Dopo quasi quattro anni di guerra in Ucraina, una verità scomoda si fa strada, anche se nessuno a Bruxelles o a Roma ha il coraggio di dirla apertamente: l’Europa sta perdendo questa guerra.

La sta perdendo sul piano strategico, su quello economico e - soprattutto - su quello sociale. E a pagare il prezzo non sono solo gli ucraini sotto le bombe, ma milioni di cittadini europei, italiani in testa, impoveriti da scelte politiche presentate come inevitabili e rivelatesi, col tempo, profondamente miopi.

Il “generale inverno” non combatte solo in Ucraina

In Ucraina la guerra è entrata nel suo quarto anno senza grandi avanzamenti territoriali russi. Mosca non ha bisogno di conquistare nuove città per vincere. Le basta logorare.

La strategia è chiara e spietata: da un lato la guerra ibrida in Occidente, che alimenta divisioni politiche, stanchezza dell’opinione pubblica e crisi di consenso; dall’altro la guerra climatica sul campo, colpendo sistematicamente le infrastrutture energetiche.

Oggi non esiste una grande centrale elettrica ucraina che non sia stata bombardata. Secondo Volodymyr Zelensky, circa il 40% della popolazione rischia di restare senza luce e riscaldamento, con temperature che scendono sotto i -14 gradi. È il ritorno del “generale inverno”: non per vincere rapidamente, ma per sfinire lentamente una società intera.

Ma l’inverno è arrivato anche in Europa

Mentre l’Ucraina congela, l’Europa si impoverisce.

In quattro anni sono stati spesi - o impegnati- centinaia di miliardi in aiuti militari, finanziari ed energetici. Un fiume di denaro pubblico che non ha prodotto né una vittoria sul campo né una soluzione diplomatica credibile.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita rallentata, debito in aumento, inflazione persistente. In Italia questo si è tradotto in tasse più alte, bollette più care, prezzi fuori controllo e accise sulla benzina che continuano a gravare su famiglie e imprese.

Si è chiesto agli italiani di stringere la cinghia “per difendere la libertà”, salvo poi scoprire che i sacrifici sono diventati strutturali, mentre la prospettiva di una fine del conflitto si allontana.

L’illusione strategica dell’Unione Europea

L’Unione Europea ha commesso un errore storico: ha affrontato una guerra lunga come se fosse una crisi breve. Ha puntato tutto sulle sanzioni e sull’attrito economico, sottovalutando la capacità di adattamento della Russia e sopravvalutando la propria tenuta interna.

Mosca ha riconvertito la propria economia, trovato nuovi partner, militarizzato il sistema produttivo. L’Europa, invece, ha scaricato il costo della guerra sui cittadini, senza costruire una vera autonomia energetica né una strategia politica alternativa al conflitto permanente.

Il silenzio colpevole del governo italiano

In questo scenario, il governo guidato da Giorgia Meloni continua a muoversi come se nulla stesse cambiando. Allineamento totale, nessuna iniziativa autonoma, nessuna riflessione pubblica sul rapporto costi-benefici di una guerra che sta dissanguando il Paese.

Si parla di patriottismo, ma si accetta che gli italiani paghino di più per tutto: carburanti, energia, beni di prima necessità. Si invoca la responsabilità internazionale, ma si evita accuratamente di spiegare fino a quando e a quale prezzo.

Una conclusione che non può più essere rimandata

Groenlandia, Iran, Ucraina raccontano la stessa storia: la geopolitica contemporanea non punta più solo a conquistare territori, ma a controllare sistemi vitali: energia, clima, rotte, consenso interno.

E il tempo non è neutrale. Favorisce chi resiste, chi accetta sacrifici, chi è disposto a sopportare il freddo più a lungo. In questo gioco cinico, l’Europa sta dimostrando di essere la parte più fragile.

La domanda finale non riguarda Kiev o Mosca. Riguarda noi.

Per quanto ancora gli italiani dovranno pagare una guerra che l’Europa non sta vincendo?

E soprattutto: chi avrà il coraggio politico di dirlo prima che il generale inverno, economico e sociale, presenti il conto definitivo?