Per milioni di lavoratori e di famiglie cambierà poco o nulla. Il taglio di due punti percentuali della seconda aliquota Irpef sui redditi compresi tra i 28mila e i 50mila euro non avrà effetti dirompenti sui bilanci familiari e sull’economia del Paese. A conti fatti, pochi spiccioli per molti, qualche centinaio di euro in più per i redditi più alti.

Per lo Stato il taglio dell’Irpef dal 35% al 33% ha un costo e comporterà minori entrate: 2,9 miliardi nel 2026 e circa 3 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028.

Il calcolo sarà progressivo e avrà benefici compresi tra un minimo di soli 3 euro per chi ha una retribuzione annua lorda di 31mila euro ed un massimo di 440 euro all’anno per tutte le retribuzioni annue lorde superiori a 56mila euro.

Il taglio dell’aliquota di mezzo riguarderà circa 14 milioni di contribuenti, 11 milioni di famiglie, ma a trovare più soldi in busta paga saranno i percettori delle retribuzioni più alte.

L’Istat ha presentato le sue tabelle di previsione nel corso dell’audizione in Commissione Bilancio del Senato durante l’esame del testo poi divenuto legge. L’Istituto nazionale di statistica ha ordinato le famiglie italiane in base al loro “reddito disponibile equivalente” che tiene conto del numero dei componenti, suddividendole poi in cinque gruppi di uguale numerosità, detti “quinti” o “quintili”. Ogni quinto rappresenta il 20% del totale delle famiglie, dal quinto più povero (il primo) al quinto più ricco (il quinto).

I numeri dicono che il risparmio complessivo spalmato sull’intera platea di contribuenti interessati dalla riduzione, 14 milioni, sarebbe di 230 euro a testa, 276 euro a famiglia e con un impatto sui bilanci pari allo 0,7%. Molto cambia, nella proiezione, se il percettore è unico, se in famiglia ci sono due redditi da lavoro o figli a carico.

Dall’analisi dell’Istat emerge chiaramente il dato che in Commissione bilancio ha scatenato polemiche: l’85% delle risorse complessive derivanti dallo sgravio finiranno nelle tasche di un numero minore di contribuenti che guadagnano di più e che si trovano nei due quinti di reddito più alti. Il restante 15% sarà invece distribuito al maggior numero di beneficiari della riduzione dell’imposta con quote di sconto molto ridotte. La ripartizione effettuata dall’Istituto nazionale di statistica dice che il primo quinto più povero delle famiglie avrebbe un risparmio medio di 102 euro all’anno, 8,5 euro al mese. Al contrario il quinto più ricco avrebbe un risparmio di 411 euro all’anno, 34,5 euro al mese. Il testo è ormai legge e il calcolo dei benefici economici sarà automatico e chi ne avrà diritto se li ritroverà, senza grandi sorprese, direttamente in busta paga.

Nove miliardi di euro in tre anni, questo l’esborso per lo Stato, avrebbero potuto finanziare interventi strutturali nella sanità o nella scuola dove le risorse sono risicate e la qualità dei servizi spesso difetta. In più, come evidenziato dai sindacati, si prospetta una distribuzione diseguale dei benefici dovuta alla geografia dei redditi italiani. Le regioni storicamente più deboli dove i guadagni sono al di sotto della media nazionale, pensiamo alla Calabria dove il reddito pro capite non supera i 18mila euro, avranno benefici minori.