Nessuna istituzione ha mai convocato un tavolo di analisi per capire quanto il modello regionale regga a uno shock energetico prolungato. Di fronte alle nostre fragilità strutturali serve solo una cosa: visione
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C'è un dato che circola poco nel dibattito pubblico calabrese, eppure vale la pena fissarlo prima di tutto il resto: secondo i dati dichiarati durante l’assemblea di Uil Calabria, oltre il 90% del trasporto nella nostra regione avviene su gomma. Camion, furgoni, automobili. Diesel, quasi tutto diesel. Una regione appesa a un solo filo, e quel filo passa per il Medio Oriente.
Mentre scrivo, lo Stretto di Hormuz è aperto, chiuso, aperto, chiuso: di fatto chiuso. Mentre tutti sperano che il prezzo del diesel scenda e che le vacanze alle Maldive si possano fare. C’è un’area cruciale del Mondo sotto pressione come non accadeva da decenni. Le tensioni tra Iran e Stati Uniti, la fragilità degli equilibri nel Golfo Persico, la minaccia concreta di interruzioni al transito petrolifero per mesi stanno ridisegnando, silenziosamente ma rapidamente, la mappa dei rischi globali. E in Calabria, nessuno sembra stia guardando quella mappa con la capacità di comprendere il cambiamento cui si trova di fronte il nostro mondo.
Due crisi diverse per due “modelli” diversi
Il primo errore da evitare è leggere la crisi di Hormuz con gli occhi americani. Per gli Stati Uniti, una chiusura dello Stretto non è una crisi energetica, da lì non passa nulla che loro acquistino: è una crisi egemonica. Washington garantisce da decenni la libertà di navigazione nel Golfo e per ogni altro stretto, come fondamento della globalizzazione economica che regge l'ordine mondiale a guida americana. Se quella garanzia vacilla, vacilla la capacità stessa degli Stati Uniti di dominare il mondo. È una questione di potere, di ruolo, di architettura geopolitica.
Per noi è diverso. Per noi è benzina, gasolio, riscaldamento, trasporto, concimi, cibo nei supermercati. Per noi è il modello di vita concreto, quotidiano, materiale. Ogni interruzione significativa nel transito attraverso Hormuz si traduce con una velocità che il mercato rende brutale in un aumento dei costi energetici che colpisce le famiglie, le imprese, i servizi. Non è una disputa tra potenze: è la spesa della settimana, il costo della consegna, il prezzo del riscaldamento e del condizionatore.
Questa distinzione non è accademica. Capire che i nostri interessi e quelli americani in questa crisi divergono strutturalmente è il primo passo per smettere di aspettarsi che qualcun altro risolva il problema al posto nostro.
Il modello calabrese sotto stress
In questo scenario, la Calabria è tra i territori italiani più esposti. Non per volere essere disfattisti, ma per storia e geografia.
Siamo una regione con pochi collegamenti ferroviari efficienti, infrastrutture portuali sottodimensionate rispetto al potenziale, un aeroporto principale che serve una tratta fondamentale per molte imprese locali, ma che dipende dalla tenuta dei costi e dalla disponibilità del carburante. Siamo una regione in cui la sopravvivenza dei piccoli centri montani dipende letteralmente dalla capacità di un camion di percorrere strade provinciali ogni giorno senza sosta, bruciando litri di gasolio. Siamo una regione in cui il trasporto su gomma non è una scelta: è l'unica opzione disponibile per la stragrande maggioranza delle merci e delle persone.
Se il prezzo del diesel aumenta del 30%, chi lo paga? Lo pagano le cooperative agricole che esportano verso il Nord Italia. Lo pagano i trasportatori che riforniscono i supermercati delle aree interne. Lo pagano le famiglie che non hanno alternative ai mezzi privati. Lo paga, in modo silenzioso e distribuito, l'intera struttura economica e sociale della regione.
Nessuno ha ancora fatto questo calcolo in modo sistematico. Nessuna istituzione regionale ha mai convocato un tavolo di analisi per capire quanto il modello calabrese regga a uno shock energetico prolungato. Nessuno ha mai prodotto uno stress test serio su cosa succederebbe a questa regione se il prezzo del gasolio raddoppiasse per sei mesi. Sarebbe utile farlo. Sarebbe urgente.
Il coraggio della visione
Di fronte a questa fragilità strutturale, la politica regionale ha due strade. La prima è continuare a ignorarla, aspettando che la crisi sia abbastanza visibile da diventare emergenza nazionale e poi gestirla come emergenza: cioè male, tardi, con costi altissimi. È la strada che si è percorsa su quasi tutto in Calabria per decenni.
La seconda strada richiede qualcosa di più difficile: visione. Non slogan, non convegni, non dichiarazioni di intenti. Una visione operativa, con obiettivi misurabili e scadenze reali.
L'obiettivo dovrebbe essere chiaro: portare la Calabria a un'autonomia energetica di almeno il 60% entro i prossimi dieci, vent'anni. Non è un'utopia, è il tipo di traguardo che i territori resilienti si danno quando capiscono dove li portano le loro dipendenze strutturali. Richiede un piano per l'elettrificazione progressiva del trasporto locale, a partire dai mezzi pubblici e dalla logistica delle merci. Richiede un investimento serio nelle fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico, agrivoltaico) che la Calabria ha in quantità eccezionale e sfrutta ancora in modo parziale. Richiede una politica di accumulo energetico (BESS) che trasformi quella produzione intermittente in una risorsa stabile. Richiede, in una parola, di trattare l'energia come una questione di sicurezza regionale, non come una voce di bilancio.
Il precedente che abbiamo già davanti
La Calabria è uscita dal commissariamento sanitario dopo anni di commissariamento straordinario che ha imposto scelte dolorose, poco impattanti e molto spesso dolorosamente necessarie. È stato un percorso difficile, contestato, impopolare in quasi tutte le sue fasi. Ma ha prodotto un risultato concreto: un sistema sanitario regionale che ha riacquistato una gestione autonoma. Questo dimostra che quando c'è volontà politica, quando si accetta la complessità invece di aggirarla (anche perché a volte non ti permettono di farlo), quando si lavora su obiettivi di sistema e non solo su consenso immediato, i risultati sulla carta arrivano e ci si augura arrivino poi anche quelli sul campo.
La crisi energetica e la crisi di connettività della Calabria richiedono lo stesso approccio. Un commissariamento? No, non di certo. Ma una strategia strutturata sì. Perché il rischio è paragonabile: una regione che non controlla la propria energia e la propria mobilità è una regione dipendente, fragile, ricattabile. Una regione che potrebbe ritrovarsi impotente e immobilizzata senza poter garantire la sicurezza alimentare e all’assistenza a tanti, troppi calabresi.
L'AI non salva chi non ha l'energia per farla girare
C'è infine un tema che si sovrappone a tutto questo e che merita di essere detto senza eufemismi, in un momento in cui l'intelligenza artificiale è diventata il mantra di ogni agenda politica e istituzionale.
Parliamo di AI come se fosse un fenomeno immateriale, quasi spirituale. Non lo è. Ogni modello di intelligenza artificiale richiede tre cose: un algoritmo, un data center, e energia, molta energia, più di quanto immaginiamo quando scriviamo un prompt per avere l’ennesima immagine fumettosa. L'Europa non ha costruito i propri algoritmi di riferimento. Ha pochissimi data center sovrani rispetto al fabbisogno. E dipende per la sua energia da catene di approvvigionamento che passano per aree instabili del mondo.
La Calabria, l'Italia, l'Europa che parlano di transizione digitale e di AI come strumento di sviluppo stanno costruendo su fondamenta che non controllano. È come progettare una fabbrica senza assicurarsi la fornitura di materie prime. Siamo di fatto azionisti di minoranza nelle nostre stesse aziende che usano infrastrutture “straniere”, che con un clic potrebbero fermare produzione, innovazione e sviluppo.
L'Occidente come lo conoscevamo fino al 2025 sta ha cambiato forma rapidamente. Il sistema di garanzie e diritti (militari, commerciali, energetiche) che reggeva il nostro modello di vita si sta ridefinendo sotto pressioni che non sono temporanee, siamo davanti ad un momento di cambiamento epocale. In questo scenario, i territori che sopravviveranno meglio non saranno i più ricchi o i più connessi: saranno quelli che avranno avuto il coraggio di costruire autonomia connessa prima che diventasse necessità.
La Calabria ha tutto quello che serve per farlo: sole, vento, mare, territorio, intelligenze. Manca la decisione politica di trattare tutto questo come una priorità strategica, non come una promessa da convegno, che resti solo parole, senza alcuna ricaduta concreta.
Il tempo per cominciare era ieri. Il secondo momento migliore è adesso.
*Esperto di comunicazione politica

