La Manovra finanziaria 2027 comincia a riempirsi di proposte. Siamo ancora alle prime ipotesi, ma alcune indicazioni iniziano a delineare la direzione verso cui il governo intende muoversi: detassazione degli aumenti salariali, possibili riduzioni dell’Irpef per i giovani, incentivi alle imprese e forme di sostegno agli studenti meritevoli.

Per il governo, il problema dei salari bassi e della fuga delle competenze non può più essere ignorato. Ed è un fatto positivo. Ma c’è una domanda che l’esecutivo deve porsi con estrema urgenza: perché i giovani continuano ad andarsene dal Sud?

Il governo è chiamato a rispondere prima che sia troppo tardi. Anche se, per molti territori, è già troppo tardi.

Le ipotesi sul tavolo

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha ipotizzato una tassazione agevolata sulla parte di stipendio derivante dagli aumenti salariali riconosciuti ai giovani. Non si tratta ancora di una misura definita: l’ipotesi prevede un accordo con le imprese, che dovrebbero aumentare le retribuzioni, beneficiando poi di un trattamento fiscale più favorevole sulla quota aggiuntiva.

Nella maggioranza sono state avanzate anche proposte per ridurre il prelievo fiscale sui giovani lavoratori e introdurre forme di sostegno agli studenti meritevoli. Si tratta, tuttavia, di ipotesi politiche ancora da tradurre in norme concrete, con platee, requisiti, durata e coperture finanziarie ancora da definire.

Sono misure che potrebbero aumentare il reddito disponibile, ma sembrano insufficienti, soprattutto se non saranno accompagnate da una politica strutturale per il lavoro, le infrastrutture, la casa, i servizi e lo sviluppo dei territori.

È necessaria una grande strategia economica e sociale. Una busta paga più pesante può aiutare un giovane lavoratore, ma non risolve da sola il problema di chi non trova un impiego, non può permettersi una casa o vive in un territorio privo di servizi essenziali.

Il reddito di dignità

Intanto si muove anche l’opposizione. L’europarlamentare Pasquale Tridico ha rilanciato la proposta di un “reddito di dignità”, pensato soprattutto per gli “occupabili” esclusi dall’Assegno di inclusione e collegato a percorsi di formazione, politiche attive e attività di utilità pubblica.

La proposta era stata presentata nel contesto della sua iniziativa politica per la Calabria e non costituisce, al momento, una misura delle opposizioni. L’idea prevede un sostegno economico, indicato in circa 500 euro mensili, associato a percorsi di formazione e inserimento lavorativo.

È una visione alternativa a quella fondata soprattutto sugli incentivi fiscali a chi già lavora o studia: una rete di protezione per chi è fuori dal mercato del lavoro e rischia di rimanerci.

Anche un sostegno al reddito, però, può essere efficace soltanto se accompagnato da formazione di qualità, servizi per l’impiego efficienti, politiche attive e veri posti di lavoro. Altrimenti rischia di trasformarsi in una misura temporanea, incapace di incidere sulle cause della povertà e dell’esclusione.

La questione meridionale

Il tema dei temi è uno solo: la questione meridionale, ormai diventata una questione secolare.

Il Sud continua a perdere giovani. Secondo una ricostruzione pubblicata dal Sole 24 Ore, negli ultimi sette anni oltre 300 mila under 35 avrebbero lasciato il Mezzogiorno per motivi di lavoro; circa il 60 per cento sarebbe laureato. Il dato va letto tenendo conto della metodologia utilizzata e della distinzione tra trasferimenti di residenza, mobilità lavorativa ed emigrazione definitiva.

La Calabria è tra le regioni più esposte a questa emorragia demografica. Numerosi piccoli comuni, e in prospettiva anche centri più grandi, rischiano di perdere popolazione e servizi nel giro di pochi decenni. In alcuni territori la presenza degli anziani è ormai prevalente e il tessuto sociale assomiglia sempre più a una casa di riposo diffusa. Un centinaio di piccoli borghi rischiano di morire nel giro di pochi decenni.

Non basta dunque chiedersi come aumentare lo stipendio di un giovane. Il grande tema è come creare le condizioni perché i giovani possano restare a vivere e lavorare in Calabria.

La Regione Calabria ha previsto programmi per l’occupazione giovanile e misure di sostegno al merito. Ma proprio la frammentazione degli interventi rende ancora più evidente la necessità di una strategia nazionale specifica per il Mezzogiorno.

Le singole misure servono a poco senza un progetto condiviso dallo Stato, dalle Regioni, dalle aziende pubbliche e private. E l’Europa dovrebbe essere coinvolta in modo più incisivo, perché il problema dello spopolamento e della perdita di competenze riguarda l’intero equilibrio economico e sociale dell’Unione.

Il lavoro delle donne

C’è poi un secondo capitolo altrettanto urgente: il lavoro delle donne.

Secondo un’elaborazione di Confartigianato su dati relativi al 2024, il tasso di occupazione femminile in Calabria ha raggiunto il 35,8 per cento, il livello più alto degli ultimi anni. La crescita è un segnale positivo, ma non cancella la distanza dal resto del Paese, che resta molto ampia.

Anzi, proprio il miglioramento rende ancora più evidente la dimensione del divario. È vero che più donne lavorano, ma in Calabria il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Italia. Non è soltanto una questione di parità: è un problema economico, demografico e soprattutto sociale.

Per questo sorprende che, nel dibattito sulla Manovra 2027, non emerga con maggiore forza una politica nazionale per l’occupazione femminile nel Mezzogiorno.

Servono incentivi strutturali, servizi per l’infanzia, trasporti efficienti e una politica concreta per conciliare lavoro e famiglia. Senza queste condizioni, molte donne continueranno a essere costrette a rinunciare al lavoro o a scegliere occupazioni precarie e discontinue.

Il governo dispone già del Programma nazionale “Giovani, donne e lavoro” 2021-2027, cofinanziato dal Fondo sociale europeo Plus. Il programma vale complessivamente oltre 5 miliardi di euro tra finanziamento europeo e cofinanziamento nazionale e punta a promuovere l’occupazione di giovani, donne e persone vulnerabili.

Resta però da verificare se le risorse e l’attuazione degli interventi siano sufficienti rispetto alla gravità dei divari territoriali.

Il problema non è soltanto quanto viene stanziato, ma anche la capacità di trasformare le risorse in servizi, lavoro stabile e opportunità concrete.

La domanda decisiva

Se non ci sarà un cambio di passo, il rischio è quello di costruire una Manovra che aiuta chi riesce a entrare nel mercato del lavoro, ma lascia scoperto chi non ce la fa.

Per la Calabria il problema è ancora più drammatico.

I giovani vanno via e la popolazione invecchia rapidamente.

Se le donne non lavorano, diminuisce il reddito familiare. Se chi studia è costretto a trasferirsi, una parte dell’investimento pubblico nella formazione finisce per produrre crescita altrove.

Ecco perché la vera domanda alla Manovra 2027 dovrebbe essere molto semplice: non soltanto quanto dare ai giovani, ma che cosa fare perché possano restare.

La detassazione degli aumenti salariali può aumentare una busta paga. Un sostegno al merito può aiutare uno studente. Un incentivo può favorire un’assunzione. Ma se il territorio non offre lavoro, servizi, sanità e trasporti, il giovane continuerà comunque a fare la valigia.

Per una regione come la Calabria, che perde popolazione e competenze, questa non è più soltanto una questione economica. È una questione di sopravvivenza.

Riguarda il futuro di una terra dalla storia millenaria.