Una visita segreta nel pieno della crisi mediorientale, che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Golfo. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è recato in gran segreto negli Emirati Arabi Uniti per incontrare lo sceicco Mohammed bin Zayed, in un momento di altissima tensione regionale segnato dalla fragile tregua tra Israele, Stati Uniti e Iran.

A definire l’incontro come una possibile svolta è stato lo stesso ufficio del premier israeliano, parlando di un “passaggio storico nelle relazioni tra Israele ed Emirati”, già normalizzate nel 2020 con gli Accordi di Abramo. Un faccia a faccia che arriva mentre emergono indiscrezioni su un coinvolgimento ben più ampio dei Paesi del Golfo nel confronto con Teheran.

Secondo ricostruzioni circolate sui media internazionali, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita non si sarebbero limitati a misure difensive, ma avrebbero partecipato direttamente ad azioni militari contro obiettivi iraniani. Israele avrebbe inviato sistemi Iron Dome e personale militare ad Abu Dhabi per intercettare missili e droni lanciati dall’Iran verso i Paesi alleati degli Stati Uniti nella regione.

Fonti non confermate parlano anche di un coordinamento tra Israele ed Emirati per colpire un sito petrolchimico sull’isola iraniana di Lazan. Parallelamente, secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, anche le forze saudite avrebbero colpito milizie sciite filo-iraniane in Iraq durante il conflitto.

In questo quadro, i vertici dell’intelligence israeliana – tra cui il capo del Mossad David Barnea e quello dello Shin Bet David Zini – avrebbero compiuto diverse missioni riservate nei Paesi del Golfo per coordinare le operazioni e consolidare il fronte anti-iraniano.

La tensione cresce anche sul fronte tra Teheran e Kuwait. La Repubblica islamica accusa il Paese del Golfo di aver attaccato una propria nave e arrestato quattro cittadini iraniani, chiedendone l’immediato rilascio e minacciando possibili ritorsioni.

Il conflitto, formalmente congelato dalla tregua, mostra così contorni sempre più ampi, trasformandosi in una crisi regionale potenzialmente esplosiva. Al centro resta lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale, attorno al quale continuano a intrecciarsi minacce e dimostrazioni di forza.

Gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione militare facendo sorvolare l’area con un caccia stealth F-35A, mentre Teheran rilancia con toni durissimi. “Se Washington commetterà un errore, il Golfo Persico diventerà il più grande cimitero per le forze americane”, hanno avvertito le Guardie Rivoluzionarie, ribadendo la possibilità di bloccare completamente il transito petrolifero nello Stretto.

Sul fronte diplomatico, Donald Trump continua a mantenere una linea ambigua tra apertura negoziale e minaccia militare. “Risolveremo il conflitto pacificamente o in altro modo”, ha dichiarato il presidente americano, tornando a fissare il punto ritenuto non negoziabile: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.

Ma, secondo valutazioni dell’intelligence statunitense riportate dal New York Times, la capacità missilistica iraniana resterebbe in larga parte intatta nonostante i raid: Teheran conserverebbe gran parte del proprio arsenale e delle infrastrutture sotterranee di lancio.

Uno scenario che alimenta interrogativi sulla reale efficacia della pressione militare e sul rischio di una nuova escalation, mentre l’Europa osserva con crescente preoccupazione le ripercussioni economiche legate alla chiusura di Hormuz. Il fragile equilibrio del Golfo resta appeso a una diplomazia incerta e a un confronto che, per ora, sembra soltanto sospeso.