsi paesaggio in movimento, deve darsi come Anastasia. Deve smettere probabilmente di essere un documentario sociologico sulle proprie ferite e diventare uno spazio del mito, un territorio dove il reale si sporca con l’immaginario. Le otto voci arruolate dall'operazione torinese hanno il compito più ingrato, cioè fare da sceneggiatori di una transumanza visiva. Devono prendere la parola scritta – che in questa terra ha spesso il sapore del sangue, della pietra e della nostalgia della “restanza” – e tradurla in pura dinamica della visione.
I dialoghi tra Polo e il Khan iniziano nel silenzio. Gesti, ammiccamenti, oggetti mostrati sul tappeto della reggia. Quel silenzio era cinema muto. Era l’essenza di un montaggio delle attrazioni dove il senso nasce dallo scontro tra due elementi distanti. Il cinema d'osservazione, quello che non spiega ma mostra, dovrebbe ripartire da qui. I registi che accetteranno la sfida di questa nuova mappatura calabrese dovranno forse rinunciare alla tentazione della didascalia. Dovranno muovere la macchina da presa come Polo muoveva lo sguardo, alternando piani sequenza nervosi lungo le strade dei paesi fantasma a primissimi piani di dettagli apparentemente insignificanti. Una conchiglia fossile sui muri di un paese dell’Aspromonte può contenere più verità antropologica di un intero saggio sui flussi migratori.
C’è un'altra città nel testo calviniano che sembra scritta apposta per i finanziamenti pubblici alle produzioni audiovisive. È Sofronia. Lì, una metà della città è fatta di elementi provvisori, baracconi da luna park e montagne russe, mentre l’altra metà custodisce i palazzi di pietra, le banche, i ministeri. Ogni anno una metà viene smontata e l’altra resta. Calvino gioca con l’illusione. Ci dice che la solidità delle istituzioni è l’unica vera finzione, mentre la giostra è la realtà. Ecco, il cinema ha esattamente questo potere sovversivo. Può smontare i palazzi del potere e le narrazioni dominanti per mostrare che sotto la pietra c’è solo sabbia. O viceversa. Può dare dignità di cattedrale a una baracca di lamiera lungo la statale 106.
La sfida lanciata a Torino non si vince dunque con le percentuali di tax credit o con il numero di maestranze locali impiegate sui set. Si vince se si ha il coraggio di essere infedeli alla realtà per rimanere fedeli alla verità del visibile. La Calabria vibrante e complessa evocata da Grande ha bisogno di registi che sappiano usare la cinepresa come un bisturi, non come un pennello da trucco. Devono cercare le città nascoste dentro le città visibili. Devono scovare la geometria segreta dei paesi arroccati, la rabbia che cova sotto la staticità delle controre estive, l’energia sporca di una giovinezza che decide di rimanere invece di fuggire.
Alla fine di questo viaggio mentale, Kublai Khan si rende conto che l’impero, tanto sbandierato sulle mappe, è solo un immenso disastro che si sta sgretolando. Marco Polo gli risponde che l’inferno dei viventi è quello che abitiamo tutti i giorni. Ci sono due modi per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti. Accettare l’inferno e diventarne parte fino a non vederlo più. Il secondo, invece, chiede attenzione e apprendimento continui. Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio. Il cinema antropologico serve a questo. A dare spazio a ciò che resiste. Non resta che spegnere le luci in sala, fare silenzio e aspettare che il paesaggio cominci a muoversi.
*Documentarista Unical


