Il rischio di uno shock energetico globale torna a far paura. Con il traffico navale quasi paralizzato nello Stretto di Hormuz e le tensioni militari in aumento nel Golfo Persico, cresce il timore che le esportazioni di petrolio possano fermarsi. Un’eventualità che, secondo il Qatar, potrebbe far impennare il prezzo del greggio fino a 150 dollari al barile nel giro di poche settimane, con conseguenze pesanti sull’economia mondiale.

A lanciare l’avvertimento è stato il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi in un’intervista al Financial Times.

Nel frattempo resta altissima la tensione nello Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici del commercio energetico globale. Attraverso questo passaggio marittimo transita infatti circa il 20% del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto. Con l’intensificarsi del conflitto, il traffico navale nella zona si è quasi completamente fermato.

Secondo il Joint Marine Information Center, centinaia di navi sono attualmente bloccate nelle acque dello stretto. Si stima che siano circa mille le imbarcazioni ferme, molte delle quali impiegate nel trasporto di petrolio e gas. Negli ultimi giorni soltanto poche petroliere e cargo avrebbero attraversato il corridoio marittimo, mentre alcune navi avrebbero persino disattivato i sistemi di tracciamento per motivi di sicurezza.

La situazione resta estremamente instabile anche dal punto di vista militare. Nelle ultime ore sono state segnalate imbarcazioni danneggiate o in fiamme e diversi episodi di attacchi con droni o munizioni non identificate. L’area è stata ormai classificata come zona di operazioni belliche.

Gli Stati Uniti stanno valutando misure straordinarie per garantire la sicurezza delle rotte energetiche. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella di scortare le petroliere nello stretto per garantire la continuità dei trasporti.

Le tensioni stanno già producendo effetti sui mercati. Il prezzo del petrolio ha registrato una forte accelerazione: il Brent del Mare del Nord e il Wti americano hanno superato la soglia dei 90 dollari al barile, segnando livelli che non si vedevano da oltre due anni e un aumento di oltre il 30% nell’ultima settimana.

Nonostante l’allarme lanciato dai Paesi del Golfo, alcuni osservatori invitano alla cautela. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), Fatih Birol, ha sottolineato che al momento sul mercato esiste ancora una disponibilità significativa di petrolio, elemento che potrebbe contribuire a limitare gli effetti di una crisi energetica globale.

Intanto crescono le preoccupazioni tra le grandi aziende attive nella regione. Diverse compagnie di navigazione stanno sospendendo i collegamenti verso il Golfo Persico: dopo l’armatore tedesco Hapag-Lloyd, anche il gruppo danese Maersk ha deciso di fermare alcune rotte commerciali tra Europa, Medio Oriente ed Estremo Oriente.

Precauzioni anche nel settore energetico. Eni ha avviato l’evacuazione del personale straniero impegnato nel giacimento petrolifero di Zubair, nei pressi di Bassora, in Iraq.

La crisi sta inoltre spingendo i governi del Golfo a valutare possibili ripercussioni economiche più ampie. Secondo fonti citate dal Financial Times, Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar starebbero analizzando l’impatto del conflitto sui propri investimenti internazionali e sui programmi finanziari futuri.

Se le tensioni dovessero prolungarsi, il rischio è quello di un effetto domino sui mercati energetici e sull’economia globale.