Seconda puntata della rubrica Le arie d'opera del popolo. Un viaggio nel cuore de Il barbiere di Siviglia, tra genio musicale, ironia e il racconto di un'aria diventata patrimonio della cultura
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Se esiste un personaggio capace di incarnare lo spirito più autentico dell'opera buffa italiana, questi è senza dubbio Figaro. Intraprendente, brillante, ironico, intelligente, uomo del popolo e padrone del proprio destino, egli rappresenta una delle figure più moderne del teatro musicale europeo. E se vi è un'aria che ne restituisce tutta la vitalità, questa è "Largo al factotum", una pagina che, da oltre due secoli, continua a riecheggiare nei teatri del mondo e nella memoria collettiva.
Con questa seconda puntata della rubrica Le arie d'opera del popolo entriamo nel cuore del capolavoro di Gioachino Rossini, Il barbiere di Siviglia, forse la più celebre opera buffa della storia della musica.
Un capolavoro nato in pochi giorni
Era il 1816 quando il ventiquattrenne Gioachino Rossini ricevette l'incarico di comporre una nuova opera per il Teatro Argentina di Roma. Il tempo era pochissimo. La leggenda racconta che il compositore completò gran parte della partitura in meno di tre settimane, lavorando con quella rapidità e quella genialità che gli erano universalmente riconosciute.
Il libretto, scritto da Cesare Sterbini, si ispirava alla commedia Le Barbier de Séville di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, la stessa che qualche anno più tardi avrebbe dato origine anche alle Nozze di Figaro di Mozart.
La prima rappresentazione, il 20 febbraio 1816, fu un clamoroso insuccesso. Fischi, incidenti di scena, rivalità tra sostenitori di diversi compositori trasformarono il debutto in una serata disastrosa. Ma fu un fallimento effimero. Già dalla replica successiva il pubblico comprese di trovarsi davanti a un autentico capolavoro, destinato a conquistare l'Europa.
Da allora Il barbiere di Siviglia non ha mai lasciato i cartelloni dei grandi teatri.
La trama: l'intelligenza contro il potere
L'opera è ambientata nella Siviglia del Settecento.
Il giovane Conte d'Almaviva è innamorato della bella Rosina, una ragazza vivace e colta che vive sotto la tutela del vecchio dottor Bartolo.
Bartolo, tuttavia, non è un semplice tutore. Desidera sposare egli stesso Rosina per impossessarsi della sua ricca dote e, per questo motivo, la tiene praticamente segregata in casa.
A entrare in scena è Figaro, il celebre barbiere della città. Ma definirlo soltanto un barbiere sarebbe riduttivo.
Figaro è il confidente di tutti, il messaggero, il mediatore, il consigliere, l'organizzatore di intrighi, colui che conosce ogni strada, ogni casa e ogni segreto di Siviglia. È l'uomo cui tutti si rivolgono quando occorre risolvere un problema. Grazie alla sua straordinaria inventiva, il Conte riuscirà a entrare in casa di Bartolo sotto diversi travestimenti, fino a conquistare Rosina e sposarla, sventando definitivamente i progetti del vecchio tutore.
È il trionfo dell'intelligenza sull'autorità, della fantasia sulla prepotenza, dell'astuzia sulla forza.
"Largo al factotum": l'ingresso del protagonista
"Largo al factotum" compare all'inizio del primo atto. Figaro entra in scena da solo e, ancor prima di essere conosciuto dagli altri personaggi, si presenta direttamente al pubblico. Non racconta la propria vita. La canta. Largo al factotum della città!Largo! Largo! La parola factotum, derivata dal latino fac totum ("fa' tutto"), indica colui che sa fare ogni cosa, che interviene ovunque e che risolve qualsiasi difficoltà.
Figaro si descrive come il motore invisibile della città. Tutti lo cercano, tutti lo chiamano, tutti dipendono dalla sua abilità.
È un'autopresentazione costruita con irresistibile ironia.
Rossini gli affida una scrittura vocale vertiginosa, fatta di sillabazioni rapidissime, salti improvvisi, giochi ritmici e continui crescendo orchestrali. È una delle arie più impegnative dell'intero repertorio baritonale.
Il celebre: «Figaro! Figaro! Figaro! Figaro! Figaro!...»
non rappresenta soltanto un virtuosismo vocale. È la traduzione musicale della vita frenetica del protagonista. Tutti lo chiamano contemporaneamente. Tutti hanno bisogno di lui. La musica diventa teatro, movimento, carattere. Rossini non descrive Figaro. Lo fa vivere davanti ai nostri occhi.
Un inno alla borghesia nascente
Sotto l'apparente leggerezza dell'opera buffa si cela una trasformazione profonda della società europea. Figaro non appartiene all'aristocrazia. Non possiede titoli nobiliari.
La sua autorevolezza nasce esclusivamente dalla propria intelligenza, dalla competenza, dalla capacità di lavorare e di rendersi indispensabile.
È il simbolo di quella borghesia operosa che, proprio tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, comincia lentamente a sostituire il privilegio della nascita con il merito personale.
Non è un caso che Beaumarchais, autore della commedia originale, fosse considerato uno degli scrittori che meglio avevano colto il clima culturale destinato a precedere la Rivoluzione francese.
Figaro rappresenta un uomo nuovo. Non obbedisce passivamente al potere. Lo aggira con l'intelligenza. Quando i barbieri cantavano davvero Figaro. Tra tutte le arie della storia dell'opera, forse nessuna ha avuto un destino più curioso.
Per decenni "Largo al factotum" è stata realmente cantata dai barbieri.
Non si trattava di una semplice coincidenza.
Le botteghe dei barbieri, nell'Italia dell'Ottocento e della prima metà del Novecento, erano molto più che esercizi commerciali. Costituivano luoghi di incontro, piccoli salotti popolari nei quali si discuteva di politica, di cronaca, di sport e di teatro.
Molti barbieri possedevano una discreta formazione musicale. Alcuni avevano suonato nelle bande cittadine; altri avevano imparato ad ascoltare l'opera durante le feste patronali o grazie alle compagnie itineranti.
Mentre radevano una barba o tagliavano i capelli, era naturale intonare: Largo al factotum della città! Il pubblico sorrideva.
Conosceva perfettamente quella melodia.
Così come conosceva "La donna è mobile", "Una furtiva lagrima", "Di quella pira", "Libiamo ne' lieti calici" o il coro del "Va', pensiero". Quelle arie uscivano dai teatri grazie alle bande musicali, ai cantastorie, alle compagnie ambulanti, agli spartiti economici venduti nelle fiere, ai grammofoni e, successivamente, alla radio. Molti contadini non avevano mai visto il Teatro alla Scala o il Teatro San Carlo. Eppure conoscevano Rossini. Lo avevano ascoltato nella piazza del paese durante una festa patronale. Lo avevano imparato da un padre, da un fratello maggiore o da un compagno di lavoro. Il melodramma era una tradizione orale. Era cultura condivisa. Era popolo.
A oltre duecento anni dalla sua composizione, "Largo al factotum" continua a divertire, sorprendere e affascinare.
Non soltanto per la sua straordinaria brillantezza musicale.
Ma perché Figaro continua a parlarci. È l'uomo che costruisce il proprio destino con il talento, con l'ingegno e con il lavoro. È il professionista che diventa indispensabile perché mette la propria intelligenza al servizio degli altri. Ed è forse proprio questa la ragione per cui la sua voce non è mai rimasta confinata nei grandi teatri.
È scesa nelle piazze, è entrata nelle botteghe, ha accompagnato il lavoro quotidiano e si è impressa nella memoria di intere generazioni.
Il barbiere di Siviglia non appartiene soltanto a Rossini. Appartiene a tutti coloro che, almeno una volta, hanno sorriso ascoltando quel travolgente richiamo:
«Figaro!... Figaro!... Figaro!»
Perché le grandi arie d'opera non diventano immortali quando vengono applaudite da un teatro.
Lo diventano quando un popolo decide di farle proprie.


