Solo 60 miglia marittime, circa 100 chilometri, separano l'Iran dagli Emirati Arabi, paese che ospita mezzo milione di iraniani. Dietro la rivalità che da oltre mezzo secolo caratterizza i rapporti tra Teheran e Dubai ci sono grandi interessi economici, finanziari e commerciali e i nuovi equilibri geopolitici nell’area mediorientale.

Il ruolo giocato sullo scacchiere internazionale, le partnership con le maggiori compagnie occidentali e con le big tech americane e la scelta degli Emirati Arabi di aprire ad Israele hanno contribuito ad accrescere le distanze con il regime degli ayatollah e ad esacerbare le relazioni diplomatiche, già difficili prima dello scoppio del conflitto. Tanto che in questi giorni Teheran ha deciso di punire Dubai lanciandogli contro 270 missili e 1.500 droni kamikaze.

La guerra sta causando alle monarchie del Golfo un grave shock economico nei settori chiave: industria, tecnologia avanzata, comparto energetico, turismo e mercato immobiliare. I pasdaran hanno detto che i prossimi obiettivi sono banche e centri economici. L’annuncio fatto dai Guardiani della rivoluzione getta altra benzina su un fuoco che, contrariamente a quanto dichiarato dal presidente americano Donald Trump, potrebbe essere molto difficile domare in tempi brevi.

Per il Pentagono l’Iran ha perso il 90% delle infrastrutture militari e gli attacchi con droni e missili sono diminuiti dell’80% ma gli ayatollah hanno assicurato di poter andare avanti per altri 6 mesi. Prospettiva che non piace a nessuno con Israele e Washington in disaccordo su strategie e tempi per la risoluzione della crisi. La Cina protesta mentre la Russia si offre per una mediazione diplomatica tra le parti in guerra. La prima ha bisogno di rifornimenti di gas e petrolio, la seconda ne ha da vendere. 

Negli Emirati Arabi questi dodici giorni di black out sono destinati ad avere gravi ripercussioni. Citigroup ha deciso di evacuare i suoi dipendenti dagli uffici a Dubai «a causa delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza». E sempre per motivi di sicurezza la compagnia aerea olandese Klm controllata dal gruppo Air France ha cancellato tutti i voli verso Dubai fino al 28 marzo. Scali emiratini ancora off limits per Air France e per Lufthansa.

Gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi sono stati bersagliati di continuo dalla controffensiva iraniana. Teheran ha colpito due data center e strutture operative di Amazon web services, la piattaforma di cloud computing più diffusa al mondo, buttando giù la rete di diversi paesi mediorientali. Missili e droni sono stati lanciati contro Dubai Marina, Palm Jumeirah e Dubai Harbour che costituiscono insieme il più grande agglomerato portuale turistico (e di lusso) del mondo con 4.400 posti barca, centri commerciali multilivello e 500 tra ristoranti, alberghi, lounge bar e bistrot. Ora nel mirino dei pasdaran ci sono anche le facilities energetiche e gli impianti di desalinizzazione da cui dipendono l’80% degli approvvigionamenti idrici dei paesi del Golfo.

Intervistato dalla Cnn, Fawaz Gerges, professore di relazioni internazionali alla London School of Economics ha affermato che «Dubai è davvero l'epicentro della globalizzazione». «I leader iraniani - ha spiegato Gerges - considerano Dubai il fondamento del sistema economico mondiale occidentale e questo mette in crisi l'economia mondiale, non solo quella di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti».

La guerra diventa così un calderone nel quale confluiscono tutte le tensioni generate tra gli attori in campo. Così, lo scontro di religione tra sciiti e sunniti (lo Yemen è uno dei fronti aperti) ed il nodo Israele si intersecano e si legano indissolubilmente alle questioni economiche. Le aperture concesse a Tel Aviv dagli sceicchi sia in Medio Oriente che in Africa e le partnership tecnologiche ed industriali sempre più strette in campo energetico e militare hanno contribuito a fare di Dubai il bersaglio perfetto delle ritorsioni iraniane

La guerra santa economica deve servire ad infliggere dolore agli alleati degli Stati Uniti. Questo il piano degli ayatollah. Ma il paradosso è che gli Emirati Arabi sono uno dei principali partner commerciali dell'Iran, al secondo posto dopo la Cina. Prima della guerra, gli affari tra i due Paesi erano in espansione, nonostante gli Stati Uniti abbiano inasprito le sanzioni contro il regime. Secondo la Wto nel 2024 gli scambi bilaterali tra i due paesi avevano un valore di 28 miliardi di dollari. I danni causati in pochi giorni dallo shock commerciale ed energetico superano già abbondantemente questa soglia. Miliardi di dollari di merci viaggiano ogni giorno lungo le rotte asiatiche per far tappa nel Golfo e ripartire alla volta dei porti europei. Gli Emirati Arabi hanno sviluppato grandi capacità di mediazione diplomatica: lo si è visto con i colloqui tra Usa, Russia e Ucraina per mettere fine al conflitto scatenato da Mosca.  

Oggi l’Iran sembra aver colpito nel segno. Il prosieguo del conflitto può seriamente mettere a rischio l’Agenda economica D33 ed il Piano regolatore urbano Dubai 2040, due progetti del valore di 2mila miliardi di dollari, oltre a 500 milioni di dollari di investimenti su data center e intelligenza artificiale. Questi due programmi pluriennali di investimento vedono impegnate 300mila aziende di 80 paesi, Italia compresa, con progetti in corso negli ambiti più disparati, dalla cultura alla ricerca, dalla sanità alla transizione digitale ed energetica.