L’Italia si muove già verso il Golfo Persico mentre sullo sfondo prende forma la possibile intesa internazionale per una tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo quanto emerge, Roma sarebbe pronta a giocare un ruolo centrale in un’eventuale missione internazionale di sicurezza e sminamento nello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico da cui transita una quota enorme del petrolio mondiale.

A confermarlo è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ribadisce come l’Italia sia pronta a contribuire «alle operazioni di sminamento e la sicurezza della navigazione commerciale» una volta terminato il conflitto. Tajani sottolinea che Roma è «pronta a mettere a disposizione l’esperienza acquisita nelle missioni navali europee», citando in particolare l’operazione Aspides nel Mar Rosso.

I cacciamine italiani sono già partiti

La macchina militare, in realtà, si è già mossa. Due cacciamine della Marina Militare italiana, il Crotone e il Rimini, hanno lasciato Augusta il 15 maggio e si trovano attualmente nel porto egiziano di Safaga, in attesa di nuovi ordini.

La prossima tappa potrebbe essere Gibuti, snodo logistico fondamentale nel Corno d’Africa dove l’Italia dispone già di infrastrutture militari e di un contingente operativo. L’obiettivo è ridurre i tempi nel caso in cui si concretizzasse una missione internazionale nel Golfo.

Le tre condizioni per entrare a Hormuz

Il governo italiano, però, considera indispensabili tre passaggi prima di qualsiasi operazione diretta nello Stretto di Hormuz: una tregua effettiva nell’area; un mandato internazionale; l’autorizzazione del Parlamento italiano.

Solo a quel punto potrebbe partire una vera missione di sminamento. Le mine piazzate dall’Iran rappresentano infatti uno dei rischi principali per la navigazione commerciale e per il traffico energetico globale.

La protezione militare e il rischio di escalation

Le unità italiane non opererebbero da sole. I cacciamine potrebbero essere scortati da assetti militari più pesanti come il ITS Raimondo Montecuccoli e supportati dalla nave logistica Atlante. A garantire la protezione immediata ci sarebbe inoltre la fregata Luigi Rizzo, già impegnata nell’operazione Aspides.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva già avvertito nelle scorse settimane che «anche ipotizzando che tutti gli attori statali siano d'accordo e che la missione di pace venga accettata, basta un attore o un gruppo non statale per mettere in difficoltà chiunque».

Un riferimento diretto al rischio di attacchi asimmetrici, sabotaggi o azioni di milizie regionali che potrebbero continuare a destabilizzare l’area anche in presenza di un accordo diplomatico.

Oltre 400 militari italiani coinvolti

Secondo le prime stime, il dispositivo italiano potrebbe coinvolgere oltre 400 militari tra equipaggi dei cacciamine, unità di protezione, supporto logistico e personale operativo. L’Italia si integrerebbe in una coalizione internazionale composta da circa venti Paesi pronti a intervenire per garantire la riapertura sicura dello Stretto.

Il nodo, adesso, resta politico e diplomatico. La tregua tra Washington e Teheran non è ancora consolidata e le condizioni sul terreno rimangono estremamente fragili. Ma il fatto che le unità italiane siano già in movimento mostra quanto i governi occidentali considerino concreta la possibilità di una missione nel Golfo nelle prossime settimane.