Dopo la telecronaca disastrosa dell’apertura di Milano-Cortina, esplode un conflitto che mette a nudo lottizzazioni, responsabilità editoriali e un’idea di Rai sempre più scollegata dal servizio pubblico
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Il direttore Petrecca (picture alliance / Photoshot / ipa-agency.net)
Quando una redazione decide di ritirare la propria firma, non è mai una protesta simbolica. È il gesto più grave, più netto e più raro che i giornalisti possano compiere senza spegnere le telecamere. A RaiSport è successo: da oggi e fino alla fine dei Giochi olimpici, firme ritirate da servizi, collegamenti e telecronache. E a Olimpiadi concluse, uno sciopero già annunciato. Il messaggio è chiaro, ed è rivolto all’azienda prima ancora che al pubblico: così non si può andare avanti.
Il bersaglio è Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, già sfiduciato due volte dalla sua redazione e ora al centro di una frattura che non riguarda più soltanto una telecronaca sbagliata. Certo, tutto nasce da lì: dalla gestione — definita da molti “raffazzonata” — della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Una diretta che ha fatto il giro dei social per errori, gaffe, imprecisioni clamorose, culminate nella confusione tra la figlia del Presidente della Repubblica e la presidente del Comitato olimpico internazionale. Un pasticcio che ha imbarazzato la Rai davanti al Paese e davanti al mondo.
Ma ridurre tutto a una questione di impreparazione individuale sarebbe comodo e sbagliato. Perché il caso Petrecca è diventato rapidamente qualcosa di più ampio: il simbolo di un sistema che continua a funzionare per cooptazione, fedeltà e appartenenza, più che per competenza e credibilità. Ed è proprio questo che la redazione di RaiSport contesta, andando allo scontro frontale con il proprio direttore e, di riflesso, con i vertici aziendali.
Nella nota ufficiale diffusa dal Comitato di redazione e dal fiduciario, il linguaggio è insolitamente duro per gli standard Rai. Si parla esplicitamente di “danno” arrecato dal direttore, elencato con precisione chirurgica: ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e alla redazione stessa, che continua a lavorare “con passione” nonostante tutto. Non è uno sfogo, è un atto d’accusa formale.
Il fatto che questa protesta maturi nel pieno di un evento globale come le Olimpiadi rende il quadro ancora più grave. Perché RaiSport non è una redazione qualunque: è una struttura chiamata a rappresentare il servizio pubblico in uno dei suoi momenti di massima esposizione internazionale. E invece, mentre le immagini scorrono e le medaglie si assegnano, dietro le quinte esplode una guerra interna che rischia di lasciare cicatrici profonde.
Petrecca è atteso a Roma per un incontro con l’amministratore delegato Rai, Giampaolo Rossi. Un faccia a faccia che arriva dopo il rifiuto, nei giorni scorsi, di pubblicare un comunicato sindacale della redazione e dell’Usigrai. Un rifiuto che ha ulteriormente esasperato il clima, alimentando la sensazione — diffusa tra i giornalisti — di essere di fronte non a un errore da correggere, ma a un muro politico-aziendale.
Nel frattempo, mentre ufficialmente si predica prudenza per “ragioni organizzative”, dietro le quinte si ragiona su soluzioni tampone. La più accreditata è la sottrazione a Petrecca della telecronaca della cerimonia di chiusura dei Giochi. Una mossa che avrebbe il sapore di una punizione soft: sufficiente a placare le polemiche mediatiche, insufficiente a rispondere alle richieste della redazione, che chiede apertamente la rimozione o le dimissioni del direttore.
Ed è qui che il caso diventa politico. Perché Petrecca non è soltanto un dirigente discusso: è il prodotto di quella lottizzazione che da decenni governa la Rai, cambiando nomi ma non logiche. Un sistema in cui i ruoli apicali vengono assegnati più per collocazione che per autorevolezza, e in cui la responsabilità editoriale tende a dissolversi verso l’alto, fino a diventare intoccabile.
Non è un caso che, nelle ore successive alla telecronaca incriminata, molti commentatori abbiano sottolineato come “a un evento del genere ci si prepara per mesi”. È vero. Ma è altrettanto vero che Petrecca non era il giornalista designato per condurre la cerimonia inaugurale. Quel ruolo, nelle intenzioni iniziali, spettava ad Auro Bulbarelli. Che la sua eventuale conduzione sarebbe stata migliore o peggiore non lo sapremo mai. Ma il punto non è questo. Il punto è che la sostituzione, l’improvvisazione e l’esposizione diretta del direttore in prima persona hanno trasformato un problema editoriale in un caso aziendale.
La reazione della redazione non è quindi solo una difesa dell’orgoglio professionale, ma un tentativo di rimettere al centro una questione che in Rai viene ciclicamente rimossa: chi risponde degli errori? E soprattutto, chi paga quando a sbagliare è un dirigente?
Il ritiro delle firme è una risposta estrema, ma coerente. È il modo con cui i giornalisti dicono: noi continuiamo a lavorare, ma non mettiamo il nostro nome sotto una gestione che non condividiamo. È una forma di dissociazione pubblica che pesa, perché arriva nel momento in cui il servizio pubblico dovrebbe essere più solido, non più fragile.
Il rischio, ora, è duplice. Da un lato, che l’azienda scelga la via dell’attendismo, aspettando che il clamore mediatico si spenga con la fine dei Giochi. Dall’altro, che il caso Petrecca venga archiviato come un incidente isolato, sacrificando un volto o una diretta senza affrontare il nodo strutturale: una Rai in cui il conflitto tra redazioni e vertici non è un’eccezione, ma una costante.
A Olimpiadi finite, lo sciopero annunciato segnerà un nuovo passaggio. Non sarà più solo una questione di telecronache sbagliate o di gaffe virali. Sarà il momento in cui RaiSport chiederà all’azienda di scegliere se stare dalla parte del servizio pubblico o continuare a proteggere un sistema che, a ogni grande evento, mostra le stesse crepe.
Perché alla fine, più che Petrecca, il vero imputato è un modello. E questo, per la Rai, è il processo più scomodo di tutti.

