Dietro l'alternarsi di messaggi contraddittori sull'esito della guerra in Iran, si nasconderebbe una lotta di potere alla Casa Bianca tra i sostenitori di una vittoria da annunciare prima possibile, a prescindere dalla reale situazione, e chi vuole portare il conflitto ancora avanti. Lo scenario viene disegnato dai media americani, perplessi dai segnali che l'amministrazione Trump sta inviando ogni giorno.

Il presidente degli Stati Uniti passa dal dire che il conflitto "finirà molto presto" al sostenere che "ci vorrà tempo". Quando la settimana scorsa il tycoon aveva dichiarato che "eravamo alla fine" della guerra, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva detto "siamo solo all'inizio". Secondo la Reuters, alcuni rappresentanti dello staff presidenziale, hanno messo in guardia Trump dal rischio che l'aumento dei prezzi della benzina possa comportare un altissimo costo politico alle elezioni di medio termine, per il rinnovo del Congresso, in programma a novembre. Altri, invece, stanno spingendo il presidente a mantenere l'offensiva contro l'Iran.

Trump ha vinto la sua campagna presidenziale promettendo di mettere fine alla guerra e di vietare "stupidi interventi militari", ma da quando è tornato alla Casa Bianca ha minacciato invasioni, sequestrato il presidente di un altro Paese e attaccato in Medio Oriente, scatenando un conflitto che ha stravolto la vita di un'intera regione. Trump continua a sostenere che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti e che presto verrà annunciata la vittoria, ma i messaggi restano poco chiari. Mercoledì, durante un comizio in Kentucky, il presidente ha annunciato dal palco: "Abbiamo vinto la guerra", per poi cambiare tono e aggiungere: "Non vogliamo andarcene così presto, vero? Dobbiamo finire il lavoro".

Questo secondo messaggio era stato accolto con un inusuale gelo da parte della base Maga, un aspetto che ha preoccupato lo staff presidenziale. Consiglieri economici e rappresentanti del dipartimento del Tesoro hanno avvertito Trump che uno shock petrolifero e l'aumento della benzina potrebbero erodere il sostegno alla guerra che si è registrato nella base elettorale.

A dare voce a questa preoccupazione ci sono persone molto vicine al presidente, come il capo del suo staff, Susie Wiles. Verso la direzione opposta spingono, invece, big del partito come i senatori Lindsey Graham e Tom Cotton, entrambi molto legati a Israele, e commentatori dei media come Mark Levin, volto popolare della trumpiana Fox News. Tutti e tre sostengono che gli Stati Uniti debbano andare avanti per allontanare il rischio che Teheran ottenga un'arma nucleare. A contrastare questa linea c'è un movimento trasversale di opinionisti e influencer di destra, tra cui il giornalista ex Fox e ora indipendente Tucker Carlson, che ha detto di essere "disgustato" da questa guerra.

Una parte della base Maga sostiene che questa sia la guerra di Israele e non degli Stati Uniti, e che il premier israeliano Bibi Netanyahu tenga in qualche modo sotto scacco quello americano. I complottisti sospettano che Netanyahu, attraverso i servizi segreti del Mossad, abbia in mano documenti compromettenti sul caso Epstein, il finanziere pedofilo amico di Trump e morto in carcere nel 2019.

Naturalmente la Casa Bianca ha smentito qualsiasi esistenza di fratture all'interno dell'amministrazione. "Questa storia si basa su pettegolezzi di fonti anonime che non sono presenti nella stanza dove si svolgono le discussioni con il presidente Trump", ha dichiarato la portavoce, Karoline Leavitt. Ma con l'aggravarsi del bilancio dei caduti americani - salito a tredici, oltre a 140 feriti - e il prezzo della benzina in aumento verticale, il tycoon vuole uscire in fretta da questa situazione. Trump ha usato di recente il termine "escursione" al posto di guerra, per minimizzarne l'impatto, ma a preoccupare di più e in modo bipartisan i membri del Congresso è la poca chiarezza degli obiettivi ricercati: Trump ha più volte parlato di "mettere fine al regime", mentre Hegseth ha detto che "il regime non è il nostro obiettivo".

Il senatore Graham, sostenitore della guerra a lungo termine, ha garantito che gli Stati Uniti "faranno molti soldi" da questa operazione. Una dichiarazione che ha aggiunto nuove ombre sulla situazione, da cui si tiene alla larga il vicepresidente JD Vance che, secondo alcuni analisti, non vuole legare la propria immagine alla guerra in Medio Oriente. Del resto era stato lui, nel 2024, durante la campagna presidenziale a lanciare il messaggio risultato vincente: "Se volete la guerra in Medio Oriente e mandare i vostri figli a combattere una guerra che non ci riguarda, votate per Kamala Harris. Se, invece, volete la pace e i vostri figli al sicuro, votate per Trump".