Se ne parla da sei mesi e, proprio per questo, l’impressione è paradossale: domani parte la prima sessione inaugurale del Board of Peace, ma cosa sia davvero e che cosa possa fare in concreto resta più nebuloso di quanto ci si aspetterebbe da un organismo che si propone, di fatto, come una sorta di “para-Onu” a guida americana.

La genesi è chiara, almeno sulla carta. Donald Trump annuncia la creazione del Board of Peace nel settembre 2025 come strumento internazionale per facilitare il negoziato su Gaza e poi guidare la ricostruzione della Striscia. A novembre arriva anche un passaggio in sede Onu, con una risoluzione che approva il processo diplomatico per Gaza e indica il Board come veicolo trainante.
La costituzione formale avviene a Davos, nel gennaio di quest’anno, con lo stesso Trump presente e con un cambio di scala immediato: non più soltanto Gaza, ma una missione dichiarata “globale”, con l’obiettivo di promuovere la pace nel mondo intero. È in quel momento che il Board smette di sembrare un tavolo di gestione di una crisi e inizia a essere percepito, da molti, come un progetto politico internazionale cucito addosso all’attuale inquilino della Casa Bianca.

Anche perché lo statuto, così come viene descritto, è costruito su un’architettura verticale. Il Board è presieduto da Trump praticamente a vita: non ci sono scadenze al suo ruolo e la nomina di un eventuale successore resta nelle sue mani. Non solo. Solo Trump ha il potere di invitare Paesi e leader a diventare membri e di creare, modificare o sciogliere entità e strutture del Board, oltre a revisionarne le regole. Una centralità che spiega perché, per i critici, l’organismo venga letto come “club di autocrati” o, in una versione appena più soft, come comitato d’affari al servizio del presidente.

Il tema soldi, poi, non è un dettaglio. Iscriversi “al club” costa 1 miliardo di dollari ogni tre anni, da devolvere all’organizzazione. Un pedaggio che, da solo, racconta la natura del progetto: non un’adesione formale a un sistema multilaterale “classico”, ma un ingresso a pagamento in una struttura che mescola diplomazia, investimenti e ricostruzione.

La prima riunione ufficiale, prevista domani mattina a Washington, ha un ordine del giorno che riporta il Board alle origini: Gaza. In agenda c’è il disarmo di Hamas, indicato come primo passo verso l’avvio della seconda fase del cessate il fuoco nella Striscia. L’Italia, insieme a un pugno di Paesi europei, partecipa solo come “osservatore”. Per Roma ci sarà Antonio Tajani.

Sotto il Board vero e proprio, la struttura descritta prevede un Executive Board, un Comitato Esecutivo di sette persone nominato da Trump, che si occupa di diplomazia e investimenti. Ne fanno parte Nickolay Madlenov, ex ministro bulgaro degli Esteri e della Difesa indicato come Alto Rappresentante per Gaza; il segretario di Stato Marco Rubio; i negoziatori speciali della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner; l’ex premier laburista britannico Tony Blair; il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga; il miliardario americano Marc Rowan; e il vice consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Robert Gabriel. Una composizione che dà l’idea di un organo in cui politica, finanza e canali diretti della Casa Bianca si siedono allo stesso tavolo.

Sotto ancora, c’è un Gaza Executive Board: include gli stessi membri dell’Executive Board e aggiunge quattro ministri e plenipotenziari di Turchia, Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, più un uomo d’affari miliardario israeliano e un coordinatore dell’Onu per il Medio Oriente. Questa struttura dirige a sua volta un comitato operativo pensato per l’amministrazione civile della Striscia dopo il disarmo di Hamas e il graduale ritiro dell’esercito israeliano: il National Committee for the Administration of Gaza, quindici membri descritti come tecnocrati indipendenti palestinesi. A guidarlo, con l’incarico di Commissario Capo c’è Ali Shaath, 67 anni, ex funzionario dell’Autorità Palestinese, con un dottorato in ingegneria all’università di Belfast.

La vera misura politica del Board, però, sta nell’elenco di chi c’è, di chi osserva e di chi si sfila. I membri iniziali indicati sono Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bulgaria, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kazakhstan, Kosovo, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Stati Uniti, Turchia, Ungheria e Uzbekistan. Successivamente si sarebbero aggiunti El Salvador e Israele.

Ci sono poi Paesi che hanno espresso interesse a entrare, tra cui Albania, Bielorussia, Cambogia, Egitto, Kuwait e Vietnam. E ci sono gli “osservatori”, il gruppo in cui rientra anche l’Italia insieme a Cipro, Repubblica Ceca, Grecia, Messico, Romania.

Poi arriva l’area più delicata: gli invitati che non hanno ancora risposto. Nell’elenco figurano l’Unione Europea e una lunga serie di capitali e potenze, tra cui Australia, Brasile, Cina, Corea del Sud, Filippine, Finlandia, Giappone, India, Olanda, Oman, Portogallo, Russia, Singapore, Svizzera, Thailandia e Ucraina. C’è anche un caso politico: il Canada era stato invitato, ma l’invito sarebbe stato ritirato da Trump dopo critiche implicite rivolte agli Stati Uniti nel discorso del primo ministro Mark Carney a Davos.

Infine, c’è l’elenco di chi ha già detto no: Austria, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Regno Unito, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Vaticano. Ed è qui che si vede la frattura: un organismo che nasce per la pace e si presenta come alternativa all’Onu debutta con una platea incompleta, tra assenze pesanti e diffidenze dichiarate.

In sostanza, il Board of Peace arriva al suo battesimo con una missione ambiziosa e una credibilità ancora in discussione. Domani, a Washington, la prima prova sarà Gaza. Ma il vero test sarà un altro: capire se questo progetto può essere qualcosa di più di un tavolo costruito attorno a Trump, con quote d’ingresso da capogiro e un sistema di potere interno che, per come è descritto, somiglia più a una struttura proprietaria che a un’organizzazione multilaterale.