Sul finire dello scorso anno è andato in onda su Rai Tre il docufilm Un Natale a casa Croce, di Pupi Avati, sulla vita di Benedetto Croce: una delicata meraviglia.

Trasmesso in modo silenzioso e lontano dal grande pubblico, a causa della messa in onda alle 23:10, ha acceso i sentimenti di coloro che attendono con testarda speranza la bellezza dei dettagli. Dettagli che rappresentano il comune denominatore nel docufilm e nella vita di uno dei maggiori filosofi del Novecento.

Pupi Avati, con la sensibilità e la saggezza dei grandi maestri del teatro e del cinema, ha offerto un ritratto intimo di Benedetto Croce, raccontandone le ferite personali, il rigore morale e la statura umana, nonché la dimensione intellettuale, familiare e istituzionale.

Del docufilm, prodotto da Minerva Pictures in collaborazione con Cinecittà, Rai Documentari e Archivio Luce, ne discutiamo con il docente universitario Carlo Pontorieri, al quale va un sentito ringraziamento per la disponibilità.

Professore, quali impressioni ha suscitato in lei il docufilm del maestro bolognese sulla vita di Benedetto Croce?

«Il maestro bolognese ci ha abituati a ritratti intimi dei grandi personaggi della storia e della cultura: pensiamo a Mozart o, più recentemente, a Dante. Stavolta ha lavorato sulla biografia del filosofo napoletano con un docufilm di rara grazia e delicatezza.

Dai drammi e dai traumi giovanili all’amore per i libri e all’affermazione nel panorama culturale europeo; dai nuovi drammi familiari al lungo e da un certo momento contrastato rapporto con Giovanni Gentile; dal neutralismo all’antifascismo, fino all’umanesimo del "non possiamo non dirci cristiani”, attraversando le stanze e i ricordi custoditi da Palazzo Filomarino.

Tutto questo grazie soprattutto a Benedetta Craveri, nipote del filosofo, e a Gennaro Sasso, lo studioso romano che più di ogni altro ne ha incarnato l’eredità negli ultimi decenni. È un film che parla di resistenza morale alla vita e di resistenza morale e politica all’oppressione, all’appiattimento intellettuale e alla barbarie. Una biografia che, soprattutto di questi tempi, è giusto ricordare.

Alla luce del ritratto intimo e, a tratti, anche sorprendente, quali riflessioni possiamo ricavare sul piano etico, culturale e filosofico?

Cominciamo col dire che Benedetto Croce è stato una figura imponente del ’900 non solo italiano: il filosofo che ha saputo meglio interpretare l’ottimismo della Belle époque, ma anche la resistenza della migliore cultura europea di fronte ai fascismi.

Negli anni ’30 Karl Löwith, il primo allievo di Martin Heidegger, filosofo poi tutt’altro che vicino alle tematiche di Croce, lo definì come «uno dei pochi spiriti liberi rimasti in Europa», mentre Walter Benjamin scrisse il suo Dramma barocco tedesco, intessendo un dialogo continuo col filosofo napoletano.

Cito questi due pensatori giusto per ricordare la diffusione del suo pensiero ben oltre gli ambiti nazionali e la stessa appartenenza al filone idealistico della filosofia.

L’amicizia tra Benedetto Croce e Giovanni Gentile, nucleo centrale del docufilm, come si può descrivere tenendo conto anche del contesto storico e del Ventennio fascista?

«Come racconta bene il film, Croce fu colui che scoprì il talento del filosofo di Castelvetrano e ne promosse l’ascesa nella cultura italiana. Croce e Gentile, insieme, furono poi a capo di quella grandiosa impresa culturale di tradurre in italiano per i tipi di Laterza tutti i classici del pensiero filosofico europeo.

Fino a quel tempo, forse è il caso di ricordarlo, Cartesio, Hobbes, Locke, Hume, Kant ecc. si può dire che si conoscessero in Italia solo per sentito dire. Con Croce e Gentile furono tradotte le opere per intero, in una collana che oggi è giustamente considerata leggendaria e di riferimento.

Fu poi la trasformazione del fascismo in regime che segnò la rottura politica, ma anche umana e personale, tra i due pensatori. Al “Manifesto degli intellettuali fascisti”, promosso da Gentile, seguì infatti il “Manifesto degli intellettuali non fascisti”, che vide primo firmatario Croce. Questo scontro aperto, pubblico, avvenne dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, a cui seguì un lungo silenzio tra i due.

Il film racconta anche l’atmosfera che ci fu a casa Croce quando si seppe dell’uccisione di Gentile, ad opera dei partigiani gappisti, durante la guerra di Liberazione: un momento molto duro, drammatico, terribile».

C’è qualche altra cosa in particolare che l’ha colpita del film di Avati?

«Sì, il prefinale, costituito dal filmato Luce dei funerali del filosofo: ed è l’unica volta che lo si sente chiamare “don Benedetto”, dallo speaker dell’epoca. Questa è una leggenda tra le tante, forse per rendere caricaturale anche il più grande pensatore meridionale del Novecento.

Infatti, per quello che so, anche dai ricordi di famiglia, mai nessuno, a Napoli, osò chiamarlo in tal modo: per tutti invece era il Senatore, quello per antonomasia. E Avati, con grande rispetto, nei dialoghi del suo film riprende proprio questo antico uso.

Peraltro, si può notare anche una sorta di Croce Renaissance nel cinema italiano: prima Mario Martone, ora Pupi Avati, entrambi attraverso il richiamo alla più importante famiglia del teatro napoletano del Novecento, i De Filippo.

Pupi Avati, evidentemente già nel titolo, ma un richiamo che si ripresenta poeticamente anche tra l’inizio e la fine della narrazione attraverso lo strummolo, la trottola che appare anche in Natale in casa Cupiello, qui a rappresentare il legame giocoso e profondo tra nonno e nipote.

“Il Senatore” dunque amava Napoli. Come possiamo descrivere il legame tra Croce e Napoli?

«Sì, il rapporto di Croce con Napoli fu continuo. Negli ultimi anni l’editore Adelphi si è concentrato nella ripubblicazione delle opere del Croce storiografo. E la storia di Napoli è sempre centrale, attraverso ricostruzioni minuziose, documentatissime e allo stesso tempo di grande respiro.

In questi giorni sto leggendo I teatri di Napoli, per dei miei studi sulle istituzioni musicali del ’700 napoletano… beh, è un libro meraviglioso!

Ma forse proprio la scelta di prendere casa in Palazzo Filomarino, non lontano da dove abitò l’amatissimo Giambattista Vico, in quella Spaccanapoli – ora, a quell’altezza, via Benedetto Croce – che è il centro del centro più antico della città, rappresenta meglio di ogni cosa il legame del filosofo con Napoli».

Un consuntivo sul Croce uomo politico?

«Giusto un ricordo: Croce fu ministro della Pubblica Istruzione (allora si chiamava ancora così) nell’ultimo governo presieduto da Giovanni Giolitti, subito dopo la Prima guerra mondiale. E dobbiamo a lui la prima legge in Italia per la tutela del paesaggio».

In conclusione, il legame tra Croce e il tempo rappresenta un punto di riferimento imprescindibile negli studi filosofici e nell’attività istituzionale del filosofo napoletano, come emerge dalle pagine del Soliloquio (Adelphi, 2022, pp. 3 ss.):

«Ora, la vita intera è preparazione alla morte, e non c’è da fare altro sino alla fine che continuarla, attendendo con zelo e devozione a tutti i doveri che ci spettano. La morte sopravverrà a metterci a riposo, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare».

Il docufilm su Benedetto Croce è disponibile in streaming su RaiPlay: un’occasione da vivere con la consapevolezza di ricercare la bellezza nel pensiero storico e filosofico di un uomo che ha scritto pagine indelebili della storia italiana e non solo.