C’è una domanda che incombe sulla nuova inchiesta di Garlasco e che diventa più inquietante a ogni nuova perizia. Non riguarda Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni, né Andrea Sempio, sul quale si concentra la nuova indagine della Procura di Pavia e che continua a proclamarsi innocente. La domanda è molto più semplice: dopo diciannove anni possiamo ancora scoprire tutto quello che accadde la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli?

Forse no. Ed è questo il grande paradosso del caso Chiara Poggi. Nel 2026 genetisti, dattiloscopisti e investigatori dispongono di strumenti enormemente più sofisticati rispetto a quelli utilizzati all’epoca del delitto. Possono ricavare informazioni da quantità minime di materiale biologico, rileggere impronte attraverso nuovi sistemi informatici e ricostruire una scena del crimine in tre dimensioni. Ma la tecnologia non può riportare indietro ciò che è scomparso, ricreare un campione consumato durante vecchie analisi o stabilire con certezza dove si trovasse un oggetto prima che qualcuno lo spostasse.

È questo il vero muro contro il quale rischia di scontrarsi Garlasco: non ciò che non abbiamo ancora scoperto, ma ciò che non possiamo più scoprire.

La scena del crimine che non esiste più

Tutto comincia nella villetta di via Pascoli.

Una scena del crimine dovrebbe rappresentare una fotografia congelata del momento immediatamente successivo all’omicidio. Quella di Garlasco non rimase congelata abbastanza a lungo.

Nelle ore e nei giorni successivi alla scoperta del corpo entrarono nella casa investigatori, soccorritori e altre persone. Le ricostruzioni successive hanno parlato di circa 25 accessi, alcuni compiuti senza le precauzioni che oggi considereremmo elementari. Non tutti utilizzarono calzari e guanti. Il gatto della famiglia rimase inoltre all’interno dell’abitazione sotto sequestro per alcuni giorni.

Non significa che ogni traccia raccolta successivamente fosse contaminata. Significa però che, diciannove anni dopo, davanti a un profilo genetico o a un’impronta inattesa bisogna porsi una domanda che un’indagine perfettamente condotta dovrebbe ridurre al minimo: quando è arrivata lì?

Anche i tempi dei sopralluoghi pesarono. Il Ris tornò nella villetta il 21 e il 29 agosto, poi il 5 settembre e ancora il 3 ottobre. Nel frattempo alcune impronte documentate inizialmente erano diventate meno leggibili o erano scomparse. Inoltre le polveri impiegate per cercare le impronte precedettero alcuni accertamenti con il Luminol, complicando ulteriormente la lettura successiva della scena.

Oggi gli investigatori possono tornare in via Pascoli con laser scanner e tecnologie moderne. Possono misurare distanze, simulare movimenti, ricostruire traiettorie. Ma la casa del 2026 non è più la casa delle 9.12 del 13 agosto 2007.

Ed è quella casa che servirebbe.

Il Dna delle unghie di Chiara che non si può analizzare di nuovo

Il caso più evidente riguarda uno degli elementi centrali della nuova inchiesta: il materiale biologico trovato sotto le unghie di Chiara.

Quelle tracce vennero prelevate durante l’autopsia e analizzate negli anni successivi. La loro interpretazione ha alimentato una battaglia scientifica durata quasi due decenni. Nel 2025 la genetista Denise Albani ha lavorato sui risultati ottenuti dai vecchi campioni e le nuove valutazioni hanno riportato al centro dell’inchiesta la possibile compatibilità con la linea genetica maschile della famiglia Sempio. Altri consulenti contestano invece l’affidabilità di quella lettura.

Qui, però, esiste un problema che nessun laboratorio può risolvere: del campione originario non resta più materiale da sottoporre a una nuova analisi. Continua a leggere su La Capitale.