È il 23 dicembre: l’organo parte da Bolzano e arriva a Napoli «completamente inglobato in un blocco di ghiaccio». Dalle carte interne emerge una sequenza di scelte e fraintendimenti: contenitore datato, uso di ghiaccio secco e un deficit comunicativo che porta a staccare il cuore del piccolo prima di verificare l’integrità di quello del donatore
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Patrizia Mercolino, la mamma del bimbo di due anni ricoverato all'ospedale Monaldi di Napoli e trapiantato, a dicembre scorso, con un cuore risultato danneggiato, 12 febbraio 2026. Sei persone, tra medici e paramedici, sono state iscritte nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli. ANSA/ALANEWS
C’è un modo in cui gli atti ufficiali provano a restare freddi, come se bastasse la grammatica burocratica a tenere fuori l’orrore. Ma a volte la realtà buca la carta. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio». È una frase che non dovrebbe esistere, e invece sta lì, nero su bianco, dentro gli audit dell’azienda ospedaliera: i verbali dell’indagine interna.
Sono le 14.30 del 23 dicembre e nella sala operatoria del Monaldi si incontrano, una dopo l’altra, due scelte sbagliate che finiscono per diventare una sola detonazione. Pochi minuti prima della scoperta dell’organo congelato, il primario della cardiochirurgia, Guido Oppido, ha già staccato il cuore del paziente. Lo fa, scrive, perché ritiene di aver ricevuto un via libera, un assenso. Solo che quel via libera, nelle dichiarazioni raccolte, nessuno dice di averlo dato.
Dentro una sala operatoria ogni suono è un comando, ogni gesto è una conferma, ogni secondo è un pezzo di vita che scivola via. Eppure qui c’è una parola minuscola, un monosillabo, che si insinua come un fantasma: “sì”. Oppido racconta di aver chiesto conferma dell’inizio della procedura di cardioplegia sul cuore del donatore, la fase al banco che dovrebbe avvenire mentre si procede con la cardiectomia del ricevente. Dice di aver percepito un assenso. Ma negli atti si legge che «nessuno degli operatori presenti in sala operatoria… ha dichiarato di aver fornito risposta affermativa esplicita». In mezzo a cardiochirurghi, infermieri, perfusionisti, coordinatori, quel “sì” resta sospeso. E intanto, la procedura va avanti.
La storia, ricostruita dalle carte, comincia ore prima e lontano. Quando arriva la notizia dell’organo disponibile, due medici partono da Capodichino verso Verona alle 4.30 del 23 dicembre. Alle 8.15 sono a Bolzano con un’ambulanza. La dottoressa Gabriella Farina mette nero su bianco un dettaglio che oggi pesa come un macigno: dopo il prelievo, dopo i sacchetti sterili, dopo il secchiello, si accorge che il ghiaccio portato da Napoli non basta. E chiede di integrarlo «fino alla copertura completa del contenitore con il cuore espiantato». Il collega Vincenzo Pagano annota che uno dei membri di sala versa ghiaccio nel contenitore da un altro recipiente, “che sembrava del normale ghiaccio tritato”, mentre loro sono ancora bardati sterilmente.
Ma qui la parola “sembrava” diventa la crepa. Perché, secondo quanto riportato negli audit, in realtà sarebbe stato usato ghiaccio secco al posto del ghiaccio d’acqua. E il ghiaccio secco non è un dettaglio tecnico: è una sostanza che può portare la temperatura intorno ai -80 gradi, mentre un cuore destinato a trapianto dovrebbe restare vicino ai 4 gradi. È la differenza tra conservare e congelare. Tra proteggere e danneggiare. Tra sperare e perdere.
Quando da Bolzano arriva la rassicurazione che l’organo “va bene”, al Monaldi il paziente viene portato in sala operatoria. Si fanno le procedure preparatorie. Poi l’équipe dell’espianto entra con il contenitore. Oppido scrive che viene chiesta conferma della presenza dell’organo e della corretta conservazione. Ottenuta la conferma, si procede: cardiectomia. Quindici minuti, dice la relazione. Quindici minuti in cui, sulla carta, l’altra parte del lavoro dovrebbe avvenire al banco: la cardioplegia sul cuore del donatore.
Ma il cuore, in quel momento, non è stato neppure estratto. È ancora dentro, bloccato dal freddo. E quando si prova ad aprire e a tirarlo fuori, la scena diventa quella che nessun reparto vorrebbe vedere: il secchiello è inglobato nel ghiaccio, servono venti minuti per estrarlo, poi altro tempo per liberare l’organo dai sacchetti sterili. Minuti lunghi, minuti che hanno un peso fisico. E nel frattempo il bimbo è senza cuore.
A quel punto si entra in quella zona grigia in cui la medicina smette di essere protocollo e diventa scelta disperata. Negli atti si legge che, «nonostante il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo, in assenza di alternative, si decideva di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto». È una frase che racconta una sala piena di mani che lavorano e di teste che corrono. Non c’è retorica, non c’è compiacimento, non c’è spettacolo. C’è solo l’idea cruda di non avere un’altra possibilità sul tavolo.
Si tenta di far ripartire quel cuore, ma non si riesce. Passano ore, e dopo circa tre si decide di utilizzare l’ECMO, il supporto extracorporeo che diventa un ponte provvisorio quando il corpo non regge da solo. E insieme parte la richiesta urgente per un nuovo organo. Un’altra corsa contro il tempo. Un altro bivio.
Dentro gli audit, però, emerge anche un errore che non ha il rumore del ghiaccio ma il peso delle abitudini: il contenitore. Il primo problema, scrivono i responsabili del rischio clinico aziendale, sarebbe stata la scelta di un contenitore “datato” per il trasporto. Eppure il moderno Paragonix, con controllo della temperatura interna e termometro esterno, sarebbe al Monaldi dal 2023. “La sala operatoria per i trapianti ne ha in dotazione almeno due”, si legge, e “in Farmacia ce n’è sempre almeno un altro”. Eppure, dagli audit emerge che l’équipe avrebbe dichiarato di non sapere di questa disponibilità. In un colloquio, il direttore del Monaldi, Anna Iervolino, chiede se sia vero. E nessuno risponde. C’era stata una formazione via mail. Mai fatta.
Alla fine, nelle carte, la parola che tenta di riassumere tutto è una formula fredda: “deficit comunicativo e procedurale”. Ma dietro quella formula ci sono decisioni prese in corsa, conferme date e credute, strumenti disponibili e ignorati, ghiaccio “che sembrava” e invece non era. E soprattutto c’è un’ora precisa, le 14.30 del 23 dicembre, in cui una stanza ha scoperto che il cuore arrivato per salvare una vita era diventato un blocco di ghiaccio. E che, in quel momento, qualcuno ha scelto comunque di provarci. Perché l’alternativa era il vuoto.


