Bloccato dal tribunale sui contenuti riguardanti Alfonso Signorini, rilancia con un monologo furioso: accuse a pioggia, paragoni storici fuori scala, promesse di verità indicibili. Il giudice però parla chiaro: nessun reato, solo curiosità morbosa e profitto
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C’è chi giura che Fabrizio Corona non sia affatto arrabbiato. Anzi. Felice come una Pasqua. Perché la decisione del tribunale di Milano gli ha regalato il ruolo che più ama: quello del perseguitato, del censurato, del Savonarola dei social che grida al rogo mentre conta i like. Vittima del sistema, eroe per acclamazione, mito per chi scambia l’urlo per coraggio e l’insulto per verità.
La nuova puntata di Falsissimo - che doveva essere l’ultima, come tutte le “ultime” di Corona - nasce già monca. Non per scelta artistica, ma per ordine del giudice della prima sezione civile di Milano, Roberto Pertile, che dopo l’udienza di venerdì ha imposto la rimozione immediata di tutti i contenuti su Alfonso Signorini e il deposito in cancelleria di ogni supporto contenente documenti, immagini e video relativi alla sua sfera privata. Non un consiglio, non un invito: un ordine.
Il provvedimento è chirurgico e devastante per la narrazione coroniana. Il giudice scrive nero su bianco che Corona ha alimentato «un pruriginoso interesse del pubblico» e una «morbosa curiosità per piccanti vicende sessuali», accusando Signorini di condotte immorali e penalmente rilevanti «senza il conforto di prove univoche» e con il solo scopo di offendere la dignità altrui per ricavarne profitto economico. Tradotto: rumore, fango e cassa.
Le famigerate chat? Nel primo caso risalgono al periodo novembre 2014–novembre 2015 e sono prive di qualunque indizio di coercizione: piena consapevolezza dei due interlocutori. Nel caso di Antonio Medugno, immagini e conversazioni vanno dall’aprile 2021 al gennaio 2022 e anche lì il giudice non ravvisa «indizi di eventuali illeciti». Tutto confinato, ribadisce, nella sfera intima di persone adulte e consenzienti. Niente ricatti, niente scambi, niente reati. Zero assoluto.
Detto in modo comprensibile anche ai fan più accaniti: nessuna delle “prove” presentate in tribunale indicava neppure lontanamente un reato. Rapporti consenzienti tra adulti che - fino a prova contraria - nel loro letto fanno ciò che vogliono. Fine della storia. Fine dello scandalo. Fine del film. E qui sta il problema: senza scandalo non c’è puntata.
Così Corona fa ciò che gli riesce meglio quando resta a corto di fatti: alza la voce, cambia bersaglio e la butta in caciara. Annuncia sui social che non potrà pubblicare chat, foto e video del «Sistema Signorini», ma che per «la gioia» del pubblico sposterà il mirino sul «Sistema Mediaset», promettendo rivelazioni su Maria De Filippi, Gerry Scotti, Silvia Toffanin, Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi. Spoiler: di rivelazioni, nemmeno l’ombra.
Il risultato è un flusso confuso e aggressivo di illazioni, mezze frasi e voci da corridoio spacciate per bombe. Dire che la De Filippi sarebbe lesbica, senza una prova e senza che questo, anche se fosse vero, rappresenti un reato o una notizia. Alludere a presunti approcci di Scotti con le Letterine, senza fatti, senza contesto, senza alcuna rilevanza giuridica. Gossip vecchi, riciclati, inutili. Roba da bar sport, non da inchiesta.
Nel frattempo Corona si paragona alle grandi epurazioni mediatiche del passato, riesuma l’editto bulgaro, si racconta come una voce scomoda che il potere vuole spegnere. Si dipinge come vittima di un fronte compatto di televisioni, editori e informazione tradizionale, accusati di agire come un blocco unico per proteggersi. Rivendica il ruolo di «notizia vivente» e arriva a dire, con orgoglio: «Io sono disinformazione». Almeno, una volta tanto, una dichiarazione coerente.
Il copione è sempre lo stesso: ricordi personali mescolati a retroscena mai verificati, accuse generalizzate, documenti che esistono ma non si possono mostrare, verità che scottano ma restano nel cassetto. Il “sistema” come entità oscura e onnipotente, buona per spiegare tutto e il contrario di tutto. E la promessa finale: anche se bloccato, troverà altri spazi, perché chi conosce la verità non può essere fermato.
Peccato che la verità, quella vera, sia già agli atti. Ed è molto meno epica di quanto piacerebbe raccontare. Nessun complotto, nessuna censura politica, nessun eroe solitario contro i poteri forti. Solo un giudice che ha letto le carte e ha stabilito che di notizie non ce n’erano. Di fatti, nemmeno. Di scandali, zero.
Resta il personaggio. Il solito Fabrizio Corona che, come i lemmings, corre verso il precipizio convinto che qualcuno l’abbia spinto. E che, anche questa volta, accuserà il sistema, i giudici, i media. Chiunque, purché non se stesso.
C’è poi un dettaglio che in questa farsa permanente sfugge solo a chi non vuole vederlo: la censura che Corona denuncia non è preventiva, non è politica, non è ideologica. È successiva, motivata, scritta nero su bianco. Non nasce da un editore spaventato, né da un politico infastidito, ma da un tribunale che ha valutato atti, chat, immagini e ricostruzioni. E ha stabilito che quel materiale non dimostrava nulla se non una strategia: alimentare indignazione, eccitare il pubblico, monetizzare l’odio. Altro che verità scomode. Qui l’unica cosa scomoda è il vuoto.
Ma il vuoto, per Corona, è sempre stato un’occasione. Quando mancano i fatti, si alza il volume. Quando mancano le prove, si moltiplicano i nemici. Quando il giudice chiude una porta, lui apre un megafono. E così il racconto diventa sempre più sgangherato, autoreferenziale, isterico. Un monologo in cui l’ex re dei paparazzi non parla più al pubblico, ma a se stesso, nel tentativo disperato di restare al centro della scena anche quando la scena non c’è più.
Il paradosso finale è tutto qui: Corona sostiene di essere stato fermato perché troppo pericoloso, mentre è stato fermato proprio perché innocuo sul piano dei fatti. Perché dietro la cortina fumogena del “sistema” non c’era nessun ordigno, ma solo fumo. E allora sì, la butta in caciara. È il suo talento principale. Ma la caciara, quando si dirada, lascia sempre la stessa immagine: un personaggio che scambia l’impunità per libertà di stampa e l’insulto per informazione. E che, puntualmente, finisce per credere davvero alla favola che racconta. Quella in cui non sbaglia mai. Sono sempre gli altri. I poteri forti, ovviamente.

