La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran sembra essersi definitivamente incrinata. Nella notte il conflitto è tornato a intensificarsi con un nuovo scambio di attacchi che ha allargato il fronte del Golfo Persico e riportato al centro della crisi lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più importanti per il commercio mondiale di petrolio.

Secondo le autorità iraniane, le Guardie rivoluzionarie hanno lanciato missili e droni contro basi militari statunitensi presenti in Kuwait e Bahrein. Quasi contemporaneamente, il Comando Centrale americano (Centcom) ha annunciato di aver colpito dieci obiettivi militari iraniani situati nello Stretto di Hormuz e nelle aree circostanti.

Le sirene in Bahrein e le difese aeree del Kuwait

Le prime ore della notte sono state scandite dagli allarmi nei Paesi del Golfo.

L'esercito del Kuwait ha reso noto che le proprie difese aeree sono entrate in azione per intercettare "minacce ostili provenienti da missili e droni". In Bahrein, invece, sono risuonate le sirene antiaeree e il Ministero dell'Interno ha invitato la popolazione a mantenere la calma e a raggiungere i rifugi o i luoghi ritenuti più sicuri.

Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato gli attacchi, definendoli una risposta alle operazioni militari americane e promettendo ulteriori ritorsioni nel caso di nuove offensive.

Washington: «Colpiti dieci obiettivi militari iraniani»

La risposta americana era arrivata poche ore prima.

In una nota diffusa nella notte, il Centcom ha spiegato che caccia della Marina e dell'Aeronautica statunitense hanno attaccato dieci obiettivi militari iraniani "all'interno e nei pressi dello Stretto di Hormuz", indicando come motivo dell'operazione il presunto attacco con droni condotto da Teheran contro la petroliera Kiku.

Secondo il comando americano, nel mirino sono finite infrastrutture di sorveglianza, sistemi di comunicazione, batterie di difesa aerea, depositi di droni e capacità destinate alla posa di mine navali.

Washington sostiene inoltre che il traffico commerciale attraverso Hormuz continua regolarmente, nonostante l'intensificarsi delle operazioni militari nella zona.

Trump: «L'Iran potrebbe cessare di esistere»

A rendere ancora più pesante il clima è stato il presidente americano Donald Trump.

Attraverso un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth Social, Trump ha confermato l'operazione militare americana e accusato l'Iran di aver violato "ancora una volta" il cessate il fuoco.

Il presidente ha poi lanciato uno degli avvertimenti più duri dall'inizio della crisi.

«È molto probabile che non imparino mai la lezione», ha scritto. «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di usare la ragione e saremo costretti a completare militarmente l'opera che abbiamo iniziato con grande successo. Se ciò dovesse accadere, la Repubblica islamica dell'Iran cesserà di esistere».

Parole che segnano un'ulteriore escalation retorica e alimentano i timori di un allargamento del conflitto.

La disputa sul cessate il fuoco

Nella ricostruzione fornita dagli Stati Uniti, i raid rappresentano una risposta diretta alle violazioni dell'intesa raggiunta nei giorni scorsi.

Il Centcom sostiene di aver concesso a Teheran la possibilità di rispettare il cessate il fuoco dopo i bombardamenti di venerdì, seguiti all'attacco contro la nave Ever Lovely. Secondo Washington, invece di interrompere le ostilità, l'Iran avrebbe lanciato un nuovo drone contro la petroliera Kiku, provocando la nuova risposta militare americana.

Teheran, dal canto suo, continua a presentare le proprie operazioni come azioni difensive e di ritorsione contro quella che definisce l'aggressione statunitense.

Con gli attacchi ormai estesi a diversi Paesi del Golfo e lo Stretto di Hormuz nuovamente al centro delle operazioni militari, il rischio di un ulteriore allargamento della crisi resta elevato. Sul terreno diplomatico, al momento, non emergono segnali concreti di una ripresa del dialogo, mentre il confronto tra Washington e Teheran sembra entrare in una nuova fase di forte tensione.