La fotografia dei conti pubblici italiani passa anche da qui: il nuovo decreto sul taglio delle accise deciso dal governo non è una vera proroga, ma una versione “light”. Per le prossime tre settimane (fino al 23 maggio), lo sconto resta pieno solo sul diesel — 20 centesimi al litro più Iva — mentre sulla benzina si assottiglia a soli 5 centesimi.

Tradotto: da oggi chi fa rifornimento sentirà la differenza. Alla pompa si prevede un rincaro tra i 15 e i 20 centesimi al litro, cioè circa 10 euro in più per un pieno medio.

Il nodo vero: i soldi che non ci sono

Dietro la scelta c’è una realtà semplice: le risorse sono finite. Per mantenere lo sconto pieno servirebbero circa 300 milioni di euro in tre settimane, ma il bilancio non regge senza tagliare altre spese o aumentare il deficit — opzioni che, per ora, restano fuori dal tavolo.

Le coperture? Un mix che racconta bene la situazione: da un lato l’extra-gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi, dall’altro le multe dell’Antitrust. Una soluzione tampone, più che strutturale.

Diesel favorito: mossa per evitare lo stop dei camion

La scelta di proteggere il diesel non è casuale. È il carburante dell’autotrasporto, il settore più esposto al caro-energia. E anche quello più pronto a far sentire la propria voce.

Le imprese hanno già proclamato uno sciopero dal 25 al 29 maggio, con il rischio concreto di bloccare il Paese. Sul tavolo c’è una richiesta chiara: almeno 500 milioni di euro di sostegno, ben oltre i 100 milioni di credito d’imposta finora previsti.

Il governo ha promesso nuovi interventi, ma con una clausola implicita: “soldi permettendo”.

Energia cara: pressione continua su famiglie e imprese

Intanto i mercati non aiutano. Il petrolio europeo resta intorno ai 110 dollari al barile, circa l’80% in più rispetto a inizio anno. Il gas supera i 46 euro al megawattora, con un balzo del 63%.

Numeri che non restano teorici: si scaricano direttamente su bollette e carburanti. E il rischio è che la tensione resti alta, soprattutto se lo Stretto di Hormuz continuerà a essere un punto critico per i flussi energetici globali.

Trattativa con l’Europa: margini stretti

Sul fronte politico, la maggioranza prova a guadagnare spazio. L’idea è negoziare con l’Unione europea per ottenere maggiore flessibilità sui conti, sfruttando le clausole previste dalla nuova governance economica.

Ma non è semplice. La clausola generale scatta solo in caso di grave recessione, mentre quella nazionale richiede comunque un accordo con Bruxelles.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato chiaro: difficile immaginare una deroga che escluda le spese per energia e sostegno a famiglie e imprese.

Tassi e debito: un altro fronte caldo

C’è poi un effetto collaterale che pesa: la crisi energetica spinge anche i rendimenti dei titoli di Stato. Il decennale italiano è salito intorno al 3,9%, in crescita dall’inizio delle tensioni internazionali.

E all’orizzonte c’è un’altra incognita: la Banca Centrale Europea potrebbe tornare ad alzare i tassi già a giugno per contenere l’inflazione.

Tre settimane per decidere

Il governo guidato da Giorgia Meloni si è preso tempo: tre settimane per capire come muoversi tra conti pubblici fragili, pressione sociale e mercati instabili.

Ma la direzione è già chiara: senza nuove risorse, ogni intervento sarà sempre più limitato. E a pagare, almeno per ora, saranno soprattutto gli automobilisti.