Prima ancora di avere un simbolo, una sede, una struttura o anche solo una vaga idea di come presentarsi agli elettori, il progetto politico di Roberto Vannacci ha già una cosa molto chiara: il pubblico. Un’umanità variopinta, agitata, spesso improbabile, che sgomita per farsi notare mentre il carro della nuova avventura ultrasovranista è ancora fermo in officina. Altro che partito: sembra l’anticamera di una fiera dell’usato politico, dove ognuno espone il proprio curriculum come una reliquia e spera che qualcuno lo compri.

Tra i primi a orbitare attorno al generale c’è Simone Ruzzi, noto al grande pubblico come “Cicalone”, ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. Uno che fino a ieri sfidava i criminali a petto nudo, oggi improvvisamente scopre il linguaggio felpato della prudenza. Collaborare sì, candidarsi forse, capire meglio, valutare garanzie. Una metamorfosi che fa sorridere: dalla rissa in metropolitana al politichese notarile il passo è più breve di quanto sembri. In fondo, quando si parla di liste e seggi, anche i pugni diventano concetti astratti.

Il clima generale è questo: tutti pronti a dire “ci sono”, ma con una postilla grande come una cambiale. Serve una classe dirigente, spiegano. Traduzione simultanea: serve sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce che non si resti col cerino in mano. Vannacci viene descritto come leader carismatico, patriota senza paura, uomo del popolo capace di affrontare l’ora di punta in metropolitana. Ma la fedeltà, si sa, ama i contratti scritti.

Se Ruzzi tentenna, c’è invece chi si è già buttato a corpo morto. Emanuele Pozzolo, ex Fratelli d’Italia finito nel gruppo misto dopo l’episodio della pistola a Capodanno, non ha dubbi: per lui Vannacci è destinato a diventare il De Gaulle italiano. Il paragone vola alto, l’enfasi pure. Niente più destra che chiede permesso, basta steccati novecenteschi, avanti con il coraggio. A corredo, immancabile latino d’ordinanza e citazioni dannunziane, perché quando mancano i voti si alza il volume della retorica. Anche qui, però, la concorrenza è affollata: il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga.

Nel calderone spunta anche Aboubakar Soumahoro, già passato da simbolo della sinistra militante a corpo estraneo per gli ex sponsor parlamentari. Ora si definisce pragmatico, uomo libero, pronto a valutare progetti “tricolori”. Le parole cambiano, il copione resta: superare il Novecento, difendere l’interesse nazionale, guardare avanti. Intanto chi lo aveva portato in Parlamento continua a espiare, sperando che nessun altro ripeta l’errore.

E poi c’è il capitolo folklore, quello che rende il quadro quasi surreale. Da Pennabilli arriva il sindaco Mauro Giannini, che sui social si dichiara pronto a sostenere il “camerata” Vannacci con toni da adunata d’altri tempi, camicia strappata e tatuaggi in bella vista. Una scena che sembra uscita da un cinegiornale d’epoca, ma caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, consigliere veneto che trova il modo di spiegare che difendere Putin significa difendere la democrazia. Un concetto ardito, ma evidentemente spendibile in certi ambienti.

Il sogno del grande assemblaggio, però, appartiene a Mario Adinolfi, che immagina un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. Il nome del leader del Popolo della Famiglia, ovviamente, viene prima di tutti gli altri. Le firme, promette, si trovano. Il governo pure, almeno nelle intenzioni. A fare eco c’è Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integrale, che non chiude a collaborazioni. Le ideologie passano, le bandiere cambiano, la voglia di stare in scena resta.

Tra i veterani della destra più ruvida, torna a farsi sentire Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una nuova folla di scontenti. Telefoni che squillano, racconta. Segno che il mercato c’è. Magari non raffinato, ma rumoroso.

Accanto agli entusiasti, prospera la categoria più numerosa: i tentennatori. Deputati leghisti come Edoardo Ziello e Rossano Sasso annusano l’aria, votano contro gli aiuti all’Ucraina e poi restano sospesi. Perché lasciare il gruppo? Perché no? Domani è un altro giorno, e in politica l’indecisione è una forma d’arte. C’è anche chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come Domenico Furgiuele, che saluta il generale e si tiene Alberto da Giussano.

Mentre la compagnia cresce, arriva la prima grana seria: il partito, di fatto, non esiste. Il nome “Futuro nazionale” è bloccato, il simbolo pure. L’associazione culturale che fa capo a Vannacci ha diffuso una comunicazione chiara: niente uso del nome, niente loghi sui social, niente fughe in avanti. Il motivo è tanto banale quanto micidiale: il marchio risulta registrato e non è nella disponibilità del generale. A detenerlo è l’erede di un ex consigliere regionale del Movimento 5 Stelle delle Marche, che lo aveva depositato anni fa. Tradotto: senza un accordo economico, il futuro nazionale resta solo uno slogan.

Il risultato è che l’armata è già schierata, ma manca la bandiera. Un dettaglio non proprio secondario per chi vuole presentarsi alle elezioni. Il 16 febbraio è prevista un’assemblea dei team per fare il punto, anche su questo nodo. Perché senza nome e simbolo non si va lontano, soprattutto in un progetto che vive di annunci e identità forti.

Così, mentre Vannacci prepara la sua discesa in campo, attorno a lui si muove un’umanità che sembra più attratta dal rumore che dalla costruzione. Ex qualcosa, futuri forse, nostalgici convinti e prudenti di professione. Un’armata Brancaleone che scalpita prima ancora di sapere dove andare. Il carro della politica è lì, luccicante e instabile. Tutti vogliono salirci. Resta da capire chi guiderà davvero e chi, alla prima curva, fingerà di non essere mai stato a bordo.