Ambientato in un piccolo paese della Calabria, il romanzo racconta il percorso di Edith. Tra tradimento, relazioni violente e risveglio interiore, la sofferenza diventa consapevolezza e l’amore per sé una scelta necessaria
Tutti gli articoli di Cultura
PHOTO
E poi quel giorno accadde è un romanzo particolarmente intenso. L’autrice è Emma Serpa, nata a Cosenza nel 1979, docente di lingue straniere. Attualmente vive in giro per il mondo.
Il suo romanzo racconta una storia di coraggio, resilienza e rinascita. Ambientato in un piccolo paese della Calabria, con le sue tradizioni, i suoi rituali sociali e le sue regole non scritte, il libro segue il percorso di Edith, una giovane donna del Sud Italia alla ricerca dell’amore e di un senso profondo della propria esistenza.
Il romanzo si muove tra due storie centrali: la prima segnata dal tradimento, la seconda da una relazione che, dietro l’apparenza nasconde la violenza. Ma è proprio attraversando il dolore che Edith riscopre se stessa, trasformando la sofferenza in forza, la fragilità in consapevolezza, il risveglio in scelta.
Abbiamo sentito Emma Serpa.
Edith è una donna in costante oscillazione tra sogno e disillusione: quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto di universale?
Edith nasce certamente da un nucleo autobiografico: in lei confluiscono esperienze, inquietudini, desideri e fratture interiori che l’autrice ha conosciuto in prima persona o osservato da vicino. Tuttavia questo elemento personale non è mai fine a se stesso. La dimensione autobiografica funziona piuttosto come punto di partenza, come materia viva che viene rielaborata e trasfigurata dalla scrittura. Proprio attraverso questa trasformazione Edith diventa un personaggio universale. La sua oscillazione continua tra sogno e disillusione non riguarda solo una singola vicenda individuale, ma rappresenta una condizione umana condivisa.
Nel libro l’amore appare come una forza ambivalente, capace di salvare ma anche di distruggere. Cosa non dovrebbe mai essere l’amore, secondo lei?
L’amore, secondo me, si racchiude nella parola rispetto.
Lei affronta temi delicati come il tradimento e la violenza all’interno di una relazione. Quanto è stato difficile raccontarli senza cadere nella retorica o nel giudizio?
Affrontare temi così delicati è stato complesso, perché il rischio di semplificarli o giudicarli è sempre presente. Ho cercato di partire dall’ascolto dei personaggi e delle loro contraddizioni, senza voler spiegare o giustificare nulla. Più che dare risposte, mi interessava porre domande e lasciare spazio all’ambiguità, mostrando le conseguenze emotive di certe dinamiche. Credo che il rispetto per chi vive o ha vissuto situazioni simili passi proprio da uno sguardo onesto, che non indulga nella retorica ma nemmeno distolga lo sguardo dalla realtà.
La sofferenza nel romanzo non porta alla rassegnazione, ma a un risveglio. È un messaggio consapevole che ha voluto consegnare al lettore?
Assolutamente sì.
Un elemento centrale è l’amore per se stessi, spesso trascurato. Quando Edith inizia davvero a scegliersi?
Edith inizia davvero a scegliersi nel momento in cui smette di definire il proprio valore attraverso lo sguardo e le aspettative degli altri.
Vivendo “in giro per il mondo”, come cambia il suo sguardo sulle radici, sull’appartenenza e sulle storie femminili come quella di Edith?
Vivendo “in giro per il mondo”, lo sguardo sulle radici e sull’appartenenza tende a farsi meno rigido e più stratificato. Le radici non scompaiono, ma smettono di essere un punto fisso: diventano una trama di esperienze, lingue, incontri e assenze. L’appartenenza, invece di coincidere con un solo luogo, si trasforma in qualcosa di mobile, spesso fatto di relazioni, memorie e scelte più che di confini geografici.

