L’Italia ha potenziale economico e militare, ma senza una postura coerente e una strategia di lungo periodo rischia di essere percepita come marginale in un ordine mondiale sempre più competitivo e gerarchico
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Oltre la cronaca
Il dibattito pubblico contemporaneo è dominato dall’evento. L’episodio diventa simbolo, il simbolo diventa giudizio, il giudizio si trasforma rapidamente in narrazione. È una dinamica accelerata dall’ecosistema mediatico e digitale: ciò che accade viene immediatamente interpretato, classificato, polarizzato.
Ma la geopolitica non si lascia comprendere attraverso il frammento. Si comprende attraverso la struttura, attraverso le relazioni di potenza che precedono l’evento e lo rendono possibile.
L’evento è la superficie.
La struttura è la profondità.
Quando una superpotenza annuncia pubblicamente un’azione e mobilita assetti militari in modo visibile, non siamo nel campo della sorpresa strategica. Siamo nel campo della deterrenza comunicata. La comunicazione non è un accessorio dell’azione: ne è parte integrante. Dichiarare, schierare, rendere visibile una postura militare significa inviare segnali a più destinatari contemporaneamente — avversari, alleati, opinioni pubbliche, mercati. È il linguaggio della potenza.
In questo quadro, chiedersi se un alleato sia stato preventivamente coinvolto in ogni dettaglio operativo significa spesso fraintendere la natura delle relazioni internazionali. L’alleanza non equivale alla co-decisione permanente. Non esiste una direzione collegiale globale delle scelte strategiche delle grandi potenze. Le decisioni operative di una superpotenza restano prerogativa sovrana, anche all’interno di sistemi di alleanza consolidati.
Essere membri della NATO significa condividere un meccanismo di difesa collettiva, interoperabilità militare, pianificazione integrata in ambiti definiti, procedure di coordinamento e de-confliction. Significa assumere obblighi reciproci in caso di aggressione. Non significa partecipare a ogni processo decisionale unilaterale, soprattutto quando questo non attiva formalmente gli strumenti collettivi dell’Alleanza.
Confondere alleanza con co-sovranità produce aspettative irrealistiche.
E le aspettative irrealistiche generano frustrazione.
Il punto vero, allora, non è l’episodio in sé — il luogo, il momento, la comunicazione preventiva. Il punto è la gerarchia che struttura il sistema internazionale. È il riconoscimento che viviamo in un ordine asimmetrico, in cui la scala della potenza determina il livello di influenza.
Finché non accettiamo questa premessa, continueremo a discutere dell’evento.
Ma la questione non è l’evento.
La questione è la gerarchia.
Il ritorno della gerarchia internazionale
Per oltre tre decenni abbiamo coltivato l’idea di un ordine internazionale relativamente orizzontale. La fine della Guerra Fredda aveva alimentato la convinzione che la competizione sistemica fosse stata sostituita da una progressiva integrazione economica, da istituzioni multilaterali sempre più pervasive e da una crescente interdipendenza capace di ridurre la conflittualità tra grandi potenze.
Era una fase storica particolare, quasi un’interruzione della normalità geopolitica. L’assenza di competitori sistemici equivalenti agli Stati Uniti aveva creato un contesto unipolare in cui la superiorità americana fungeva da stabilizzatore implicito. La globalizzazione, l’espansione delle organizzazioni internazionali, l’allargamento delle alleanze occidentali avevano rafforzato l’idea che la logica dei blocchi fosse superata.
Quella fase si sta chiudendo.
Il sistema internazionale sta tornando esplicitamente competitivo e gerarchico. La rivalità tra Stati Uniti e Cina ha reintrodotto dinamiche che pensavamo archiviate: logica di blocchi, deterrenza multilivello, corsa alla supremazia tecnologica, controllo delle catene del valore strategiche, competizione per le materie prime critiche, per l’intelligenza artificiale, per lo spazio e per il dominio cibernetico.
La sicurezza non è più soltanto militare. È industriale, energetica, digitale, finanziaria. La geopolitica si è ri-fusa con l’economia.
In questo contesto, la potenza è funzione della scala.
Scala significa dimensione del mercato interno, profondità tecnologica, autonomia industriale, capacità di investimento in ricerca, resilienza demografica, proiezione militare sostenibile nel tempo. Significa massa critica capace di influenzare le regole del gioco, non soltanto di adattarsi ad esse.
Gli Stati Uniti e la Cina operano su dimensione continentale. La loro massa economica, demografica, tecnologica e militare consente loro di orientare dinamiche sistemiche: dalle regole commerciali agli standard tecnologici, dalle architetture di sicurezza alle catene logistiche globali. Nessun singolo Stato europeo, per quanto avanzato, possiede una scala comparabile.
Ecco perché la domanda non può essere: “perché non contiamo come loro?”.
La domanda corretta è un’altra: qual è la nostra dimensione reale nel sistema internazionale che sta emergendo? E, soprattutto, quale dimensione siamo disposti a costruire per non limitarci a subire l’evoluzione dell’ordine globale?
La risposta a questa domanda non è emotiva. È strutturale.
L’Italia: potenziale e percezione
L’Italia è la terza economia dell’eurozona, una delle principali potenze manifatturiere al mondo, con una capacità industriale diversificata che spazia dall’aerospazio alla cantieristica navale, dall’automazione alla difesa, dall’energia alle tecnologie avanzate. È un Paese con una collocazione geografica unica: al centro del Mediterraneo, ponte naturale tra Europa, Nord Africa, Medio Oriente e Balcani. In termini strategici, il Mediterraneo allargato non è una periferia per l’Italia: è il suo spazio vitale.
Le sue Forze Armate sono professionali, integrate nei principali dispositivi internazionali, interoperabili con i partner dell’alleanza atlantica, presenti in numerosi teatri operativi. L’Italia contribuisce in modo costante alle missioni internazionali, partecipa a programmi industriali di alto livello e dispone di competenze tecnologiche riconosciute.
Sotto il profilo oggettivo, dunque, non si tratta di un Paese marginale.
Eppure, nel dibattito pubblico emerge con frequenza la percezione che l’Italia “non conti”. Una percezione che attraversa orientamenti politici diversi e che riaffiora ogni volta che si verifica una crisi internazionale di rilievo.
Questa percezione nasce da due fattori distinti.
Il primo è oggettivo: come singolo Stato europeo, l’Italia non dispone della massa critica necessaria per incidere sistemicamente nel confronto tra superpotenze globali. Non ha la dimensione demografica, il volume di investimenti strategici, la capacità autonoma di proiezione globale che caratterizzano attori continentali come Stati Uniti o Cina. La sua influenza, per quanto significativa in ambiti regionali e settoriali, resta proporzionata alla sua scala.
Il secondo fattore è soggettivo — ma non per questo meno rilevante. Il peso potenziale dell’Italia, in determinati contesti, è talvolta superiore al peso effettivamente esercitato. Esiste uno scarto tra capacità disponibile e influenza concretamente utilizzata. Tra contributo reale e riconoscimento ottenuto.
Questo scarto non è scritto nei trattati né nei bilanci. È una questione di comportamento strategico.
Ed è qui che entra in gioco la postura.
La postura come moltiplicatore o riduttore di potenza
In geopolitica il rispetto non nasce dall’essere graditi. Nasce dall’essere necessari. E, soprattutto, dall’essere coerenti nel tempo.
La credibilità di uno Stato non è una variabile episodica. È il risultato di una traiettoria. Non dipende da una singola dichiarazione, ma dalla prevedibilità del suo comportamento strategico. Gli attori internazionali osservano, registrano, comparano. La memoria del sistema è più lunga di quella dell’opinione pubblica.
La postura di uno Stato è il modo in cui esercita la propria potenza relativa. Non si misura soltanto in mezzi militari, in percentuali di PIL dedicate alla difesa o in volumi di export. Si misura nella capacità di sostenere una posizione anche quando genera attrito, nella disposizione ad accettare il costo politico di una scelta coerente con i propri interessi, nella fermezza con cui si negozia ciò che è proporzionato al proprio contributo.
La postura è, in ultima analisi, una questione di cultura strategica.
Nella mia esperienza operativa, conclusasi nel 2021, ho osservato una dinamica ricorrente nei contesti multilaterali complessi: la tentazione del compiacimento è forte. Non perché vi sia malafede, ma perché l’ambiente stesso lo incentiva.
Il rappresentante nazionale non è un’entità astratta. È una persona, con una storia professionale, relazioni costruite nel tempo, prospettive future. Nei consessi internazionali si sviluppano reti informali, dinamiche di gruppo, equilibri sottili. Essere percepiti come “collaborativi” è spesso premiato. Essere considerati “difficili” può isolare.
In questo contesto, la ricerca del riconoscimento personale può, talvolta, prevalere sulla fermezza negoziale. Non in modo plateale, ma attraverso piccoli aggiustamenti: un linguaggio attenuato, una richiesta rinviata, una posizione ammorbidita per evitare tensioni.
Ho visto posizioni ammorbidite non per mutate valutazioni tecniche, ma per evitare frizioni. Ho visto difese dell’interesse nazionale attenuate per non compromettere equilibri relazionali o opportunità future. Ho visto il timore di essere etichettati come “rigidi” prevalere sull’esigenza di essere proporzionati.
Non è una specificità italiana. È una dinamica umana, diffusa in ogni ambiente multilaterale. Ma quando diventa frequente, quando si ripete nel tempo, produce un effetto cumulativo.
Ogni arretramento non necessario viene registrato.
Ogni concessione non proporzionata riduce il peso percepito.
Ogni segnale di eccessiva adattività diventa parte della reputazione strategica di un Paese.
E la reputazione, in geopolitica, è una forma di potenza.
Un episodio emblematico
In una trattativa internazionale particolarmente delicata, insistetti affinché venisse riconosciuto all’Italia un ruolo coerente con il contributo effettivamente fornito — in termini di capacità operative, risorse impiegate, responsabilità assunte. Non si trattava di rivendicare privilegi né di alterare equilibri consolidati. Si trattava di proporzionalità.
Nel sistema internazionale la proporzionalità è un principio implicito ma fondamentale: chi contribuisce in misura significativa a un dispositivo comune ha titolo a un peso decisionale coerente. È una questione di equilibrio, non di ambizione.
La mia posizione era ferma ma argomentata, basata su dati oggettivi e su un principio di equità istituzionale. Tuttavia, quella fermezza fu percepita come eccessiva assertività.
Il Ministro della Difesa di un importante Paese europeo contattò l’omologo italiano lamentando che “premessi troppo” nella tutela dell’interesse nazionale e chiedendone esplicitamente la mia rimozione dal tavolo negoziale.
La richiesta venne accolta.
Non racconto questo episodio per risentimento personale. La carriera di un singolo è irrilevante rispetto alle dinamiche strutturali. Lo racconto perché illumina un meccanismo più ampio.
Quando la difesa proporzionata dell’interesse nazionale viene percepita come eccesso, e la risposta interna non è il sostegno ma l’attenuazione o la sostituzione, il segnale che si invia all’esterno è chiaro: la pressione funziona.
In un ambiente competitivo, ogni precedente crea aspettativa. Se un attore comprende che l’assertività italiana può essere neutralizzata attraverso un semplice canale politico, tenderà a utilizzare quello strumento anche in futuro.
La reputazione strategica di un Paese si costruisce anche così: attraverso la prevedibilità della sua tenuta sotto pressione.
Il peso non si proclama nelle dichiarazioni.
Si esercita nei negoziati.
E si difende quando incontra resistenza.
Il nodo europeo: massa economica vs massa strategica
Il problema, tuttavia, non è solo italiano. Sarebbe troppo semplice – e forse rassicurante – ridurre tutto a una questione nazionale.
La somma delle economie europee è comparabile a quella delle grandi potenze globali. L’Europa nel suo insieme rappresenta uno dei principali poli industriali, finanziari e tecnologici del pianeta. Dispone di competenze avanzate, di un mercato interno vastissimo, di un livello di sviluppo elevato e di una capacità regolatoria che ha spesso fissato standard globali.
Eppure questa massa economica non si traduce automaticamente in massa strategica.
La frammentazione politica impedisce di trasformare la potenza potenziale in potenza effettiva. Ventisette politiche estere non producono un attore globale unitario. Ventisette culture strategiche, spesso radicate in storie, geografie e sensibilità differenti, non generano automaticamente una deterrenza comune. Le priorità baltiche non coincidono con quelle mediterranee; le percezioni della minaccia variano; le dipendenze energetiche e industriali non sono uniformi.
Il risultato è un sistema in cui la capacità economica è integrata, ma la volontà strategica è dispersa.
L’European Union ha costruito con successo un mercato interno, una moneta condivisa, un’architettura normativa sofisticata. Ha dimostrato di saper esercitare influenza regolatoria globale. Ma non ha ancora sviluppato una politica estera realmente coerente né una difesa integrata capace di proiezione autonoma e decisione rapida.
Persistono duplicazioni industriali, sovrapposizioni di programmi, catene decisionali lente, meccanismi di veto che rallentano o paralizzano scelte strategiche. La dipendenza strutturale da capacità militari esterne per la proiezione ad alta intensità resta un dato di fatto.
Finché l’Europa resterà un gigante economico e un nano strategico, i singoli Stati membri continueranno a confrontarsi con il limite della scala. Anche i più forti, presi isolatamente, si muoveranno entro margini ristretti rispetto ai poli continentali emergenti.
Nel mondo della competizione tra blocchi continentali, la scala è decisiva. Non per ambizione imperiale, ma per capacità di incidere sulle regole, sugli standard, sulle architetture di sicurezza e sulle filiere strategiche.
La questione non è retorica europeista. È realismo sistemico: senza massa critica politica e militare coerente, la massa economica da sola non basta.
Sovranità e interdipendenza
Parlare di maggiore integrazione europea non significa negare la sovranità nazionale. Significa interrogarsi sulla sua effettività.
Nel linguaggio politico la sovranità viene spesso evocata come attributo assoluto, quasi metafisico. Ma nella realtà delle relazioni internazionali la sovranità è sempre condizionata dalla distribuzione della potenza. Non esiste sovranità astratta; esiste sovranità esercitabile.
In un sistema gerarchico dominato da poli continentali, la sovranità effettiva dipende dalla capacità di aggregare potenza economica, tecnologica, militare e decisionale. Dipende dalla massa critica che consente di influenzare le regole del gioco, non soltanto di adattarsi a esse.
La sovranità isolata di uno Stato medio in un mondo di giganti rischia di essere nominale: formalmente intatta, ma sostanzialmente compressa dai vincoli esterni. Si può mantenere il diritto di decidere, ma non sempre la capacità di incidere.
La sovranità condivisa, se ben strutturata, può invece diventare un moltiplicatore di influenza. Non una rinuncia, ma una leva. Non una cessione unilaterale, ma una concentrazione di capacità. La storia stessa degli Stati moderni dimostra che l’aggregazione di potenza è spesso la condizione per l’autonomia reale.
Naturalmente, questo implica scelte politiche complesse: richiede fiducia reciproca, armonizzazione di interessi, meccanismi decisionali più efficienti, una cultura strategica comune che oggi non è ancora pienamente maturata in Europa. Non è un processo lineare né privo di tensioni.
Ma al di là delle sensibilità ideologiche, la questione resta una sola: in un mondo di dimensione continentale, la scala conta.
E scegliere la scala adeguata non è un gesto simbolico.
È un atto di realismo strategico.
Prestigio e progetto
Spesso il dibattito pubblico oscilla tra due estremi opposti e speculari: da un lato il fatalismo di chi sostiene che “non contiamo nulla”, dall’altro l’autocompiacimento di chi ritiene che “vada tutto bene così”.
Entrambe le posizioni semplificano.
E le semplificazioni, in geopolitica, sono raramente utili.
Il fatalismo paralizza. L’autocompiacimento anestetizza. Nessuno dei due produce strategia.
Il prestigio internazionale non è nostalgia di un passato idealizzato né rivendicazione simbolica agitata nei momenti di frustrazione. Non è una questione di orgoglio ferito, né di retorica patriottica. È un progetto strategico di lungo periodo.
E come ogni progetto serio richiede condizioni precise:
– continuità nel tempo, perché la credibilità si misura sulla coerenza delle traiettorie, non sull’intensità degli annunci;
– investimenti coerenti, non episodici, in difesa, tecnologia, industria, formazione delle élite;
– cultura della responsabilità, capace di distinguere tra interesse nazionale e convenienza personale;
– leadership disposta a sostenere scelte anche impopolari, quando sono coerenti con una visione di lungo periodo.
Il mondo che si sta configurando è più instabile, più competitivo, meno indulgente verso le ambiguità. Le aree grigie si restringono. La neutralità opportunistica diventa più difficile. Le ambivalenze strategiche vengono rapidamente interpretate come debolezze.
In questo contesto, la domanda non è se siamo stati consultati in un episodio specifico. Gli episodi passano. Le strutture restano.
La domanda vera è un’altra: siamo disposti a costruire — come Italia e come Europa — la scala necessaria per pesare davvero nel sistema internazionale che sta emergendo?
Siamo pronti ad accettare che il prestigio non è una condizione naturale, ma una conquista quotidiana? Che richiede disciplina, coerenza, visione e capacità di sopportare l’attrito?
Il prestigio non si rimpiange.
Non si reclama.
Non si improvvisa.
Si costruisce.
E si costruisce con realismo, non con indignazione.
*Ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare e autore del libro Tu sei un intero oceano in una goccia: Rompi le pareti della tua prigione

