L’allarme della Cgia: imprese schiacciate dalla crisi di liquidità. Fare il pieno a un camion costa oltre 200 euro in più dall’inizio della guerra. Ditte verso lo sciopero di 5 giorni
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Una protesta figlia di un disagio maturato negli anni. Lo stop degli autotrasportatori calabresi, se sarà confermato lo sciopero di 5 giorni a partire dal 20 aprile, non è frutto di una iniziativa estemporanea.
Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA, un’impresa calabrese su cinque rischia di chiudere entro la fine dell’anno, perché schiacciata da una crisi di liquidità sempre più soffocante. Una notizia dai risvolti preoccupanti perché se si fermano i camion si ferma l’intero sistema della logistica nazionale, con effetti a cascata sull’economia reale. Oggi in un'azienda di trasporto media, il gasolio rappresenta circa il 30% dei costi operativi totali. Insieme agli stipendi del personale, è la voce di spesa più pesante. L’impennata del prezzo del gasolio fa saltare il già precario equilibrio dei bilanci aziendali.
Con il taglio delle accise in vigore dall’inizio del conflitto, cioè a prezzo un minimo scontato per effetto dell’intervento statale, il prezzo medio del gasolio in modalità self oggi si attesta su 2,135 euro, +30,6% rispetto a fine dicembre 2025: 50 centesimi in più al litro. Fare il pieno di 500 litri ad un Tir costa oltre 200 euro in più. Ai prezzi correnti, quest’anno, rifornire un mezzo pesante costerà 17.500 euro in più. I tempi tra pagamenti ed incassi sono ciò che mette più pressione alle aziende. Il gasolio si paga al distributore con fatture a brevissimo termine (settimanali o quindicinali). Gli incassi dei contratti di trasporto sono invece differiti con fatture pagate a 60, 90 o, segnala la Cgia, addirittura a 120 giorni. L'autotrasportatore si ritrova ad anticipare cifre enormi per permettere ai camion di viaggiare, sperando di recuperare quei soldi mesi dopo. L'azienda non si ferma per mancanza di lavoro, ma per l'impossibilità fisica di riempire il serbatoio.
In Calabria operano 2.253 imprese, e negli ultimi dieci anni il loro numero è diminuito del 12,8%, una riduzione molto più contenuta rispetto alla media nazionale che si attesta al 22,2%. La provincia di Reggio Calabria ne conta il maggior numero, 990. Seguono Cosenza con 473, Catanzaro con 334, Crotone con 301 e Vibo Valentia con 155. In termini di cessazione di attività il dato più alto, nell’ultimo decennio, riguarda Catanzaro, -21%, e Cosenza, -20,4%. Vibo Valentia ha visto ridurre il numero dell’11,9%, Reggio Calabria del 7,6% e Crotone del 5,9%.

