Milano, Tangenziale Est, mezzogiorno passato da poco. È il 16 novembre e alle 12.49 una Ferrari Purosangue 222 riconducibile a Leonardo Maria Del Vecchio entra nella sequenza che oggi è al centro di un’indagine: sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso. A raccontare la vicenda è Repubblica, che ricostruisce un episodio in cui il nodo non è soltanto l’urto, ma ciò che accade subito dopo, quando la scena – e i volti – cambiano.

Secondo la ricostruzione accusatoria, la Purosangue procede in direzione sud con un’andatura irregolare, descritta come “a zig-zag” nel traffico. Un dettaglio che non resta sullo sfondo, perché in un procedimento non indica solo una manovra: suggerisce un controllo precario del mezzo in un tratto di strada dove basta poco per trasformare una distanza di sicurezza in una collisione. Finché il muso della Ferrari urta il posteriore di una Bmw 530, innescando una carambola. Le due vetture sbattono più volte contro il guardrail e poi accostano in corsia di emergenza.

Quando arriva l’ambulanza, i sanitari bussano al finestrino della Ferrari. All’interno ci sono due uomini che dicono di stare bene. Il guidatore, in quel momento, viene descritto come un giovane dai lunghi capelli neri con barba folta. Dall’altra parte c’è l’altra autista coinvolta, Rosangela P., 58 anni, alla guida della Bmw: è ferita e viene accompagnata al San Raffaele, anche se in codice verde. Il quadro, in apparenza, è quello di un incidente gestito sul posto: soccorso arrivato, ferita valutata, veicoli in sicurezza.

Mezz’ora dopo, però, quando arriva la volante della Polstrada, lo scenario è diverso. Nell’abitacolo della Ferrari gli agenti non trovano più il giovane dai capelli lunghi, ma un uomo con capelli a spazzola e viso rasato: si chiama Daniele O., ha 53 anni e lavora come “asset protection” in Luxottica. È lui a presentarsi come conducente. Se la versione reggesse, sarebbe un normale accertamento. Ma, sempre secondo quanto riportato, iniziano a emergere elementi che rendono quella presenza sospetta e spostano la vicenda dal piano del codice della strada a quello penale: perché non si tratterebbe di un equivoco, bensì di un tentativo di sostituire chi era davvero al volante.

Il punto è anche pratico, quasi banale, ma in strada i dettagli banali decidono spesso la credibilità di un racconto. Daniele O. prova ad accendere l’auto e per errore aziona i tergicristalli. Non riesce nemmeno a trovare il libretto nel cruscotto. Piccole incertezze che, lette una dopo l’altra, sembrano raccontare una scarsa familiarità con quell’abitacolo e con quel mezzo. E in un accertamento su un incidente, l’assenza di confidenza può diventare un indizio.

A orientare gli investigatori non sarebbero state solo le esitazioni. La targa e il racconto di un infermiere intervenuto sul posto, che poi riconoscerà in foto il conducente, puntano su Leonardo Maria Del Vecchio. Ma soprattutto ci sono le telecamere, che permettono – secondo la ricostruzione – di mettere in fila i passaggi con tempi e distanze, togliendo spazio alle versioni “a voce”.

Il passaggio chiave sarebbe questo: Daniele O. arriva pochi minuti dopo l’incidente, parcheggia l’auto circa cento metri più avanti, e a quel punto avviene lo scambio. I due uomini presenti nella Ferrari gli lasciano il posto e ripartono prendendo la sua auto. Non una fuga cinematografica, ma un cambio di sedile e di macchina in pieno giorno, con l’idea, se l’ipotesi accusatoria verrà confermata, che basti un volto diverso per riscrivere un verbale e far finire la responsabilità altrove. È la logica dell’alibi materiale: se il conducente è un altro, tutto il resto diventa un contorno.

Nella ricostruzione degli investigatori, il passeggero sarebbe Marco Talarico (non indagato), amministratore delegato di Lmdv Capital e storico braccio destro di Del Vecchio. Un nome che dà ulteriore peso alla scena: non un passaggio casuale, ma un contesto di relazioni strette, in cui ogni movimento e ogni scelta diventano più delicati da spiegare come semplice improvvisazione.

Agli agenti, l’addetto alla sicurezza avrebbe provato a giustificare l’assenza del “vero” conducente con una frase secca: «Il mio amico? Se n’è andato perché ha problemi con la moglie». È una spiegazione che, sempre secondo quanto riportato, non regge di fronte alle immagini: perché le telecamere ricostruirebbero l’arrivo dell’uomo della security e lo scambio di posto dopo l’incidente e prima dell’arrivo della pattuglia. E soprattutto perché, nella sequenza contestata, i due uomini lascerebbero la scena senza chiamare il 112: elemento che si riflette nell’ipotesi di omissione di soccorso, nonostante la presenza successiva dell’ambulanza e l’intervento dei sanitari.

Nel fascicolo compare anche un dettaglio amministrativo: dieci punti della patente in meno per Del Vecchio, anche se non sarebbe scattato il sequestro. Un esito che, fuori dalle aule, fa rumore quanto l’incidente: perché fotografa una conseguenza immediata ma senza il “sigillo” del fermo del veicolo, e inevitabilmente alimenta il confronto con la strada di tutti i giorni, quella in cui un errore, un’urgenza o una bugia costano subito caro.

Ora la partita si gioca sulle verifiche: incrocio dei filmati, tempi, posizioni, dichiarazioni, riconoscimenti. E sulla valutazione di ciò che viene contestato non come un inciampo, ma come una scelta: sostituire un conducente con un altro e allontanarsi prima che l’autorità accerti i fatti. In tangenziale, il botto dura un secondo. Il resto, quando entra in un fascicolo, può durare anni.