Il conflitto tra Israele-Usa e Iran coinvolge depositi di carburante, siti idrici e reti energetiche. Esperti avvertono dei rischi per popolazioni e stabilità regionale, mentre si ipotizzano operazioni di terra e cyberattacchi
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Nei primi 10 giorni di guerra nel Golfo Israele ha condotto attacchi mirati contro depositi di carburante nella capitale iraniana, Teheran, con l’obiettivo di provocare effetti visibili sulla vita quotidiana dei cittadini e sulle operazioni dello Stato. Secondo analisti militari, la scelta di colpire il cuore amministrativo della Repubblica islamica mira a generare un impatto simbolico e pratico, mentre non è escluso che nelle prossime ore l’offensiva possa estendersi ad altri obiettivi strategici. Le autorità iraniane hanno assicurato di avere le riserve necessarie per fronteggiare l’emergenza, ma l’effettiva portata dei danni diventerà chiara solo nelle prossime ore.
L’esercito israeliano ha inoltre annunciato l’intenzione di intensificare la pressione su dirigenti militari, ufficiali e infrastrutture critiche, incluse batterie di missili, sistemi di lancio e impianti produttivi. E ha già annunciato che considera la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei un obiettivo da eliminare.
Negli ultimi giorni i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno replicato colpendo impianti petroliferi e gasieri nei Paesi del Golfo – Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e Oman – causando interruzioni significative alle attività, come confermato dai governi locali. Secondo l’agenzia iraniana FARS, alcuni obiettivi riguarderebbero anche interessi economici statunitensi e israeliani, tra progetti e investimenti, segnalando un ampliamento delle operazioni e un aumento del livello di scontro nella regione.
Particolarmente preoccupante è l’attacco a un impianto di desalinizzazione in Bahrein, interpretato come rappresaglia a un’operazione statunitense su un sito analogo in Iran. Secondo fonti israeliane, gli Emirati avrebbero lanciato missili contro strutture iraniane, ma Abu Dhabi ha smentito qualsiasi coinvolgimento diretto, pur ribadendo il diritto a difendersi. La “campagna dell’acqua” rappresenta una nuova linea di tensione: non solo rischi per la popolazione emiratina, ma anche possibili complicazioni per l’Iran, già alle prese con problematiche idriche interne.
Un passo successivo, secondo alcuni analisti, potrebbe colpire la rete elettrica, in linea con quanto osservato in Ucraina, dove armi a basso costo hanno avuto effetti profondi sul funzionamento civile ed economico.
Scenari di azioni terrestri
Fonti di Nbc e Axios rilanciano la possibilità di operazioni di terra. Due scenari principali sono al momento considerati:
- Operazioni speciali sui siti nucleari iraniani: forze d’élite potrebbero essere inviate per prendere il controllo dei centri di arricchimento e sottrarre uranio. Restano però incertezze su dove siano attualmente custoditi i materiali, eventualmente sotterrati nei bunker colpiti dagli strike di giugno o spostati altrove.
- Occupazione dell’isola di Kharg: snodo vitale per l’esportazione di greggio iraniano, il controllo dell’isola priverebbe il regime di una fonte strategica di introiti.
Alcune indiscrezioni riportano anche la possibile mobilitazione di unità di paracadutisti statunitensi, originariamente previste per esercitazioni, destinate a missioni operative.
Messaggi diplomatici e schermaglie
Donald Trump ha mantenuto un profilo vago sui movimenti delle truppe, mentre i portavoce hanno parlato di valutazione di tutte le opzioni. Gli osservatori sottolineano che dichiarazioni ambigue e voci su eventuali coinvolgimenti di minoranze etniche, come curdi e baluchi, potrebbero servire da diversivo più che da indicazione concreta di azione. L’Iran ha risposto con un fermo “siamo pronti”, confermando la propria determinazione a gestire la crisi sul proprio terreno.
Alcuni punti chiave emergono chiaramente: l’invio massiccio di truppe comporterebbe rischi elevati, come dimostrato dai falliti tentativi storici di intervento sul territorio iraniano; il sostegno dell’elettorato americano a operazioni di lungo termine è incerto; azioni militari limitate potrebbero già essere in corso dietro le linee, senza sfociare in operazioni su larga scala.
In questa situazione, il rischio di escalation rimane alto, mentre entrambe le parti sembrano testare capacità, deterrenza e resilienza avversaria senza fissare limiti evidenti alle operazioni.

