Il ministro dell’Interno non parla, ma nel partito della premier aumentano i malumori. E sul curriculum di Claudia Conte restano ancora molte ombre. Nella maggioranza il caso politico non si spegne, anzi si allarga. E adesso, più che il gossip, pesa il nodo pubblico di una vicenda che nessuno riesce più a liquidare con un “no comment”
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Non è più soltanto una questione privata. O, almeno, non lo è più da quando alla dimensione sentimentale si sono sovrapposti incarichi, collaborazioni, presenze mediatiche e domande rimaste senza risposta. Il caso che ruota attorno a Claudia Conte e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi continua infatti a mettere in imbarazzo pezzi della maggioranza, mentre dal diretto interessato continua a non arrivare alcuna spiegazione pubblica.
Il punto, dentro Fratelli d’Italia, comincia a essere proprio questo: non tanto la relazione in sé, quanto il vuoto che la circonda. Perché più passa il tempo, più il silenzio smette di apparire prudenza e comincia a somigliare a una strategia che rischia di aggravare tutto. Dalle parti del partito della premier, raccontano diverse fonti, si sarebbe ormai fatta strada la convinzione che serva un chiarimento almeno politico e comunicativo. Una presa di parola che, finora, Piantedosi ha evitato.
Il silenzio di Piantedosi e il nervosismo di FdI
Da una settimana il capo del ministero dell’Interno non offre alcuna versione dei fatti. Nessuna precisazione, nessuna ricostruzione, nessun tentativo di separare il piano privato da quello pubblico. Dal Viminale filtra soltanto un secco e disciplinato “no comment”, formula che serve forse a prendere tempo, ma che politicamente non basta più.
È proprio questo atteggiamento ad aver acceso il nervosismo dentro FdI.
Perché in politica il vuoto raramente resta tale: viene riempito da indiscrezioni, sospetti, retroscena. E infatti, mentre Piantedosi tace, continuano ad affiorare nuovi dettagli sul percorso professionale di Claudia Conte, sulla natura dei suoi incarichi e sulle occasioni che le si sarebbero aperte proprio nel periodo in cui, come da lei stessa raccontato, era in corso la relazione con il ministro.
Secondo quanto filtra, durante il weekend pasquale alcuni emissari del partito della premier avrebbero chiesto a Piantedosi di fare chiarezza almeno sul terreno pubblico della vicenda. Non una confessione sentimentale, ma una spiegazione politica. Un tentativo di arginare un caso che, lasciato libero di crescere, rischia di trasformarsi in una grana per l’intera maggioranza. Al momento, però, il pressing non avrebbe prodotto risultati.
Le ombre sul curriculum e il nodo Rai
Nel frattempo il caso si alimenta da solo, perché sul curriculum di Claudia Conte restano zone opache che nessuno ha ancora dissipato in modo convincente. La giornalista, non professionista, risulta iscritta all’elenco dei pubblicisti dal 28 settembre 2023. Eppure il suo primo programma in Rai, “Cambiare si può. Storie di successi al femminile”, su Isoradio, era già andato in onda mesi prima, il 23 aprile 2023.
Formalmente non c’è nulla di irregolare nell’affidare una trasmissione a chi non sia ancora iscritto all’Ordine. Ma la domanda politica resta intatta, ed è una domanda tutt’altro che marginale: per quale ragione la tv di Stato avrebbe deciso di dare spazio a una giovane donna che non possedeva ancora il titolo di pubblicista, in un’azienda che conta oltre 1700 cronisti? In base a quale esperienza, a quale percorso, a quale profilo documentato?
Ed è qui che il discorso si complica. Il curriculum presentato per alcune docenze alla Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia, che dipende dal Viminale, e successivamente ad alcune partecipate pubbliche, sarebbe infatti un modulo compilato a mano. Dentro vi comparirebbe una laurea in giurisprudenza, ma senza indicazione dell’ateneo né della data del conseguimento. Un dettaglio che non è un dettaglio, perché rende impossibile qualsiasi verifica concreta.
A questo si aggiunge un altro elemento destinato a pesare. In alcune interviste passate, Claudia Conte viene presentata come laureata alla Luiss, circostanza che però non troverebbe riscontro. E nello stesso curriculum scritto a penna verrebbe citato anche un “master scuola politica”, anch’esso però privo di riferimenti precisi, senza istituto, data o titolo formalmente verificabile. Tutto questo, più che chiarire il profilo professionale, contribuisce a infittirne le nebbie. Continua a leggere su La Capitale.



