Consacrò la sua breve vita alla fede e alla scrittura. Entrata giovanissima nel monastero di Santa Chiara, coltivò studio, preghiera e poesia, lasciando diverse raccolte di versi sacri
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La donna, anzi la fanciulla - morì a soli ventitré anni - della quale voglio raccontarvi, apparteneva alla nobile famiglia dei Baroni Selvaggi-Vercillo. Davide Andreotti Loria la descrive con le parole del Cantico dei Cantici: Chi è costei che apparisce simile all’alba, bella come la luna, pura come il sole? Ella è la colomba di San Marco Argentano; discesa dai giardini del cielo nella valle irrigata dal Malosa e dal Fullone. Sto parlando di Maria Teresa Beatrice Selvaggi (1820-1843) o, meglio, di Suor Clarice. Sì, una suora poetessa rimasta nell’ombra, sorella del poeta Vincenzo, la quale dedicò la sua breve vita alla Madonna dell’Immacolata, di cui cominciò a portare l’abito già bambina di dieci anni. La sua vocazione precoce si alimentò nel tempo senza mai diventare una fuga dal mondo – il padre le vietò di entrare in convento.
La madre le era morta quando aveva soli 14 anni – Madre, tu sai quanto ti amavo, e intanto / dagli occhi mi sparisti in un baleno! / Dal dì che ti perdetti io vivo in pianto, / e l’immagine tua porto nel seno! – e, prima ancora, il fratello maggiore. A 16 anni, rimasta orfana di entrambi i genitori – Chi porge conforto a me sulla terra?/ il padre mi è morto / ei giace sottoterra! / Al solo guardarlo / sentiami felice; / mi pare ascoltarlo chiamarmi Beatrice –, entrò nel monastero di Santa Chiara come educanda per tre anni, fino a prendere i voti. Dunque dei cari tuoi morta all’affetto / viver tu vuoi vita più calma e pura? Ahi, che alla verde età tra queste mura, / farai, me ‘l credi, alla beltà dispetto. Così A. Marchianò la celebra in un sonetto per la sua monacazione.
Era bella, Beatrice, bellissima, e i suoi pretendenti erano tanti, motivati non dalla ricca dote ma dalla sua grazia: tuttavia lei si consacrò a Gesù, scegliendolo come sposo. Il fratello Vincenzo dirà: …e la tua treccia morbida / in dono offristi al Cielo, / il voto pronunziandogli / piena di santo zelo: / ma il voto tuo negli animi / fu un eco di dolor.
Clarice aveva fatto la sua scelta nella verginità, nella solitudine. E anche nell’attività letteraria, perché nel corso degli anni scrisse ben quindici parti della Ghirlandella d’odicine sacre fra cui: Cinque giorni; Fiori; Poesie funebri; Poesie politiche e religiose; La vita claustrale; La creazione; A Maria; Leggende; Cantiche; Sonetti.
Da bambina aveva avuto due istitutrici e poi aveva completato la sua istruzione con l’erudito zio Pietro Antonio. Conosceva il latino e il greco, si dilettava con la musica, col ricamo, con il disegno e naturalmente con la poesia. Ironica, dedicò un sonetto a I Poetastri ovvero gli asini poeti: O sacra Musa della poesia / di frati e preti al naso avvinta sei! / t’invocan tutti in stretta compagnia / e invan tu gridi: Miserere me! E un sonetto lo dedicò a La morte di Dante: Quando il cantor dei tre regni il segnale / ultimo dava, e l’alma sua divina / ratta spiccava il vol dal terreo frale / tremò la terra classica latina.
Ma non si risparmiava nella preghiera così come nello studio, intensificando gli esercizi religiosi e approfondendo le lingue; e poiché troppo devota alle regole, si ammalò per il deleterio tormento del cilicio, le flagellazioni, i rigorosi digiuni, le continue astinenze. Senza speranza. Lei stessa, nel sonetto Rose di morte, aveva raccontato un sogno: Sognai che s’ascondesse fra le rose, / l’eterna falciatrice viandante, / erano porporine e graziose, / ed ella le falciava tutte quante. Ma, fra tutte, scelse la rosa bianca verginella.
Così il fratello Vincenzo: Quindi la gente unanime / ti chiamerà beata / quando fra schiere d’angioli, / colomba immacolata / infra gli eterni spazi / innalzerai il tuo volo. Il volo precoce di questa poetessa sacra, modello di virtù, fu quello di un’anima angelica festeggiata nei cieli ai quali si era votata.
Già s’appressa, ahi lassa, l’ora, / sacre mura, io parto, addio!

