Le Big tech americane sono finite sulla lista nera dei Guardiani della rivoluzione. Trenta siti, con tanto di informazioni e coordinate di geolocalizzazione, sono stati pubblicati sull’account ufficiale di X dell'agenzia di stampa iraniana Tasnim, legata ai pasdaran. Un chiaro invito ad azioni malevole rivolto ad amici e alleati in grado di colpire obiettivi occidentali. Tra loro figurano Amazon, Google, Microsoft, Nvidia e Oracle, Ibm e Palantir. Il regime degli ayatollah li considera ormai “obiettivi legittimi” della sua ritorsione per gli attacchi sferrati da Usa e Israele.

L’attenzione rivolta da Teheran ai big informatici mette a rischio 100 miliardi investimenti su IA e data center. Dubai e Tel Aviv i nomi delle città che ricorrono più spesso.

I paesi del Golfo hanno puntato alla creazione di hub tecnologici di portata globale che in questa guerra sono diventati un bersaglio su cui l’esercito degli ayatollah e non solo, potrebbero scatenare la loro vendetta: Teheran vuole far pagare loro un prezzo salatissimo. Intanto lo stop dei progetti e delle forniture di tecnologia per portali avanti.

Amazon web services è già stata colpita due volte negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Black out di rete e niente servizi cloud per giorni. L’invito a colpire i nemici tecnologici dell’Iran apre ad una frammentazione del conflitto in una miriade di ulteriori rivoli pericolosi ed incontrollabili affidati alla libera iniziativa di forze militari, paramilitari, terroristi ed entità hacker. Secondo l’Irgc queste aziende sono organiche all’apparato militare statunitense ed israeliano perché ne alimentano le infrastrutture digitali che non distinguono tra uso di piattaforme e programmi per scopi civili e uso per scopi bellici. La guerra ibrida con l’Iran sulle infrastrutture di rete e su quelle digitali, combattute da eserciti numerosi, agguerriti ed invisibili potrebbe andare avanti per anni.

Google Cloud e il Fondo d'investimento pubblico dell'Arabia Saudita hanno annunciato hanno finanziato un progetto da 10 miliardi di dollari per costruire lab di IA e data center hub. Sempre in Arabia Saudita e sempre per la potenza di calcolo IA, Amazon ha un progetto da 5,3 miliardi di dollari. Oracle ha un progetto da 1,5 miliardi di dollari per espandere la propria infrastruttura cloud in Arabia Saudita con due laboratori di calcolo a Riad e a Gedda.

Microsoft negli Emirati Arabi ha già speso 4,6 miliardi di dollari per la capacità di data center IA e cloud e ha annunciato che entro il 2029 investirà complessivamente altri 15,2 miliardi di dollari. L’azienda di Redmond ha una partnership con la società governativa G42 nella quale ha una partecipazione finanziaria da 1,5 miliardi di dollari.

Sempre negli Emirati Arabi, Oracle e Nvidia si sono aggiudicati un appalto governativo da 2,8 miliardi con il Dipartimento di Government Enablement di Abu Dhabi per costruire sistemi governativi sicuri e IA-first. Ibm fornisce hardware ed apparecchiature hi-tech ad aziende e governi dell’area da oltre 20 anni. 

Decine di aziende occidentali sono stabilmente impiegate ed integrate nei circuiti di supply chain dei progetti su data center e IA in corso nei paesi del Golfo. Anche su queste realtà si estendono e si moltiplicano i rischi e gli effetti conseguenti al prolungamento del conflitto.