Vertice tra Gran Bretagna, Italia e Germania per valutare le misure necessarie a proteggere le navi nello Stretto di Hormuz «in risposta alle crescenti minacce dell'Iran»
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Italia, Gran Bretagna e Germania stanno valutando una serie di opzioni per proteggere le navi nello Stretto di Hormuz. È quanto hanno concordato in un vertice telefonico i leader dei tre paesi «in risposta alle crescenti minacce dell'Iran». Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che «la libertà di navigazione è di importanza vitale» per il Medio Oriente e per i commerci mondiali. L’Italia ha chiesto a Bruxelles di adottare misure straordinarie per evitare che l'impennata dei prezzi dell'energia si trasferisca a quelli dei beni di consumo.
Per far fronte all’emergenza i paesi del G7 stanno valutando l'utilizzo delle riserve strategiche di petrolio. «L'Italia è uno dei Paesi con le più alte riserve – ha detto il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Frattin - ma la valutazione riguarda la messa in comune delle riserve perché ci sono dei paesi in difficoltà».
L’annuncio del presidente americano Donald Trump dell’imminente fine del conflitto nel Golfo ha avuto un effetto positivo sulle Borse europee. Oggi tutte in rialzo dopo giorni difficili e dopo che sui mercati finanziari globali sono stati bruciati circa 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Giù il prezzo del gas, finito sotto i 50 euro al MWh, anche il greggio viene venduto a 90 dollari al barile. Il presidente Usa ha detto che «la guerra finirà presto» perché l’Iran ha perso il 90% della sua infrastruttura militare. Il segretario della Difesa, Pete Heghset, ha detto che la capacità offensiva di Teheran si è ridotta dell’80%. Lanci mirati e non più a pioggia come nei giorni scorsi, per questo anche maggiormente intercettabili dalle difese aeree. Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar, sempre nel mirino degli ayatollah, sono stati attaccati anche oggi. Lo Stretto di Hormuz è ancora bloccato. I pasdaran minacciano di affondare qualunque nave commerciale tenti di forzare il blocco.
Il conto economico è elevatissimo. Circa 40 miliardi persi tra trasporto aereo e industria turistica del Medio Oriente a cui vanno ad aggiungersi decine di miliardi al giorno per i commerci marittimi. Nel Golfo è fermo un quarto della produzione mondiale di petrolio. Senza contare gli effetti diretti della crisi, la più grave degli ultimi decenni, sull’economia mondiale, sulle famiglie e sulle imprese. Costa di più fare la benzina e fare la spesa. Gli aumenti colpiscono tutte le filiere produttive. Con effetti che si vedranno per mesi.
Al di là degli annunci circa la possibilità che il conflitto cessi a breve, l’incertezza è grande e i paesi del Medio Oriente hanno deciso di ridurre la produzione giornaliera di petrolio. Lo scrive Bloomberg.
L’Arabia Saudita potrebbe tagliare la produzione fino a 2,5 milioni di barili al giorno, gli Emirati Arabi Uniti la ridurrebbero di 500.000-800.000 barili al giorno. Il Kuwait ha già ridotto la produzione di mezzo milione di barili al giorno e l’Iraq di circa 2,9 milioni.
L’Iraq, nemico storico del regime iraniano, sta cercando vie alternative per esportare il suo petrolio dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz e dopo la sospensione del transito di greggio attraverso l’Iraqi-Turkish pipeline, nel Kurdistan. In una dichiarazione all’Afp, il portavoce del ministero del Petrolio di Baghdad, Saheb Bazoun, ha detto che «come per molti altri paesi della regione, la produzione e la commercializzazione del petrolio sono state gravemente colpite, non lasciando al governo altra scelta se non quella di cercare altre vie per le nostre vendite». Il bilancio di stato iracheno dipende al 90% dai proventi delle entrate petrolifere.


