L’affaire Epstein torna a scuotere la politica francese seguendo due binari paralleli, solo in apparenza sovrapponibili. Da un lato una fake news costruita ad arte, dall’altro un nome che nei documenti compare davvero. In mezzo, un clima di sospetto che intreccia disinformazione internazionale e responsabilità politiche interne, mettendo in difficoltà l’Eliseo e riaprendo una ferita che sembrava ormai circoscritta agli Stati Uniti.

Negli ultimi giorni sui social network hanno iniziato a circolare articoli e post che accusano Emmanuel Macron di essere coinvolto nei cosiddetti “Epstein files”. Secondo questa narrazione, il capo dello Stato avrebbe partecipato a festini nell’appartamento parigino di Jeffrey Epstein, con tanto di presunti documenti a sostegno. Materiale presentato come rivelazioni clamorose, ma che si è rivelato rapidamente contraffatto.

La smentita ufficiale è arrivata dall’account French Response, collegato al ministero degli Esteri, che ha denunciato una manipolazione deliberata. A ricostruire l’operazione è stata anche Viginum, il servizio governativo incaricato di contrastare le interferenze straniere online. Secondo l’analisi delle autorità francesi, la bufala su Macron rientra in una strategia già nota: una costellazione di siti che imitano testate reali, pubblicano contenuti inventati o alterati e vengono poi amplificati sui social da account riconducibili all’area filorussa.

L’operazione viene collegata a CopyCop, una rete di portali che agisce da moltiplicatore di disinformazione, e a figure già citate in precedenti dossier europei, come John Mark Dougan, ex poliziotto americano rifugiato in Russia. Il suo nome ricorre nelle cosiddette operazioni Storm-1516, sigla che compare in diverse campagne di influenza mirate a destabilizzare l’opinione pubblica occidentale, colpendo leader politici attraverso accuse sessuali o morali difficili da smentire nell’immediato.

Per l’Eliseo, il caso Macron è dunque chiuso sul piano dei fatti, ma resta aperto sul piano politico. Perché la fake news funziona non tanto per la sua credibilità, quanto per il contesto: Epstein è diventato un detonatore universale, un nome che basta a insinuare il dubbio. Ed è proprio su questa ambiguità che le campagne di disinformazione costruiscono consenso e sospetto.

Molto più delicata, invece, è la seconda vicenda che in questi giorni emerge dalle stesse carte. Nei documenti giudiziari statunitensi compare infatti il nome di Jack Lang, figura storica del socialismo francese ed ex ministro della Cultura dei governi di François Mitterrand. Lang non nega di aver frequentato Epstein, ma sostiene di aver ignorato la natura dei suoi crimini sessuali. Una linea difensiva già vista in altri casi, che però fatica a placare le polemiche.

A complicare la situazione c’è anche il coinvolgimento della figlia Caroline, che avrebbe ricevuto fondi per una società offshore riconducibili alla galassia Epstein. Un elemento che, pur non configurando automaticamente responsabilità penali, alimenta interrogativi politici e morali sempre più pressanti. Dal 2013 Lang presiede l’Institut du monde arabe, istituzione simbolo della diplomazia culturale francese, finanziata in larga parte dal ministero degli Esteri.

Proprio su questo incarico si concentra ora la tensione politica. Lang, per il momento, esclude l’ipotesi di dimettersi. Ma le richieste di un suo passo indietro si moltiplicano, arrivando anche dal suo stesso campo politico. Il segretario del Partito socialista è tra le voci più nette nel chiedere chiarimenti e responsabilità, segno che la vicenda ha superato i confini della polemica mediatica.

Il ministero degli Esteri, principale finanziatore dell’Institut du monde arabe, ha convocato Lang per un incontro chiarificatore. «Tutte le opzioni sono aperte», ha dichiarato il ministro Jean-Noël Barrot, non escludendo la possibilità di una rimozione per «preservare l’istituzione». Una formula prudente, ma che segnala come il caso sia ormai considerato un problema di credibilità dello Stato, non solo di reputazione personale.

Il paradosso, per Macron, è evidente. Da un lato il presidente viene colpito da una bufala costruita all’estero e smontata punto per punto. Dall’altro si trova a gestire le conseguenze di un vero scandalo che coinvolge una figura simbolica della sinistra francese, con ricadute potenzialmente destabilizzanti sul piano interno. Disinformazione e realtà finiscono così per intrecciarsi, creando un rumore di fondo in cui la distinzione tra falso e vero diventa politicamente esplosiva.

Il caso mostra quanto l’affaire Epstein continui a essere una mina vagante nel dibattito pubblico internazionale. Basta evocarlo per scatenare reazioni, sospetti, campagne ostili. E proprio per questo resta uno strumento perfetto per chi punta a delegittimare, confondere, colpire. In Francia, in questi giorni, la differenza tra una fake news filorussa e uno scandalo reale è chiara nei documenti. Ma molto meno nella percezione pubblica, dove tutto rischia di mescolarsi. Ed è su questo terreno che si gioca la partita più insidiosa.