Nel 2026, con una crescita dello 0,9% - quasi come la Francia (+1%) ma più del doppio della Germania (+0,4%) - e consumi all’1,2%, l’Italia farà segnare risultati migliori di quelli conseguiti nel 2025. La Lombardia si conferma la locomotiva d'Italia. Il Nord cresce più del Mezzogiorno dove il calo demografico e i redditi contenuti frenano la spesa delle famiglie, che in molti casi rimane inferiore ai livelli pre-crisi del 2007.

Secondo l’Ufficio studi di Confcommercio ci sono i segnali di una ripresa economica ma persiste il forte timore di un ampliamento del divario tra il Nord e il Sud del Paese.

I numeri dicono che l’occupazione è ai massimi storici, che il settore turistico è in espansione e che c’è un moderato recupero della produzione industriale.

Il nuovo boom economico

La Lombardia corre guidando contemporaneamente la classifica della crescita del Pil (+1,2%) e quella dei consumi (+1,8%). Non è sola in questo trend positivo. Il Trentino-Alto Adige segue a breve distanza con un Pil a +1% e consumi a +1,5%, mentre il Lazio mostra una performance solida con +1% di Pil e +1,4% di consumi. In generale, l’area del Nord-Ovest si distingue come la più dinamica, con una crescita media del Pil dell'1,0% e dei consumi dell'1,5%.

Questi dati riflettono una capacità di resilienza e adattamento post-pandemica notevole. Se guardiamo all'indice di lungo periodo (2007=100), la Lombardia ha raggiunto un indice di 112,7 per il Pil, significando che l'economia regionale è oggi di quasi il 13% più grande rispetto ai livelli pre-crisi del 2007. Crescono anche il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Toscana. Balzo in avanti per Abruzzo e Sardegna.

La crisi del Mezzogiorno

Mentre il Nord accelera, il Mezzogiorno, tranne qualche eccezione, continua a mostrare segnali di affanno. In coda alla classifica nazionale troviamo la Basilicata e la Calabria, entrambe ferme a una crescita del Pil dello 0,6%. Ancora più preoccupante è il dato sui consumi, che in queste regioni crescono rispettivamente solo dello 0,4% e dello 0,5%.

Le ragioni di questo ritardo sono molteplici e stratificate. Pesano i minori redditi. La disponibilità economica delle famiglie meridionali rimane sensibilmente inferiore alla media nazionale.

C’è poi il nodo demografico. Il Sud soffre di un'emorragia costante di popolazione. A preoccupare maggiormente è il fatto che a migrare siano soprattutto le fasce di popolazione che producono reddito e che hanno propensioni alla spesa più elevate. Infine in molte regioni del Mezzogiorno, i consumi delle famiglie restano ancora al di sotto dei livelli del 2007.

La Sicilia e la Calabria sono rimaste praticamente ferme a quel periodo. C’è il rischio, dice Confcommercio, di un ulteriore ampliamento dei divari territoriali. Se il Centro-Nord riesce a beneficiare appieno delle dinamiche turistiche e industriali, il Sud fatica a trasformare gli stimoli esterni in una crescita duratura e diffusa.

La spinta del Pnrr

Pil e consumi crescono, seppur di poco. Un ruolo fondamentale in questo recupero è stato giocato dagli stimoli del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha iniettato risorse vitali nel sistema, permettendo anche al Mezzogiorno di mostrare spunti di recupero apprezzabili (crescita del Pil +1,5% nel 2020-2024).

Tuttavia, esaurito l'effetto iniziale del Piano, il 2025 ha segnato un ritorno a tassi di crescita più contenuti (+0,5%), aprendo la strada a un 2026 che, pur essendo migliore dell'anno precedente, evidenzia la necessità di nuove riforme strutturali per mantenere il ritmo.

Ridurre la "forbice" tra Nord e Sud resta la principale condizione per rendere la crescita italiana non solo una fiammata statistica, ma un processo equilibrato e duraturo. Senza interventi mirati a contrastare il declino demografico del Mezzogiorno e a stimolare i redditi nelle aree più fragili, l'Italia rischia di rimanere un Paese a metà, dove la "locomotiva" corre sempre più forte, ma i vagoni di coda faticano a tenere il passo.